May 20, 2010 1
Lisa
Photos by: Arromen
May 18, 2010 1
Aeroporto di Brisbane, in attesa di un volo per Melbourne.
Portatile davanti a me. Cuffie. Musica a basso volume, tanto che quasi sento ancora la televisione che campeggia nell’atrio, coi suoi altoparlanti e la sua grandissima capacità privilegiata di rompere il cavolo.
Danno una specie di Gray’s Anatomy australiano.
La mia musica mi rilassa un po’.
D’improvviso suona una specie di sirena.
La gente non si muove. Mi chiedo, che serve a fare una sirena che fa casino, se poi la gente rimane ferma?
Il tetto di un negozio dell’aeroporto “perde” acqua: ci sono un paio di pompieri, vestiti da marziani, che parlottano e non sanno bene cosa fare.
La gente se ne frega, e continua a fare le sue cose. Mangia un sacco di carne, qui in Australia.
Li guardo, sembrano un po’ italiani, e in effetti molti di loro hanno origini europee, mediterranee.
Sono un po’ stanco oggi. Càpita, quando si accumulano un po’ di incazzature varie, e qualche contrattempo.
Ero ad una conferenza sulla sicurezza, AusCERT. Oltre mille persone.
Parlare di sicurezza è difficile, molto. Puoi sbagliare ad ogni sillaba. Non sai chi hai di fronte. Non sai che vogliono. E stamattina SlideRocket ha fatto cilecca, e mi sono salvato per il rotto della cuffia con una genialata inventata dieci minuti prima di presentare. Succede, se arrivi all’ultimo momento. Succede, se la connessione a Internet in Australia non sempre va velocissima, e per esportare la presentazione ci ho messo quasi due ore.
Finita la conferenza, prima di andare in aeroporto in auto, ho deciso di fare due passi in spiaggia. Avevo bisogno di rilassarmi. Decompress, si dice in inglese.
Ecco il risultato. Una faccia quasi simpatica. No, eh?

Ora mi sto ascoltando “Tears of the dragon”, di Bruce Dickinson, l’ex cantante degli Iron Maiden.
Spettacolare, vero?
E ora, invece, è tempo di prendere l’aereo. Buona giornata a voi.
May 14, 2010 7
Melbourne, Australia.
E’ la mia prima volta in Australia, nonostante i miei numerosi giri intorno al mondo.
Una nazione, un continente, che per noi italiani rievoca subito gli emigranti del dopoguerra, che arrivarono in massa soprattutto negli anni Cinquanta, dal Sud, con la prospettiva di una terra promessa in cui trovare lavoro e allevare una famiglia. Duecentomila coraggiosi, che affrontarono un viaggio di diverse settimane in nave per approdare a Perth, Melbourne, Sydney, accolti alla meglio nei campi immigrati, per poi essere mandati a lavorare altrove, spesso come minatori, poi come camerieri o, in proprio, come ristoratori.
L’Australia, che ha fagocitato e digerito decine di culture diverse, è soprattutto British, e poi soprattutto italiana, greca, vietnamita, un po’ tedesca, e le tradizioni vittoriane si affiancano a quelle di questi innesti culturali diversissimi: nel cibo, nel modo di vestire, nel carattere.
Dopo una breve sosta a Perth, col mio amico Francesco (qui sopra), è da alcuni giorni che dormo le mie notti a Melbourne, spendendo il tempo diurno tra conferenze e meeting vari, con qualche occasionale ora libera per camminare un po’. Ed è così, che scopro Melbourne, pur coi limiti e le sviste di una visita così breve: camminando.
Accompagnato da una sobria e tintillante Lonely Planet, mi aggiro per le vie del centro città, annusando, osservando, fotografando (qui il set completo su Flickr).
Lo so che sono ormai trappole per turisti, ma non resisto alla tentazione di gustarmi un buon espresso, e anzi pure un bel piatto di gnocchi al pomodoro, allo storico Pellegrini’s su Bourke Street, forse il primo bar ristorante italiano aperto qui a Melbourne nel 1954 da due soci (fratelli?) di Lucca.
I camerieri sono tutti italiani, o meglio, parlano italiano: di emigrante vero ce n’è soltanto uno, gli altri sono tutti “italiani” di cultura ma nati e cresciuti a Melbourne, e mi fa sorridere sentirli parlare con perfetto accento australiano. Eppure, visto che l’Australia una cultura vera e propria, nativa, non ce l’ha (o meglio, la ignora, e di questo parleremo dopo), questi figli di emigranti si aggrappano felicemente alle tradizioni millenarie della nostra cara Italia, senza rinnegarle nè ingigantirle.
Sono abituati al turista italiano di passaggio, e per questo decido di esordire dapprima in inglese, passando per un visitatore americano. Parlottano tra di loro, li studio, li osservo… E poi mi apro anche io, chiedo dettagli, raccolgo qualche informazione per soddisfare la mia curiosità.
Provo a penetrare quel sottile velo di mistero, cercando indizi tra una frase e un gesto.
Hanno decisamente molto, di italiano: il modo di fare, l’amore e la cura per il cibo e il caffè, una grande propensione per la ristorazione e la gentilezza. Due anziane signore, clienti abituali, salutano Frank e chiedono il conto. Dodici e venti, but let’s make it twelve, it’s easier for you to work it out.
Eccola, l’italianità: un qualcosa che in altri posti vedresti raramente fare.
Stessa storia per il Ristorante Cacciatora, vicino a Lygon Street, una via piena zeppa di ristoranti, molti italiani, qualcuno greco. Un’altra roba “commerciale”, ormai, trappola per turisti in cerca di un angolo caratteristico di un’Italia che non esiste più, affabulati dai nomi dei ristoranti – Sorrento, DiMattina, Alpino – e dai figli degli immigrati che ancora sanno qualche frase in italiano.
E qui, a Lygon Street, la mattina del 10 luglio 2006, otto ore avanti rispetto al fuso orario nostrano, mezza Melbourne si ritrovava a festeggiare la Coppa del Mondo vinta dall’Italia in finale con la Francia.
Converso con piacere con la proprietaria del ristorante Cacciatora, una gentile signora di Genova, e col marito napoletano. Nomino Assisi, la mia città Natale, e subito spunta un grande sorriso sul loro volto. Assisi è bellissima, mi dicono. Le ceramiche che hanno appese ai muri vengono da un negozio di Assisi, I Due Soli, del mio amico Riccardo.
Piccolo il mondo… O forse mi hanno detto di sì senza saperlo nemmeno loro.
Melbourne, piena di bella gioventù e belle ragazze; ma sono le orientali quelle che ti fanno girare la testa. Vestono bene, camminano come modelle, sanno attirare l’attenzione. Le australiane, invece, sono ai due estremi della scala: da un lato, quelle poco curate, molto obese per via del cibo pesante e grasso, sciatte. Oppure molto new age, trucco acqua e sapone, vestiti giovanili, londinesi, belle di cuore, e una freschezza che le accompagna sempre.
E Melbourne, capitale australiana della cultura: lo dicono tutti, anche l’UNESCO, e dovrà pur essere vero. Una bella conquista per un avamposto dimenticato da Dio che, dalla fondazione nel 1835, attraverso la Corsa all’Oro, ha sempre avuto una grande rivalità con Sydney, contendendole persino le sedi politiche, poi installate a Canberra.
