Simone Brunozzi

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Samson and Delilah

Domenica notte. Sono sul volo Pechino-Singapore. Red eye: un volo che parte la sera tardi e arriva la mattina presto (questo è per Monica). Uno di quei voli in cui ci si aspetta di dormire un po’.
Io volo in media oltre cento volte l’anno, cinquecento ore, duecentomila miglia, e mi sono quasi abituato alla scomodità degli aerei. Nemmeno impreco più contro la stupidità paleolitica dei designer che fanno gli stessi stupidi errori su tutti gli aeromobili: il bracciolo appuntito che ti fa quasi male alla gamba; il tavolino reclinabile, che se ci metti un PC, anche piccolo, non riesci nemmeno a scrivere; il sedile completamente anti ergonomico; gli scompartimenti dalla forma anti-valigica, in modo da farti faticare come un matto per farci entrare un trolley che qualche altro designer stupido ha disegnato e ti ha convinto a comprare; il poggiatesta che non serve ad un cavolo; il bracciolo su cui non c’entrano le braccia dei due passeggeri che confinano, e che comunque è troppo basso per un adulto; il poco spazio per le gambe delle compagnie aeree tirchie, come Air China. Oppure il cibo schifoso, anche se io prendo solo roba vegetariana e quasi mai lo mangio, proprio perchè schifoso. Tranne quando volo Singapore Airlines, che lì almeno il cibo è buono (ma il biglietto costa molto di più).

world-clock

(così la Cina vede il mondo)

