Capitolo 01

Da Grok.

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01. Viaggio alla ricerca della felicità

(ATTENZIONE: Questo capitolo è una bozza incompleta)


13 luglio 2009: sono nel mio albergo, a Seattle. E' sera. In lontananza sento il rotolare dei pneumatici sulla I-5. Migliaia di americani in auto, diretti chissà dove. E sono triste. Mi dibatto, scrivo, mi distraggo, mi alzo, mangio. Mi guardo allo specchio, osservo il mondo dalla finestra. Niente, non passa. Mi stendo sul letto, e penso. Due giorni fa ero a Vancouver, in Canada, con un amico. Tre ore di auto da Seattle. Sole, temperatura perfetta, frutta buonissima, incluse le ciliege locali. Lunga passeggiata di quasi 10 chilometri nella downtown, e poi allo Stanley Park.

Vancouver ti colpisce per i panorami, e le migliaia di persone in costume, sorridenti. Musica, capoeira, maghi, bici, skateboard, pattini. Un lieve profumo di mare sciapo ti solletica l'olfatto, sottile e delizioso. Seduti su una panchina, io e Kurt chiacchieravamo del futuro, della vita, della felicità. Stavo benissimo. Cosa mi ha reso così differente nel giro di poche ore? Bella domanda.

Lunedì 3 agosto 2009, sono in Lussemburgo, dove vivo da oltre un anno. Ero sveglio dalle 4 di mattina per via del jet lag, e dopo un paio d'ore mi reco in ufficio. Accendo il PC, leggo l'email e, ancora mezzo assonnato, ne trovo una di mia madre: mi dice che la mia ex, da Roma, è passata a trovarli ad Assisi in moto, ripartendo la domenica per Firenze. Firenze, dove immagino lei abbia trovato un nuovo compagno. Sento una fitta fisica, al cuore. Il morale scende a terra.

E' strano: è una storia finita da un anno, eppure si porta ancora dietro degli strascichi. L'amore è finito, ma per qualche motivo, sapere di aver dedicato tanto ad una persona ed una storia, e vederla finita e incompiuta, vederla rotta, a pezzi... Beh, fa male. Non so voi, ma per me non è facile parlare così apertamente di cose private in un "luogo" pubblico, e non credo lo farò spesso, anche per rispetto delle persone coinvolte. Ma il punto è: spesso ho creduto che l'amore fosse la cosa più importante per essere felici. Forse lo è. Ho trentadue anni, diverse storie alle spalle, e nonostante tutto ancora non riesco a difendermi da questi momenti laceranti.

Credo che ognuno di noi abbia provato qualcosa del genere, e credo che ognuno di noi si sia fatalmente chiesto: come posso essere felice? Come posso limitare la sofferenza di amori che finiscono, di amici che tradiscono, di dolori, di perdite, di delusioni? E, all'opposto: come posso godere della felicità che mi passa davanti, e farla durare?

Oggi è il 9 agosto, domenica. Sono in Italia per qualche settimana, e ieri ho passato dei bei momenti in compagnia del mio "figlioccio" Alessandro, dei suoi otto anni suonanti, e di suo padre Alberto. Sulla strada del ritorno, da Cattolica, ho avuto due ore abbondanti per pensare. Alla felicità, ovviamente.

E a come sia sempre sfuggente, sempre effimera.

La mia vita è cambiata radicalmente a maggio 2008. Da allora ho vissuto dei momenti di felicità duratura.

Giorni interi, settimane, momenti in cui ero travolto da viaggi in giro per l'Europa, nuove persone conosciute ogni giorno, nuove esperienze, città sconosciute che si aprivano di fronte ai miei occhi. Ed ero felice. Credevo, come credo tuttora, che quei momenti ricchi di gioia significassero il raggiungimento di una serenità interiore, di uno stato d'animo quasi perenne, e positivo. La ricetta della felicità.

In contrasto, il resto della mia vita non è andato esattamente così, ma per spiegarvelo bene devo spiegarvi chi sono io, e scendere di nuovo in dettagli molto personali. Mi definisco un inguaribile ottimista, mi trovo spesso a sorridere e ridere, a cantare da solo, a saltare improvvisando felicità nell'aria. Da quello che mi dicono gli altri, sono spesso allegro, scherzoso, buontempone, giullare. Da sempre, direi. Eppure, dietro a questa apparenza positiva, c'è ovviamente della sofferenza, quel tipo di sofferenza che molti di noi, in un modo o nell'altro, abbiamo provato. Pene d'amore, delusioni, insoddisfazioni, tradimenti, insuccessi, intervallati con rapidi momenti di felicità. Eppure, nonostante questo, mi definisco lo stesso una persona felice.

Quando sono triste, quando qualcosa va storto, quando soffro per amore, o soffro perchè non sono quello che voglio, o non seguo le mie aspirazioni, mi chiedo sempre: come faccio ad essere felice? Quale è la formula, la pillola, la ricetta, il rito, la frase magica? Sono convinto che questa stessa lotta la provino tutti, in momenti diversi.

Oggi, ad esempio, sono molto triste. Felicità, da zero a dieci? Uno. Chiediti tu, da zero a dieci, quanto sei felice, e risponditi. Fatto? Non ho ancora dato una definizione di felicità, eppure già sono in grado di darmi un voto, e decidere quanta ne sto provando adesso. Come è possibile? Tu, ugualmente, sei in grado di risponderti. Eppure, se ci mettiamo a definirla, non ne veniamo a capo. La felicità, secondo me, è soggettiva. E' un qualcosa di poco definito o definibile.


[CONTINUA...]

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