Melbourne è anche la Hollywood australiana, e lo conferma anche un mio conoscente, Matteo, figlio di ricchi immigrati italiani, che a nemmeno trenta anni fa il regista e conduce una vita davvero invidiabile, tra attori, festival, la fama che sta lentamente arrivando, e uno stuolo di amici e amiche che se lo contendono.
Cultura, spesso, fa rima con Architettura, e anche qui Melbourne fa sfoggio di sè: moderna, modernissima, la ritrovi ad ogni angolo, in un particolare oppure in un intero edificio. Qui sotto, Federation Square, con sullo sfondo i trecento metri della Eureka tower, l’edificio più alto dell’emisfero australe.
Dopo poche ore già capisci che l’atmosfera che si vive a Melbourne è giovane, dirompente, azzardata in maniera umile e semplice. E non ti stupisci di trovare ponti dalle geometrie incredibili, angoli acuti e colori vivaci, squarci di bar e locali che sottintendono una nightlife elettrizzante ma difficile da scoprire di primo acchitto. E palazzi che osano, che tentano, che trovano. Non tutta la città è così, ma in molti punti scopri qualcosa che farebbe felice uno studente di architettura moderna. E a molti di loro piacerebbe poter lavorare in uno studio di Architettura come quello qui sotto.
Insomma, vi ho parlato di cibo, di scorci, di cultura, di architettura. Ma com’è, alla fine, questa Melbourne?
A me piace, nonostante quanto mi diceva Francesco.
Il clima è uno di quelli che ti fa desiderare di trasferirti subito, anche se qui si dice che possono esserci quattro stagioni in un solo giorno. La vita scorre tranquilla, ma la città offre distrazioni e attività in ogni momento. Non ho avuto occasione, ma so che nei dintorni ci sono mille opportunità per escursioni e sport all’aria aperta. E Melbourne è una città fatta per le bici, per la ginnastica, con i suoi tanti parchi verdi e le ampie strade alberate.
L’Australia dei prossimi anni vivrà un’economia fiorente, il che implica tante opportunità per chi abbia voglia di coglierle, anche se trovare un visto non è roba per tutti.
E’ bello viaggiare così, come faccio io: visitare mille posti diversi, e tra un impegno e l’altro ricavare qualche oretta per esplorare un altro angolo di mondo. Certo, nel mio caso sono quasi sempre città, ma da quando mi sono trasferito in Asia, la varietà è aumentata notevolmente rispetto all’Europa, e se Melbourne sembra molto occidentale ed europea, basta andare a Mumbai per ritrovarsi in una realtà quasi completamente diversa.
Riflettevo pochi giorni fa su quanto lavoriamo, e quanto poco ci permettiamo dei “break” di media o lunga durata che possano permetterci, zaino in spalla, di esplorare un po’ il mondo. Non è facile farlo, per molte delle persone che conosco, ma è quasi sempre fattibile se si è disposti a qualche sacrificio. Per me, fortunatamente, questa esigenza non è così stringente, perchè riesco ad esplorare molte cose, un pezzetto per volta.
Non è facile coniugare tutto, e non è facile farlo sempre da solo. Servono gli strumenti giusti, come CouchSurfing o una buona guida Lonely Planet, o qualche contatto geek, o qualche social network come Twitter, o qualche amicizia di vecchia data. Ma spesso riesco a vivere delle esperienze magnifiche, inaspettate, che rendono ogni città molto più bella di quanto non sarebbe semplicemente vivendola “da turista”. Ed è una cosa che consiglio a tutti voi.
Ma non è solo questione di organizzarsi, ma anche di saper cogliere le occasioni di conoscere persone diverse.
Un esempio?
Esco dal mio albergo, il Rendezvous su Flinders Street, vicino alla stazione dei treni. Intravvedo uno stemma Illy, e penso di aver proprio bisogno di un buon caffè. Attraverso la strada. Entro.
E’ un locale piccolissimo, ricavato da uno degli archi che sorreggono le rotaie, come ho già visto fare ad Amsterdam e in altre città d’Europa. Si chiama Coffee Vault, non a caso.
Saluto, e chiedo un espresso. Chiedo che mi venga fatto ristretto, e lo voglio in tazzina, non nel bicchiere di cartone.
Il ragazzo mi dice che ha aperto oggi, e che ieri è passato un “barista” bravissimo che gli ha insegnato come fare un buon caffè da italiani. Lo provo, ed è vero.
Mi guardo intorno, e noto questo CD di un gruppo Rock locale, i Foreign Objects.
Scatto una foto.
“Gratis per quelli che amano il Rock ‘n Roll”.
Fico. Fichissimo.
Chiacchiero per qualche minuto col tizio, mi dice che si è trasferito qui da qualche anno ma è cresciuto vicino a Gold Coast, la Miami australiana.
Ecco, io andrò a Gold Coast questo weekend, a festeggiare il mio compleanno.
E così Jamie, il tizio di cui sopra, mi manda una email con i consigli su dove andare, e un paio di amici con cui posso fare un giro da quelle parti, e un posto dove mangiare roba buona.
Da cosa nasce cosa.
Il giorno dopo su Twitter un mio amico australiano, Brendan, conosciuto in UK durante un evento per startup, scopre che sono a Melbourne, la sua città natale, e mi mette in contatto su Facebook con Reginald, che in poche ore condivide con me una lista di una dozzina di locali e posti da visitare.
Da cosa nasce cosa.
Ecco, questo per me è il modo migliore per scoprire un posto, per assaporarlo, per ricevere quei mille stimoli mentali, fisici, che ti fanno sentire bene e in pace col mondo. E tante volte, purtroppo, vorrei scriverne e scriverne e scriverne, ma non sempre ho l’occasione.
Questa volta il tempo invece l’ho trovato, per condividere questa cosa con te.
E ora basta, che è tardino, e domani mi aspetta un aereo :)
May 7, 2010 6
Ebbene sì. Piango.
Ma no, non un pianto a dirotto. Una lacrimuccia.
Dapprima, quella sensazione, quel magone, quell’intoppo alla gola, lo stomaco che si stringe, gli occhi che si guardano intorno, quasi a vergognarsi delle prossime lacrime. E poi ti trema la palpebra, si inumidisce, e come il vagito di un neonato arriva la tanto attesa prima goccia salmastra, all’occhio destro.
Un po’ ti trattieni, ma poi ti lasci andare e ripensi ad una persona tanto cara, che ti raccontava di una volta quando pianse in metro, a Roma, senza vergognarsi, e di come un tizio le avesse sorriso e le avesse detto che faceva bene a non vergognarsi.
La tua è solo una innocua gocciolina, e presto l’istinto scompare.
E no, non sei triste.
E’ che tuo Padre ti ha appena salutato, dopo essere stato due settimane con te a Singapore.
Avete passato un po’ di tempo insieme, avete riso insieme, una sera avete pure bisticciato, ma in buona sostanza vi siete ritrovati compagni e complici come ai vecchi tempi, con la differenza che tu ora sei un uomo adulto mentre lui si avvicina ai settanta. Che i discorsi che fate sono diversi, più maturi, oppure semplicemente più semplici, sintetici, sodi.
E non mi vergogno, che tra un paio di giorni mio Padre aprirà il computer e leggerà questo post, che poi si chiederà anche che diavolo sia, un post. E’ quando metti un titolo, un contenuto, e li pubblichi insieme sul tuo blog. Ecco, questo è un post, Papà caro.
Penso che ognuno di noi abbia i suoi difetti, le sue cose, il suo modo di fare, e che queste cose emergano nei rapporti con le persone.