Non sono granchè di buonumore, se non si è capito. E mi sta dando fastidio il fatto di dover volare in Economy class, sempre e comunque. Stanotte Avrei proprio avuto bisogno di un sedile più confortevole in cui riposare in pace. Che poi ci perde l’azienda, a non mandarmi in Business Class, ma tant’è, questo è quello che passa il convento. Anche il Senior Vice President viaggia in Economy, che gli posso dire? Che io sono più speciale di lui?
L’indomani mi aspetta, nell’ordine: atterraggio alle 5:45am; in mattinata, ingresso nel mio appartamento a Singapore e tutte le questioni annesse, tipo allaccio dei contatori, sistemazione delle valigie, eccetera; breve visita al lavoro, per sistemare le note spese e lavorare i messaggi urgenti; intervista per ottenere lo status di Permanent Resident a Singapore, che richiede anche la compilazione di un lungo questionario che non ho avuto ancora il tempo di guardare; di nuovo al lavoro, per impostare le cose della settimana; cena da qualche parte, rimediata, visto che ancora in casa non posso cucinare; meritato sonno. E i successivi sei giorni, una valanga di lavoro.
Sono qui, seduto in aereo, che penso alle mie cose da fare, al lavoro che mi aspetta, a due settimane di fuoco che culmineranno con sei miei interventi, di cui due keynotes, tre seminari, un workshop, ad una conferenza di sviluppo software a Bangalore. Dal 24 aprile in poi le cose dovrebbero andare un po’ in discesa. Il sollievo è troppo lontano, ancora, per avere effetto.
Non voglio essere frainteso: amo il mio lavoro. Mi sta dando delle soddisfazioni incredibili. Però ci sono anche i momenti di stress come questo, in cui si accumulano le cose e ti senti davvero impotente di fronte alla mole di lavoro che si accumula. E per come sono fatto io, finchè non è sistemato non mi sento in pace.
Mi viene da sorridere, a pensare ad un paio di commenti che ho ricevuto proprio circa il mio lavoro: gente che non ha idea di cosa sia realmente, e che pensa che stia facendo la pacchia a Singapore, guadagnando fantastiliardi di dobloni d’oro e gustandomi caviale e Champagne in First Class. Niente di tutto questo. Come dice Malcolm Gladwell, un lavoro soddisfacente consiste in compiti complessi ma fattibili, ricompense continue, in termini di denaro ma anche di soddisfazioni, e grande libertà di azione. Io ho tutte e tre le cose, ed è il motivo per cui il mio lavoro mi piace un sacco.
Come avete capito, stavolta non riesco a dormire in aereo, e così ho deciso di passare le quattro ore di volo rimanenti a scrivere, o almeno finchè non mi torna il sonno.
Queste righe, però, le dedico ad una persona speciale. Alla mia persona speciale. E le dedico anche ai miei genitori e a Mio Fratello, che ogni tanto sbirciano il mio blog e hanno sete di sapere cosa penso e cosa faccio. Però mi va anche di condividerle coi lettori del mio blog, e quindi: eccole pubblicate. Armatevi di pazienza e leggete, se ne avete il coraggio. Probabilmente siete al lavoro o state facendo altro, e pensare di passare altri dieci, forse quindici minuti a leggere Simone, beh… Non vi va tanto. Vi capisco. In tal caso, passate oltre. Non vi obbliga nessuno. Sappiate solo che vi state perdendo uno dei rari momenti di perfetta ispirazione e “flusso” di pensieri, il che significa che se non leggete queste righe, non ha molto senso continuare a leggere il mio blog, no?
Va bene, dai, la smetto con la roba goosmamica e mi rimetto in carreggiata.
Prima mi sono visto un film quasi sconosciuto, Samson And Delilah,(qui altre definizioni), australiano del 2009. Una di quelle sorte di film indipendenti, girati con poco budget, destinati a rimanere sconosciuti ai più. Che tristezza, il fatto che tanti film forse bellissimi non riusciamo nemmeno a vederli, perchè bombardati dai grandi Blockbuster che invadono i Cinema e uccidono la creatività di tutti gli altri film.
Samson And Delilah: un giovane ragazzo e una giovane ragazza, aborigeni australiani. Lui vive in una baracca con suo fratello e un paio di altri amici, che suonano musica banale sul porticato, tutto il giorno. Lei vive poco distante: accudisce la nonna, e pittura roba etnica che un bianco australiano compra periodicamente per pochi spiccioli. Vivono entrambi in una specie di piccolo avamposto diroccato e dimenticato da Dio, nel mezzo del deserto australiano, una dozzina di baracche con qualche arbusto che cresce svogliato, un telefono pubblico che suona spesso ma a cui nessuno presta attenzione, qualche canguro che si fa accoppare, corrente elettrica, acqua corrente quando va bene. Soglia di povertà, per capirci.
Il film procede lento, quasi senza dialoghi. Samson è mezzo sordo, e non parla mai. Si interessa a Delilah, e un bel giorno decide di prendere il suo materasso lercio e la sua coperta lurida per trasferirsi sul porticato della baracca di Delilah, che inizialmente lo respinge ma poi lo lascia dormire lì fuori, accanto al fuoco. La nonna di Delilah già lo chiama Marito, usando il Warlpiri, come se quello fosse l’unico modo per iniziare l’accoppiamento tra due giovani.