Ma poi c’è l’amore paterno e materno, e l’amore filiale, o l’amore tra Fratelli. Un qualcosa che nella mia famiglia funziona così: ti amo a prescindere. Qualcosa che, tra i mille difetti e i mille problemi e le mille cose storte e le mille cose che “se” e “ma”, alla fine abbiamo imparato e insegnato bene. Reciprocamente.
Papà. Papi, ti chiamo, affettuosamente.
Sono qui, al caldo della MRT di Tanah Merah, in attesa della metro che mi porterà a Kembangan in tre minuti, e in altri tre minuti sarò in casa. Accenderò il condizionatore, mi guarderò intorno, sentirò ancora la tua presenza, osserverò estasiato quelle piccole cose che portano ancora il tuo segno.
E poi mi dico: ma mica è un funerale, eh. Mio Padre, per mia grande fortuna, è ancora vivo e vegeto, e pure in salute. Mio Padre, che in tutta verità, se fosse stato per i meriti di un certo luminare della medicina, venticinque anni fa avrebbe lasciato su questa terra le penne, una moglie e due figli giovanissimi, e che invece, anche grazie alla testardaggine della suddetta moglie, è stato ripreso per il rotto della cuffia e ancora campa, alla faccia del luminare. Il quale, nel frattempo, è sepolto da qualche parte in una bara d’argento. La coscienza, mi auguro ben nascosta in qualche angusta profondità dell’oceano.
E penso ad un post di una ragazza che, mesi fa o forse più di un anno fa, parlava del Padre che se ne era andato. Un post commovente, toccante, profondo, vero. Quel post mi aveva fatto pensare alla mia fortuna di avercelo ancora, un Padre. E penso anche ad un noto blogger italiano, Andrea, che piangeva recentemente la morte del suo.
Sì, sono fortunato.
E penso a mia Madre, che anche lei è ancora viva, ma non è potuta venirmi a trovare perché i suoi genitori, seppur vivi, hanno bisogno di costante attenzione.
La metro è arrivata. Scendo. Estraggo il tesserino per aprire il portone del mio condominio e mi soffermo su due giovani malesi, seduti lì vicino. Sicuramente operai del vicino cantiere, che lavorano il doppio delle mie ore a settimana per forse un decimo dello stipendio. Mi guardano, e nello sguardo colgo rispetto, pace, e una mezza idea che vorrebbero permetterselo, un appartamento come il mio, che per un occidentale altro non è che una modesta dimora ma per loro magari sarebbe chissà cosa.
Entro in casa, mi lavo i denti, salgo in cima al sesto piano, dove mi aspettano una piscina e un idromassaggio come sempre deserti. La città, ancora viva e luminosa, cammina furtiva nella notte intorno a me.
Odo a malapena il fruscio dell’acqua che scorre. Una leggera brezza mi solleva dal caldo pesante di Singapore, e dalla sua imperdonabile umidità. In lontananza svettano i grattacieli del Business District.
Provo a chiamare il cellulare di papà, ma è già spento. E’ già salito in aereo e sta per decollare tra venti minuti esatti. Domani sarà di nuovo nella sua Assisi, e domenica incontrerà mio Fratello Marco e gli regalerà un cellulare Nexus One, comprato qui a Singapore su mio suggerimento.
Eccolo, mio papà. Che avrà tanti difetti, ma ha una sorta di generosità che traspare da mille cose. E non è per il Nexus One in sè, è che anche lì emerge quella sua vogliosa voglia di volerlo a tutti i costi comprare, questa sua dedizione assoluta per i figli che a volte, forse troppo spesso, gli ha fatto dimenticare le sue stesse esigenze.
Ecco, questa è una cosa che entrambi i miei genitori mi hanno sempre dato.
Ora ci devo andare cauto, perché sto per dire una cosa e so che quando Papà la leggerà potrebbe intenderla male.
Mi manchi, stasera.
Mi ero abituato di nuovo alla tua presenza e mi ero gustato questi momenti insieme, seppur oberato dal lavoro e dalle logistiche di quattro conferenze a Singapore, e un viaggio di lavoro di diciotto giorni in Australia.
Mi manchi non con la tristezza, non con il rammarico, mi manchi con quella sensazione di aver vissuto qualcosa di prezioso, e volerlo vivere di nuovo. Qualcosa che le mie scelte di vita mi hanno reso raro e desiderabile, dopo due anni di vita all’estero e qualche decina di ritorni a casa che si faranno molto più rari, per almeno un altro paio d’anni.
E penso ad una delle settimane lavorative più imponenti, più pressanti che abbia mai avuto, in cui mi sono sentito nervoso e sotto pressione e non sono riuscito ad essere distaccato e professionale come vorrei, e ad avere abbastanza tempo per godermi mio Papà in pace.
E non vedo l’ora che arrivi settembre o ottobre, e che Papà mi faccia di nuovo visita, magari stavolta con Mamma al seguito, o magari, quasi impossibile, pure col mio Fratellone, così li porto a Bali una settimana e ci rilassiamo tutti quanti, come nella famiglia Brunozzi non succede da quasi vent’anni. Però sono sempre qui con me, nel cuore.
Sono la mia famiglia, generosa, umana, coi limiti e il coraggio di tante persone normali.
E mi verrebbe da pensare anche ai miei cari amici, o alla mia compagna, ma questo post in realtà è una dedica completa a mio Papà, a mia Mamma, a Mio Fratello, pur col rischio di sbrodolarmi in una zuccherina polpetta Dysneyana, ma tant’è, queste sono le cose che mi passano tra le orecchie e che per qualche motivo ho voglia di condividere qui.
Sto pensando a mio Padre che ha fatto amicizia con tutti, che ha scherzato col Senior Vice President di Amazon ed è riuscito a stargli simpatico pur non parlando una parola d’inglese.
A mio Padre che la mattina veniva al bar Segafredo a Telok Ayer Street e faceva amicizia con tutti, che in visita al Birds Park ha attaccato bottone con un Tailandese e la moglie e anche lì è riuscito a spiegarsi e parlare di tante cose. E che bello, entrare a prendermi un caffè e ritrovarmelo lì, temporanea parentesi in mezzo ai mille pensieri del lavoro, e sedermi con lui e Rick a bere un cappuccino e parlare e tradurre e sorridere. O mangiare gli gnocchi al pomodoro vicino alla Singapore Management University con lui e Kingsley, e vedere il suo stupore nello scoprire che Kingsley è sudafricano, bianco, parla inglese, sembra americano, ha studiato latino alle superiori.
E le cene con gli italiani, e il suo volersi assicurare che il figlio possa star bene, e raccomandarsi e allungare l’orecchio per carpire le sottili metafore degli emigrati a Singapore.
E il cibo indiano, e quello giapponese, e il suo lento abbassare la guardia e cancellare i preconcetti, tipico di un uomo che da giovane ha viaggiato, in proporzione, molto più a lungo di quanto non faccia io oggi.
E l’ultima cena, a mangiare Chili Crabs sulla costa Est con Alfio, Gianluca, Winnie e Paolo, e scherzare sulle zampe di rana e le polpette di cane e ridere con lui di tante altre cose.
Allungherei ancora, ma in fondo le cose importanti le ho dette tutte.
Sorrido, adesso.
Ciao, Papi (che per voi lettori si chiama Alessandro).
A presto.
Apr 20, 2010 2
Sono passati sei mesi esatti da quando ho preso quel treno Venezia-Monaco di Baviera, dopo Venice Sessions.
E su quel treno c’è stato un incontro che mi ha cambiato la vita.
Non ho voglia di scendere in particolari troppo personali, ovviamente… Però, ecco, oggi è una bella ricorrenza. E mi piace che per celebrarla lei voglia usare delle cose semplici, umili, quasi senza pretesa.
Il grazie è per te.
Apr 12, 2010 5
Domenica notte. Sono sul volo Pechino-Singapore. Red eye: un volo che parte la sera tardi e arriva la mattina presto (questo è per Monica). Uno di quei voli in cui ci si aspetta di dormire un po’.
Io volo in media oltre cento volte l’anno, cinquecento ore, duecentomila miglia, e mi sono quasi abituato alla scomodità degli aerei. Nemmeno impreco più contro la stupidità paleolitica dei designer che fanno gli stessi stupidi errori su tutti gli aeromobili: il bracciolo appuntito che ti fa quasi male alla gamba; il tavolino reclinabile, che se ci metti un PC, anche piccolo, non riesci nemmeno a scrivere; il sedile completamente anti ergonomico; gli scompartimenti dalla forma anti-valigica, in modo da farti faticare come un matto per farci entrare un trolley che qualche altro designer stupido ha disegnato e ti ha convinto a comprare; il poggiatesta che non serve ad un cavolo; il bracciolo su cui non c’entrano le braccia dei due passeggeri che confinano, e che comunque è troppo basso per un adulto; il poco spazio per le gambe delle compagnie aeree tirchie, come Air China. Oppure il cibo schifoso, anche se io prendo solo roba vegetariana e quasi mai lo mangio, proprio perchè schifoso. Tranne quando volo Singapore Airlines, che lì almeno il cibo è buono (ma il biglietto costa molto di più).
(così la Cina vede il mondo)
Non sono granchè di buonumore, se non si è capito. E mi sta dando fastidio il fatto di dover volare in Economy class, sempre e comunque. Stanotte Avrei proprio avuto bisogno di un sedile più confortevole in cui riposare in pace. Che poi ci perde l’azienda, a non mandarmi in Business Class, ma tant’è, questo è quello che passa il convento. Anche il Senior Vice President viaggia in Economy, che gli posso dire? Che io sono più speciale di lui?
L’indomani mi aspetta, nell’ordine: atterraggio alle 5:45am; in mattinata, ingresso nel mio appartamento a Singapore e tutte le questioni annesse, tipo allaccio dei contatori, sistemazione delle valigie, eccetera; breve visita al lavoro, per sistemare le note spese e lavorare i messaggi urgenti; intervista per ottenere lo status di Permanent Resident a Singapore, che richiede anche la compilazione di un lungo questionario che non ho avuto ancora il tempo di guardare; di nuovo al lavoro, per impostare le cose della settimana; cena da qualche parte, rimediata, visto che ancora in casa non posso cucinare; meritato sonno. E i successivi sei giorni, una valanga di lavoro.
Sono qui, seduto in aereo, che penso alle mie cose da fare, al lavoro che mi aspetta, a due settimane di fuoco che culmineranno con sei miei interventi, di cui due keynotes, tre seminari, un workshop, ad una conferenza di sviluppo software a Bangalore. Dal 24 aprile in poi le cose dovrebbero andare un po’ in discesa. Il sollievo è troppo lontano, ancora, per avere effetto.
Non voglio essere frainteso: amo il mio lavoro. Mi sta dando delle soddisfazioni incredibili. Però ci sono anche i momenti di stress come questo, in cui si accumulano le cose e ti senti davvero impotente di fronte alla mole di lavoro che si accumula. E per come sono fatto io, finchè non è sistemato non mi sento in pace.
Mi viene da sorridere, a pensare ad un paio di commenti che ho ricevuto proprio circa il mio lavoro: gente che non ha idea di cosa sia realmente, e che pensa che stia facendo la pacchia a Singapore, guadagnando fantastiliardi di dobloni d’oro e gustandomi caviale e Champagne in First Class. Niente di tutto questo. Come dice Malcolm Gladwell, un lavoro soddisfacente consiste in compiti complessi ma fattibili, ricompense continue, in termini di denaro ma anche di soddisfazioni, e grande libertà di azione. Io ho tutte e tre le cose, ed è il motivo per cui il mio lavoro mi piace un sacco.
Come avete capito, stavolta non riesco a dormire in aereo, e così ho deciso di passare le quattro ore di volo rimanenti a scrivere, o almeno finchè non mi torna il sonno.
Queste righe, però, le dedico ad una persona speciale. Alla mia persona speciale. E le dedico anche ai miei genitori e a Mio Fratello, che ogni tanto sbirciano il mio blog e hanno sete di sapere cosa penso e cosa faccio. Però mi va anche di condividerle coi lettori del mio blog, e quindi: eccole pubblicate. Armatevi di pazienza e leggete, se ne avete il coraggio. Probabilmente siete al lavoro o state facendo altro, e pensare di passare altri dieci, forse quindici minuti a leggere Simone, beh… Non vi va tanto. Vi capisco. In tal caso, passate oltre. Non vi obbliga nessuno. Sappiate solo che vi state perdendo uno dei rari momenti di perfetta ispirazione e “flusso” di pensieri, il che significa che se non leggete queste righe, non ha molto senso continuare a leggere il mio blog, no?
Va bene, dai, la smetto con la roba goosmamica e mi rimetto in carreggiata.
Prima mi sono visto un film quasi sconosciuto, Samson And Delilah,(qui altre definizioni), australiano del 2009. Una di quelle sorte di film indipendenti, girati con poco budget, destinati a rimanere sconosciuti ai più. Che tristezza, il fatto che tanti film forse bellissimi non riusciamo nemmeno a vederli, perchè bombardati dai grandi Blockbuster che invadono i Cinema e uccidono la creatività di tutti gli altri film.
Samson And Delilah: un giovane ragazzo e una giovane ragazza, aborigeni australiani. Lui vive in una baracca con suo fratello e un paio di altri amici, che suonano musica banale sul porticato, tutto il giorno. Lei vive poco distante: accudisce la nonna, e pittura roba etnica che un bianco australiano compra periodicamente per pochi spiccioli. Vivono entrambi in una specie di piccolo avamposto diroccato e dimenticato da Dio, nel mezzo del deserto australiano, una dozzina di baracche con qualche arbusto che cresce svogliato, un telefono pubblico che suona spesso ma a cui nessuno presta attenzione, qualche canguro che si fa accoppare, corrente elettrica, acqua corrente quando va bene. Soglia di povertà, per capirci.
Il film procede lento, quasi senza dialoghi. Samson è mezzo sordo, e non parla mai. Si interessa a Delilah, e un bel giorno decide di prendere il suo materasso lercio e la sua coperta lurida per trasferirsi sul porticato della baracca di Delilah, che inizialmente lo respinge ma poi lo lascia dormire lì fuori, accanto al fuoco. La nonna di Delilah già lo chiama Marito, usando il Warlpiri, come se quello fosse l’unico modo per iniziare l’accoppiamento tra due giovani.