Succedono diverse cose, sempre con un ritmo quasi lento ma mai banale. I due vengono menati, Samson dal fratello, Delilah dalle altre donne dopo la morte della nonna; Samson ruba un’auto, ci carica Delilah, e fugge verso la città. Finisce la benzina. Mollano l’auto, si ritrovano in città, accattoni. Mentre camminano, lui avanti e lei dietro, un’auto si ferma e due tizi rapiscono Delilah, ma Samson si accorge solo quando riesce a sentire lo stridio delle gomme dell’auto che fugge, ed è troppo tardi. Delilah torna dopo decine di ore, menata e forse violentata. Sostano sotto ad un ponte, in compagnia di un barbone che chiacchiera in inglese australiano e che quindi fatico a capire. Samson respira l’odore della benzina, che tiene in una bottiglia da cui non si separa mai. Respirare benzina per ore ed ore lo rincoglionisce il giusto, il che avrà effetti sul resto del film. Altre vicende si susseguono, che non vi racconto per non rivelarvi proprio tutto.
Il film non è eccezionale. Si guarda, ma non aspettatevi gli effetti speciali di Avatar. Tuttavia mi ha fatto riflettere, che è la cosa più bella che un film possa fare.
Ho pensato alle condizioni degli aborigeni, o comunque delle persone povere. Il film riesce stupendamente a farti sentire lì con loro, a soffrire con loro, a chiederti se tu fossi in quella situazione, cosa faresti, come reagiresti.
Ho pensato a Samson e Delilah, che si corteggiano in una maniera rozza, primitiva, quasi animalesca: nessuna parola, gesti semplici e chiari, come il lancio di un sasso verso l’altro, o una smorfia, o un rifiuto, che non lasciano spazio alla discussione, ma solo al pazientare dell’altro. E’ un modo quasi tenero, e che in alcuni momenti mi ha quasi commosso. E mi ha fatto pensare ad un recente bisticcio con la mia donna, e a quanto inutile ed superfluo fosse il bisticcio. Mi ha fatto pensare che meritiamo entrambi più pazienza.
Ho pensato a quanto distante fosse la loro vita da quella di noi occidentali, in un contrasto che emerge spietato quando Delilah cerca di vendere una sua pittura etnica per comprarsi da mangiare, e gli occidentali di un bar la schifano, la ignorano, e tu sei lì che vorresti dir loro di fare qualcosa, di aiutarla per Dio, ma niente.
Ho pensato che ci sono miliardi di persone, nel mondo, che vivono in queste condizioni. Che nella nostra vita di tutti i giorni le ignoriamo, ed è normale; ma quando ce le ritroviamo di fronte ai nostri occhi, se abbiamo anche solo un briciolo di umanità dentro, non possiamo non soffrire per loro e con loro, e non possiamo non sentire un desiderio impellente di fare qualcosa.
Ho pensato, ed ho pianto, sì: poche lacrime, amarissime, per un mondo così crudele, che quando lo vedi in uno squarcio come quello di un film, ti senti così impotente, così arido, vorresti fare qualcosa ma sai che il massimo che puoi fare è scrivere qualche pagina per la tua ragazza, per i tuoi cari, per i lettori del tuo blog.
Ho pensato al momento in cui Delilah viene rapita, menata e suppongo violentata: non so se riuscirei a sopportare una cosa del genere fatta ad una persona che amo. Il solo pensiero mi squarcia.
Eppure succede a tante persone, ogni giorno. Provo una profonda compassione per loro.
Ho pensato anche cose più grandi di me: la società in cui viviamo, le grandi corporation che stanno diventando sempre più dei mostri asettici, le nostre vite sempre più pregne di pubblicità, consumismo, carriera e lavoro, la perdita di fiducia nelle istituzioni, il lamento continuo, e quella sensazione che tutto sta andando a puttane. E poi mi sono metaforicamente guardato allo specchio, ed ho riconosciuto che la mia non è poi tanto diversa, di vita. Ogni tanto apro gli occhi, sì, ma per gran parte del tempo li distolgo come tutti gli altri.
Ho pensato: che strano, condividere tutte queste cose così, scrivendo, invece di parlarne a voce con lei. Beh, lei in questo momento è lontana, e finchè non si avvicina non ho molti altri modi per farlo. Ed è una fortuna, perchè condividere questo con lei significa poterlo anche condividere anche con altri. Un po’ lo faccio anche per me stesso, lo ammetto: per scrivere qualcosa che poi mi resta.
Ho pensato, e mi sono fermato: la vena creativa sembra essersi esaurita. Mi è viene in mente Montale, una delle poche poesie che ricordo, e che chiude il mio romanzo Nonovvio:
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Poesia bellissima. Ecco, di gitto, si sono accampati sullo schermo alberi, case, colli. La mia mente, che riviveva il film, il viso della mia ragazza, la mia vita, i miei ricordi, è tornata improvvisamente nella realtà. In un aereo semibuio, alle tre di notte, seduto scomodo di fronte ad un Mac poco luminoso per risparmiare la batteria e farla durare tutto il viaggio.
Il film, se ci riuscite, vedetelo. Forse vi deluderà, perchè vi aspettate chissà cosa e magari invece vi accorgerete che la mia immaginazione ha fatto molto più del regista.
Però, se potete, riflettete per qualche momento, come ho fatto io. Non necessariamente di fronte ad un film. Togliete gli alberi, le case, i colli, aprite gli occhi per bene e guardate il mondo, e la vostra vita, in faccia. Ecco, anche solo per un momento, ne vale la pena.
La vena d’ispirazione si è esaurita del tutto, e la stanchezza sta davvero prendendo il sopravvento.