Succedono diverse cose, sempre con un ritmo quasi lento ma mai banale. I due vengono menati, Samson dal fratello, Delilah dalle altre donne dopo la morte della nonna; Samson ruba un’auto, ci carica Delilah, e fugge verso la città. Finisce la benzina. Mollano l’auto, si ritrovano in città, accattoni. Mentre camminano, lui avanti e lei dietro, un’auto si ferma e due tizi rapiscono Delilah, ma Samson si accorge solo quando riesce a sentire lo stridio delle gomme dell’auto che fugge, ed è troppo tardi. Delilah torna dopo decine di ore, menata e forse violentata. Sostano sotto ad un ponte, in compagnia di un barbone che chiacchiera in inglese australiano e che quindi fatico a capire. Samson respira l’odore della benzina, che tiene in una bottiglia da cui non si separa mai. Respirare benzina per ore ed ore lo rincoglionisce il giusto, il che avrà effetti sul resto del film. Altre vicende si susseguono, che non vi racconto per non rivelarvi proprio tutto.
Il film non è eccezionale. Si guarda, ma non aspettatevi gli effetti speciali di Avatar. Tuttavia mi ha fatto riflettere, che è la cosa più bella che un film possa fare.
Ho pensato alle condizioni degli aborigeni, o comunque delle persone povere. Il film riesce stupendamente a farti sentire lì con loro, a soffrire con loro, a chiederti se tu fossi in quella situazione, cosa faresti, come reagiresti.
Ho pensato a Samson e Delilah, che si corteggiano in una maniera rozza, primitiva, quasi animalesca: nessuna parola, gesti semplici e chiari, come il lancio di un sasso verso l’altro, o una smorfia, o un rifiuto, che non lasciano spazio alla discussione, ma solo al pazientare dell’altro. E’ un modo quasi tenero, e che in alcuni momenti mi ha quasi commosso. E mi ha fatto pensare ad un recente bisticcio con la mia donna, e a quanto inutile ed superfluo fosse il bisticcio. Mi ha fatto pensare che meritiamo entrambi più pazienza.
Ho pensato a quanto distante fosse la loro vita da quella di noi occidentali, in un contrasto che emerge spietato quando Delilah cerca di vendere una sua pittura etnica per comprarsi da mangiare, e gli occidentali di un bar la schifano, la ignorano, e tu sei lì che vorresti dir loro di fare qualcosa, di aiutarla per Dio, ma niente.
Ho pensato che ci sono miliardi di persone, nel mondo, che vivono in queste condizioni. Che nella nostra vita di tutti i giorni le ignoriamo, ed è normale; ma quando ce le ritroviamo di fronte ai nostri occhi, se abbiamo anche solo un briciolo di umanità dentro, non possiamo non soffrire per loro e con loro, e non possiamo non sentire un desiderio impellente di fare qualcosa.
Ho pensato, ed ho pianto, sì: poche lacrime, amarissime, per un mondo così crudele, che quando lo vedi in uno squarcio come quello di un film, ti senti così impotente, così arido, vorresti fare qualcosa ma sai che il massimo che puoi fare è scrivere qualche pagina per la tua ragazza, per i tuoi cari, per i lettori del tuo blog.
Ho pensato al momento in cui Delilah viene rapita, menata e suppongo violentata: non so se riuscirei a sopportare una cosa del genere fatta ad una persona che amo. Il solo pensiero mi squarcia.
Eppure succede a tante persone, ogni giorno. Provo una profonda compassione per loro.
Ho pensato anche cose più grandi di me: la società in cui viviamo, le grandi corporation che stanno diventando sempre più dei mostri asettici, le nostre vite sempre più pregne di pubblicità, consumismo, carriera e lavoro, la perdita di fiducia nelle istituzioni, il lamento continuo, e quella sensazione che tutto sta andando a puttane. E poi mi sono metaforicamente guardato allo specchio, ed ho riconosciuto che la mia non è poi tanto diversa, di vita. Ogni tanto apro gli occhi, sì, ma per gran parte del tempo li distolgo come tutti gli altri.
Ho pensato: che strano, condividere tutte queste cose così, scrivendo, invece di parlarne a voce con lei. Beh, lei in questo momento è lontana, e finchè non si avvicina non ho molti altri modi per farlo. Ed è una fortuna, perchè condividere questo con lei significa poterlo anche condividere anche con altri. Un po’ lo faccio anche per me stesso, lo ammetto: per scrivere qualcosa che poi mi resta.
Ho pensato, e mi sono fermato: la vena creativa sembra essersi esaurita. Mi è viene in mente Montale, una delle poche poesie che ricordo, e che chiude il mio romanzo Nonovvio:
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Poesia bellissima. Ecco, di gitto, si sono accampati sullo schermo alberi, case, colli. La mia mente, che riviveva il film, il viso della mia ragazza, la mia vita, i miei ricordi, è tornata improvvisamente nella realtà. In un aereo semibuio, alle tre di notte, seduto scomodo di fronte ad un Mac poco luminoso per risparmiare la batteria e farla durare tutto il viaggio.
Il film, se ci riuscite, vedetelo. Forse vi deluderà, perchè vi aspettate chissà cosa e magari invece vi accorgerete che la mia immaginazione ha fatto molto più del regista.
Però, se potete, riflettete per qualche momento, come ho fatto io. Non necessariamente di fronte ad un film. Togliete gli alberi, le case, i colli, aprite gli occhi per bene e guardate il mondo, e la vostra vita, in faccia. Ecco, anche solo per un momento, ne vale la pena.
La vena d’ispirazione si è esaurita del tutto, e la stanchezza sta davvero prendendo il sopravvento.
Ciao, mia cara: quando leggerai il mio blog per caso, troverai questo e sono sicuro che ti piacerà.
Lo starnazzare delle oche e il canto impertinente di un merlo… sono ancora con me.
Apr 11, 2010 1
Frank Gehry è un architetto famosissimo, forse uno dei più quotati attualmente.
Due settimane fa, sul volo Pechino-Roma, ho conosciuto l’Architetto Sergio Giocondi, sgarchitecture.com, che vive e lavora a Pechino da venti anni. Caso strano, l’ho incontrato di nuovo sul volo Roma-Pechino di pochi giorni fa :)
Sergio mi raccontava brevemente della sua carriera, e menzionava di aver lavorato con Gehry a Los Angeles per alcuni anni, per poi emigrare a Pechino.
Ma io l’ho conosciuto, Gehry. A Los Angeles, nel 2003 (mentre studiavo lì Computer Science, alla UC Irvine). La mia ragazza di allora, Silvia, studiava Ingegneria Civile ed era appassionata del lavoro di Gehry, e così decisi di comprarle un libro con i lavori di Gehry, e di farlo autografare direttamente da lui. L’incontro è stato brevissimo, perchè Gehry aveva da fare e io non ero nessuno. Però mi è piaciuto lo stesso.
A distanza di anni, con Silvia siamo rimasti amici, e proprio dopo l’incontro con Sergio, ho pensato bene di chiederle una foto della dedica, così, per mia memoria. Eccola qui.
Che bei ricordi.
Mar 29, 2010 6
Stai camminando e improvvisamente vedi una persona, anzi un bambino, che sta affogando.
Puoi salvarlo, ma per farlo devi buttarti in acqua e rovinare le tue costose scarpe italiane.
Che fai, ti butti? Il bambino è lì, non ce la fa più, ancora pochi secondi e la sua vita finirà miseramente.
Hai pochi secondi per pensare.
Ti butti?
…
La domanda era tosta, vero? Credo che molti di noi risponderebbero di sì.
Ovvero, sarebbero disposti a rovinare un paio di scarpe da 100, 200 euro, pur di salvare una vita.
E se ti dico: dona 25 dollari per salvare una vita? Fa così tanta differenza, per te?
Per molti la fa, la differenza. Le parole chiavi, in questo caso, sono PROSSIMITA’ e ATTENZIONE.
Se il problema non ci tocca da vicino di solito preferiamo ignorarlo.
[ispirato da]
…
Nei giorni scorsi ho lanciato due piccole campagne di raccolta fondi per Acumen Fund, usando come spunto una mia visita al quartier generale di 1298, a Mumbai.
La prima proviene da un articolo di giornale da me scritto su Nòva, giovedì scorso.
La seconda, da un mio articolo scritto nel mio blog.
Non avevano la pretesa di salvare il mondo, ma erano piuttosto un mio esperimento per vedere che tipo di risultati possono scaturire da iniziative di questo tipo.
Ecco i risultati:

Commento ai risultati:
1) L’articolo su Nòva ha generato solo 7 click, e nessuna donazione.
2) Il mio blog post ha generato 49 click, e donazioni pari al 16,33% (8 donazioni, immagino). Ancora non conosco l’importo delle donazioni, ma immagino il totale sia al di sotto dei 100 dollari.
3) Sono stato felice di scrivere l’articolo su Nòva, ma dovrei inventarmi un altro modo per “monetizzarlo”.
Infine, due cose:
1) Mi piacerebbe sapere cosa pensate di questi risultati. Non è bello analizzare cose del genere? Non vi elettrizza? A me sì.
2) Fate ancora in tempo a donare, qui: http://bit.ly/acumen-brunozzi-it. E non dovete nemmeno bagnarvi.
Umilmente, credo che queste cose possano cambiare il mondo molto più delle nostre elezioni. Ma è un discorso lungo…
Grazie :)
Mar 27, 2010 5
E’ sabato, sono all’aeroporto di Shanghai, in attesa di un volo per Beijing. Sono stanchissimo, dopo una notte passata a lavorare fino alle 2, dopo una cena piacevolissima con Davide Rana (di cui vi racconterò poi) e la sua ragazza, e tre ore scarse di sonno.
Perciò, mi arrischio a “rompere” un po’ le scatole al caro buon vecchio Mante, persona che stimo grandemente, perchè vorrei paragonare il suo modo di “vedere” la politica con quello di Nicola Mattina, altra persona che stimo parecchio.
Lo faccio, però, non per spirito polemico, ma per sottolineare quello che è il mio umile punto di vista.
In breve, Nicola guarda alla PERSONA, e dice che Emma Bonino riceverà il suo voto alle regionali del Lazio.
Massimo si sofferma sulla sua idea di politica, e sul suo gradire o meno le posizioni dei partiti, utilizzando uno strumento intelligente messo a disposizione da OpenPolis (lo sfondo si riferisce alle elezioni 2008, ma credo sia tuttora validissimo):

Da notare l’utilità di uno strumento del genere per permettere ad un elettore di confrontare le sue idee politiche con quelle dei partiti di riferimento.
Ecco, il limite secondo me c’è lo stesso, perchè guardare ai partiti non basta: i partiti hanno sì posizioni importanti, ma spesso la loro azione per portarle avanti non è efficace, per via della lentezza dell’apparato burocratico nostrano.
Preferisco di gran lunga l’approccio di Nicola il quale, da cittadino informato, sa benissimo che quel candidato si comporterà meglio dell’altro.
E’ normale, vista da Massimo (Mante), pensare ANCHE ai partiti; ma per me, che ritengo il dualismo destra/sinistra piuttosto obsoleto o comunque limitato, conta molto di più la possibilità di votare la persona.
E quando la persona da votare non c’è?
E quando, insieme a te, votano altri milioni di persone, e il tuo voto non conterà nulla in ogni caso?
Belle domande no?
Oh, poi, ce ne fossero di persone che comunque ne parlano, ne discutono, si animano e cercano di fare qualcosa perchè hanno a cuore il proprio paese.
Feb 22, 2010 10
22 Febbraio 2010. Sono a Kathmandu, capitale del Nepal, spacciata per secoli per la favolosa e inaccessibile Shangri-La. Oggi la città è un ammasso di quasi due milioni di persone, caoticamente annegate nel traffico, nell’inquinamento pesante dei motori a scoppio e una valle che trattiene tutto dentro.
Tre giorni fa ho passato una splendida serata a Mumbai con Yehia, un trentenne libanese figlio di funzionari ONU, che ha vissuto una decina di volte in posti diversi per pochi anni e che negli ultimi tempi si è occupato di attività “sociali”, lavorando per diverse NGO, aziende non profit.
Con lui ho assaggiato il Chaat, “street food”, aperitivi che si mangiano in strada come il Paniopuri, in uno dei pochissimi posti con acqua filtrata, che garantisce a noi occidentali di non ammalarci di stomaco, e il buon pane indiano, Pav. Mi ha suggerito di visitare il Borneo e in particolare Kota Kinabalu, una bellissima montagna incontaminata.
A Mumbai lavora per 1298, un servizio di ambulanze innovativo che si finanzia con persone abbienti e offre il servizio gratis ai poveri. Grazie a lui e a Yasmina di Acumen Fund ho incontrato a Mumbai Sweta Mangal, CEO, che mi ha raccontato la storia e i particolari di 1298.
Ieri invece ero a Delhi, sempre per lavoro, e sulla strada verso Seoul ho pensato bene di prendere un connecting flight passando per Kathmandu. Lo so, ho una dimensione tutta mia. Un mio amico direbbe: passo a comprare le sigarette prima di venire a trovarti, visto che sono di strada. Per me “essere di strada” significa volare da Delhi a Seoul passando per Kathmandu…
Per molti un aereo è un aereo. Per me è un autobus con le ali. Come i piccioni: ratti con le ali.
Tra poche ore ho il mio volo, sono in uno degli aeroporti più semplici e incasinati del mondo, KTM, e attendo il mio aereo scrivendo queste righe. Tra poche ore sarò a Seoul, per la prima volta in vita mia. Simile al Giappone, dicono, che ho già visitato un anno fa. Sono curiosissimo.
Ieri ho assaporato una domenica di sole tiepida e luminosa: in poche ore ho avuto il mio assaggio di Kathmandu, dall’Hymalaya innevato che si vedeva dai finestrini dell’aereo, alla caratteristica stanza del mio albergo, il Kantipur Temple House, in stile nepalese, al cibo semplice e quasi buono, al caos delle strade mentre la mia guida, Bhaskar Uprety (explore@mos.com.np), tre ore per sessanta dollari inclusa l’auto, mi accompagnava al Baudha Stupa, o Boudhanath (“signore della saggezza”), uno “stupa” (monumento religioso) buddista tra i più sacri al mondo per il buddismo tibetano, e anche “World Heritage Site”.
L’autista invece è un membro della tribù Taru, originaria della parte sud del Nepal, una regione che si chiama Tarai. Bhaskar mi racconta la storia del Nepal, delle sue cento tribù, delle decine e decine di diverse lingue, tutte basate sul Sanscrito ma ognuna con le sue peculiarità. Molti europei vengono qui in Nepal, qualche australiano, qualche americano. Sono tutti molto curiosi e amichevoli, a parte i businessman che invece vengono per lavoro e hanno la faccia incazzata tutto il tempo.
Al Baudha Stupa scopro tante cose del Buddhismo, una religione diversa da quella cristiana, eppure così uguale nel modo in cui crea tradizione, riti, misteri, storie, aspettative, liturgie. Casualmente sto leggendo una biografia del Dalai Lama scritta da uno psicologo americano, e avidamente cerco di carpire l’essenza del Buddhismo.
Il pensiero occidentale considera l’uomo “homini lupus”, come recitava Hobbes: siamo egoisti e pensiamo al nostro interesse. Konrad Lorenz, il naturalista, considerava l’uomo biologicamente simile ad un predatore. Il Buddhismo, di contro, considera l’uomo buono di per sé, anche se l’aggressività può emergere come conseguenza della mancanza di compassione e amore, un pensiero condiviso dal filosofo Hume. Mi incuriosisce la quasi totale assenza del sesso tra gli argomenti del Buddhismo che, in sostanza, lo usa, contiene, ingabbia e trattiene in maniera simile al cristianesimo. Potrei sbagliarmi, è chiaro: ma queste sono le mie prime impressioni.
Del Buddhismo mi affascina questa aura di pace e serenità, che tuttavia sembra quasi inquinata in alcuni dei volti dei monaci Buddhisti che incontri per strada. Ho conosciuto alcuni cristiani con un’aura speciale, con una serenità, una pace d’animo invidiabili, ma allo stesso modo non tutti i cristiani sono così. Buddhisti, cristiani, musulmani: sono tutti esseri umani, in fondo, e se esistesse una religione che garantisse serenità e pace, le altre religioni non esisterebbero più da tempo.
Mi soffermo, leggendo, sul concetto di intimità e dei “Field of Merit“, campi di merito, ovvero quelle buone azioni della vita corrente che ci permettono di accedere ad una vita ad un livello superiore dopo la reincarnazione. Concetti stravaganti e di dubbia verità, ma interessanti da analizzare se si pensa ai motivi per cui sono stati creati. Fai agli altri ciò che vuoi che gli altri facciano a te, è il motto cristiano, buddhista, e di molte altre religioni.
I miei occhi si adattano subito all’ombra dell’interno di uno dei templi, e mi affascina il suono ipnotico dello “Ohm” dei monaci, con quella tipica nota metallica che si ottiene sommando più voci che si rincorrono sullo stesso tono. Il suono ripetuto, il movimento ritmico del corpo, le genuflessioni, sono atti che inducono uno stato mentale particolare, una sorta di trance, rendendo la persona più impressionabile e le esperienze più incisive. Del Buddhismo e in generale dell’Asia mi affascina la meditazione, lo Yoga, questo tipo di pratiche corporali e mentali che possono portare benefici importanti al benessere di una persona, anche slegate dal contesto religioso in cui si sono sviluppate.
Tutto ciò si differenzia dall’Induismo politeista e coloratissimo che scopro a Durbar Square, un “World Heritage Site” anch’esso, inzuppato di decine di templi come Basantapur Durbar, Taleyu Temple, Chyasin Dega; colonne, statue, mille divinità, simboli religiosi, campane, il tutto costipato in un’area così ristretta e quindi caotica come un formicaio. Camminando devo fare attenzione alle centinaia di bici, rickshaw, carretti, motociclette e motorini, quasi sempre dotati di una specie di “rostri” frontali pronti a difendere il motore e le gambe del pilota. Già prefiguro qualche buona bozza sulle mie gambe molli, ma invece riesco a schivarne un paio ed evitare dolori.
Ganesh, Shiva e altre innumerevoli divinità Induiste appaiono in diverse forme e colori; persone di origine diversa, nepalese, tibetana, indiana, si avvicendano di fronte alle loro rappresentazioni, e usano modi diversi per adorarli a modo loro, toccando, spargendo fiori, spezie colorate, offrendo cibo, bevendo, compiendo rituali strani, forse inventati lì per lì.
Due santoni indiani, colorati di un giallo e arancione che si sposano splendidamente con la barba grigia, i lineamenti morbidamente scavati e la pelle scura, si avvicinano e mi propongono una foto con loro, sorridendo. Sono ormai avvezzo a certe cose e so che mi chiederebbero dei soldi, come i centurioni romani al Colosseo: ringrazio ma non accetto. Alcune volte viene la tentazione di aprire il portafoglio e donare dei soldi, come del resto in India. Quelli che abitano in campagna sono soliti recarsi nelle grandi città, vivere di accattonaggio per due-tre mesi, tornare in campagna e usare i risparmi per sopravvivere il resto dell’anno. E’ una specie di “lavoro estivo”, in questo senso, anche se indubbiamente poco piacevole.
Ho deciso da tempo di non donare mai alla gente per strada. Donare un pesce per un giorno non aiuta, come recita il detto; preferisco dedicare i miei soldi a progetti solidi e duraturi, come 1298 o altre iniziative di Acumen Fund, alle quali ho dedicato il (poco) denaro che ho deciso di destinare alla beneficenza.
Lo stupa buddista, una montagnosa cupola bianca con in cima i tredici gradini dell’elevazione Buddista e il simbolo del fiore di loto, è circondato di “pray wheels“, ruote di preghiera, cilindri di varie dimensioni cosparsi di scritte che bisogna far girare mentre si prega. Noto tante persone che compiono i sette giri dello stupa, un diametro di circa cento metri, facendole girare tutte, per esaudire i loro desideri e compiere la preghiera. Una vecchia tentenna tra una ruota e l’altra, e in mano snocciola una sorta di rosario. Sorrido alla ingenuità, alla semplicità di questa persona, a cui sento di volere bene al di là di tutto.
Torniamo in centro città, io e la guida molliamo l’auto e ci muoviamo a piedi. Tutto intorno è un brulicare di motociclette, sbuffate di smog, cavi elettrici ovunque, scritte pubblicitarie tra cui campeggiano pepsi, coca-cola e sigarette; ogni tanto incrociamo un Tartem, un piccolo stupa; ci imbattiamo in negozi inimmaginabili nel loro caos e nel tipo di mercanzia offerta. I tessuti nepalesi, il cibo incerto, qualche raro negozio semi-occidentale con orologi, o argento, o elettronica, strade dissestate ovunque, nessun senso di ordine, gente vestita di stracci o comunque di abiti lerci o rimediati, e poi i motociclisti con qualche abbigliamento più costoso e pulito.
Cammino per oltre un’ora, sento improvvisa la stanchezza degli ultimi viaggi: in nove giorni dieci voli, dall’Europa a Singapore, poi a Bangalore, Mumbai, Delhi, Kathmandu e oggi Seoul, domani di nuovo Singapore, tra tre giorni di nuovo Europa. Torno in albergo, dove scopro che la corrente elettrica è razionata e in questo momento non è disponibile. Subekchha, una bella ragazza mora con un volto da modella, figlia della proprietaria dell’albergo, con un decente inglese mi spiega la situazione e mi dice che accenderanno il piccolo gruppo elettrogeno per me. Sorride gentile, e mi guarda incuriosita quando tiro fuori il mio MacBook con custodia rosa. Guarda il mio orologio di plastica, anch’esso rosa, e sorride. Dopo qualche minuto ho internet, e ne approfitto per guardare la posta e chiamare su Skype una persona cara.
A cena, sempre lì in albergo, il cameriere Umat mi accoglie con la gentilezza tipica del Nepal. Dannevat, grazie, rispondo. Mi viene in mente che qui a Kathmandu molti conoscono Baggio, chiedo a Umat ma lui non sa nulla di calcio. Salgo quattro rampe di scale, apro il catenaccio, entro nella mia stanza tipicamente nepalese, grande, con un letto matrimoniale comodo ma mezzo diroccato. Mi guardo quattro video scaricati da TED, tra cui Jamie Oliver, vincitore del TED prize. Persona senz’altro ammirevole, ma pessima esposizione nonostante la buona volontà. Sostiene che abbiamo un problema enorme, il modo in cui ci cibiamo, e crede che per risolverlo sia necessario insegnare a tutti cosa sia il cibo, e come si cucina. Non sono d’accordo: se le persone non imparano a cucinare è perchè cucinare richiede tempo. Non basta la buona volontà e i buoni propositi a cambiare le cose, ci vogliono i giusti incentivi. Spero di sbagliarmi, e spero che Jamie riuscirà ad esaudire il suo “TED Wish”, il desiderio che un vincitore esprime. E’ facile essere un “naysayer”, un criticone. Auguro a Jamie il successo. Ascolto il video di Jamie Heywood, che ha perso il fratello tre anni fa e che ha usato l’esperienza come stimolo per creare una piattaforma web di condivisione di informazioni mediche. Nobile e umanitario, bravo. La stanchezza ha la meglio su di me, spengo il Mac e sogno cose che non ricorderò.
L’indomani mi sveglio riposato, dopo quasi nove ore ad occhi chiusi. Volevo visitare lo stupa Swayambhu, qui nei paraggi, e giocare un po’ con le scimmie locali… Ma ho qualche pensiero in testa e spendo un paio d’ore a pensare, riflettere, scrivere qualcosa. Gli ultimi anni della mia vita li ho passati spesso da solo, ma sarebbe sbagliato dire che mi sono sentito solo: avere degli attimi per riflettere significa riuscire a comprendere ciò che si sta facendo, come si sta affrontando la vita, quali decisioni prendere. Essere soli ogni tanto può fare bene al proprio benessere.
Faccio le valigie, all’uscita dalla stanza decido di andare sul tetto e ammirare il panorama, un ammasso di edifici, antenne, panni stesi, torri dell’acqua, cartelloni pubblicitari ingannati dallo smog cittadino e da un’aria grigia ma irradiata dal sole.
Mentre scendo dal terrazzo, un tizio che era lì con me mi chiede che ore sono, e riconosco subito l’accento italiano. Si chiama Paolo Bombetti, ha un Bed & Breakfast a Roma (www.cuscinoecappuccino.it), chiude per tre mesi l’anno e ne approfitta per fare viaggi. Bella vita. Viene da Varanasi, secondo lui la città indiana più indiana che ci sia, e si ferma a Kathmandu per quattro giorni con suo padre.
Un giorno vorrei anche io una attività del genere. Avere molte settimane all’anno di ferie è come un “mini-retirement”, una mini-pensione. Aiuta molto. Ne sento il bisogno, e in realtà sto programmando una cosa del genere da tempo.
Pranzo di nuovo in albergo. Invece del Dal Jhaneko (lenticchie, aglio e semi di cumino) e del Tihun Misayako (curry vegetale) di ieri sera, decido di assaggiare il Bhat (riso integrale), il Roti (pane bianco, tipo focaccia), un po’ di verdure grigliate, erba e tofu.
Scopro che i taxi fanno sciopero. Mi incammino con le valigie verso l’autobus. Temo di perdere l’aereo o di dover comunque fare le cose troppo in fretta e così, tra un sorriso, una parola decisa e un gesto strano, convinco un tizio ad accompagnarmi all’aeroporto col suo taxi, complice una generosa mancia per un totale di 3000 rupie indiane, circa 60 dollari. Durante il tragitto mi ripete che siamo in pericolo, che se ci beccano rischiamo grosso. Intravediamo un corteo di manifestanti in lontananza, e lui prende una strada laterale per evitarli. Scopro che la piccola Suzuki riesce a fare il fuoristrada, perchè queste mulattiere con tracce di catrame e buche da battaglia non si possono certo definire strade cittadine. Questo imprevisto diversivo mi permette di ammirare, per una mezz’ora, gli interni dei quartieri più poveri di Kathmandu, fotografando coi miei occhi decine di diverse scenette, dal negoziaccio di cereali, alla donnona appoggiata alla ringhiera, al falegname che lavora con le assi in mezzo alla strada, ai bambini che corrono, i cani secchi e intontiti,
In aeroporto sbrigo le mille formalità, mi dimeno tra le lentezze burocratiche e i controlli severi ma incerti, cerco inutilmente di far funzionare la connessione ad internet del mio portatile da un “hot-spot” bar accampato tra le sedie, e infine salgo in aereo.
Mi siedo vicino ad una coppia di coreani e subito attacco bottone, come mio solito. Imparo a dire grazie, kùmap sàmmidàa; prego, chammanèo; mi chiamo Simone, dee iru un Simone immidàa. Ringrazio Woo Hoon Young, un medico coreano che si sorprende della mia facilità nel pronunciare il coreano perfettamente. Imparare lingue diverse e pronunciarle bene mi è sempre risultato facilissimo, ed è uno dei miei giochi preferiti quando parlo in posti come Mosca o Tokyo o Praga, o quando voglio attaccare bottone con belle ragazze.
La hostess coreana mi guarda gentilissima col suo viso incantevole e i lineamenti di seta, e mi chiede se ho ordinato un pasto vegetariano. Confermo, e ringrazio in coreano. Lei sorride, e arrossisce. Si chiama Kim, o qualcosa del genere, e mi chiede il mio nome.
Continuo a scrivere per un po’, arriva il mio vegetarian meal e me lo gusto guardandomi un film su New York per un’oretta, un film incastrato male che parla di amori, pensieri, sigarette, matrimoni. Mi piace l’atmosfera di New York, l’idea che lì vivano migliaia di persone con una storia particolare. Tuttavia, una città che ti indurisce, piena di competizione e di violenza.
Mi viene in mente una persona, e visto che questa roba sarà pubblica non mi va di scrivere tutto. Il pensiero rimane per un po’, mi accarezza, mi accompagna. Voglio tenerlo privato, eppure scriverne quel tanto che basta per poterlo riassaporare, rileggendomi. Vorrei che fosse qui, vorrei dirle delle cose semplici e belle, e vedere un sorriso spuntare sul suo viso. Sentire il suo braccio che si avvicina al mio, lo tocca. La mano che imprigiona la mia, in una gabbia di affetto e di luce.
New York con la neve, mi viene in mente. Everyone comes from somewhere else. E il Nepal si intreccia con la Grande Mela, e Kathmandu con Manhattan, e altri pensieri si intrecciano, scossi dall’annuncio in coreano che interrrompe il film.
Sento che la mia “vena” si sta esaurendo, e che aggiungerei soltanto cose non necessarie. Mi fermo, ammiro questa piccola creazione che dal monitor mi illumina il volto. Mi guardo intorno, prendo un respiro lungo. Annuso l’aria stantìa dell’aereo, a cui ci si abitua subito. Una hostess mi interrompe con le carte di immigrazione, le prendo, le compilo. Ammiro per un attimo le mie foto di Kathmandu.
Viaggiare è una ricchezza in sè. Stimoli, esperienze, la mente che si apre e respira a pieni polmoni l’aria del mondo. E ti senti diverso, e pensi che in tanti non possono capirti fino in fondo. Le esperienze che vivi sono tue. Puoi condividerne alcune scrivendo, ma quello che viene scritto nel tuo spirito, nella tua mente, è possibile conoscerlo solo stando con te, condividendo una vita, un’amicizia, una intimità con te. Rendendo alcuni giorni indimenticabili, eterni, immensi.
Faccio suonare Ludovico Einaudi e la sua musica celestiale, e Battiato, e mi abbandono ad un momento di pace.
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