Ciao, mia cara: quando leggerai il mio blog per caso, troverai questo e sono sicuro che ti piacerà.
Lo starnazzare delle oche e il canto impertinente di un merlo… sono ancora con me.

Frank Gehry

Frank Gehry è un architetto famosissimo, forse uno dei più quotati attualmente.
Due settimane fa, sul volo Pechino-Roma, ho conosciuto l’Architetto Sergio Giocondi, sgarchitecture.com, che vive e lavora a Pechino da venti anni. Caso strano, l’ho incontrato di nuovo sul volo Roma-Pechino di pochi giorni fa :)
Sergio mi raccontava brevemente della sua carriera, e menzionava di aver lavorato con Gehry a Los Angeles per alcuni anni, per poi emigrare a Pechino.
Ma io l’ho conosciuto, Gehry. A Los Angeles, nel 2003 (mentre studiavo lì Computer Science, alla UC Irvine). La mia ragazza di allora, Silvia, studiava Ingegneria Civile ed era appassionata del lavoro di Gehry, e così decisi di comprarle un libro con i lavori di Gehry, e di farlo autografare direttamente da lui. L’incontro è stato brevissimo, perchè Gehry aveva da fare e io non ero nessuno. Però mi è piaciuto lo stesso.

A distanza di anni, con Silvia siamo rimasti amici, e proprio dopo l’incontro con Sergio, ho pensato bene di chiederle una foto della dedica, così, per mia memoria. Eccola qui.
Che bei ricordi.

Dedica-Frank-Gehry

Se qualcuno sta affogando, lo salvi?

Stai camminando e improvvisamente vedi una persona, anzi un bambino, che sta affogando.
Puoi salvarlo, ma per farlo devi buttarti in acqua e rovinare le tue costose scarpe italiane.
Che fai, ti butti? Il bambino è lì, non ce la fa più, ancora pochi secondi e la sua vita finirà miseramente.
Hai pochi secondi per pensare.
Ti butti?

La domanda era tosta, vero? Credo che molti di noi risponderebbero di sì.
Ovvero, sarebbero disposti a rovinare un paio di scarpe da 100, 200 euro, pur di salvare una vita.

E se ti dico: dona 25 dollari per salvare una vita? Fa così tanta differenza, per te?
Per molti la fa, la differenza. Le parole chiavi, in questo caso, sono PROSSIMITA’ e ATTENZIONE.
Se il problema non ci tocca da vicino di solito preferiamo ignorarlo.
[ispirato da]

Nei giorni scorsi ho lanciato due piccole campagne di raccolta fondi per Acumen Fund, usando come spunto una mia visita al quartier generale di 1298, a Mumbai.
La prima proviene da un articolo di giornale da me scritto su Nòva, giovedì scorso.
La seconda, da un mio articolo scritto nel mio blog.
Non avevano la pretesa di salvare il mondo, ma erano piuttosto un mio esperimento per vedere che tipo di risultati possono scaturire da iniziative di questo tipo.

Ecco i risultati:

acumen-fund-campaign

Commento ai risultati:
1) L’articolo su Nòva ha generato solo 7 click, e nessuna donazione.
2) Il mio blog post ha generato 49 click, e donazioni pari al 16,33% (8 donazioni, immagino). Ancora non conosco l’importo delle donazioni, ma immagino il totale sia al di sotto dei 100 dollari.
3) Sono stato felice di scrivere l’articolo su Nòva, ma dovrei inventarmi un altro modo per “monetizzarlo”.

Infine, due cose:
1) Mi piacerebbe sapere cosa pensate di questi risultati. Non è bello analizzare cose del genere? Non vi elettrizza? A me sì.
2) Fate ancora in tempo a donare, qui: http://bit.ly/acumen-brunozzi-it. E non dovete nemmeno bagnarvi.

Umilmente, credo che queste cose possano cambiare il mondo molto più delle nostre elezioni. Ma è un discorso lungo…

Grazie :)

Mante vs Mattina

E’ sabato, sono all’aeroporto di Shanghai, in attesa di un volo per Beijing. Sono stanchissimo, dopo una notte passata a lavorare fino alle 2, dopo una cena piacevolissima con Davide Rana (di cui vi racconterò poi) e la sua ragazza, e tre ore scarse di sonno.
Perciò, mi arrischio a “rompere” un po’ le scatole al caro buon vecchio Mante, persona che stimo grandemente, perchè vorrei paragonare il suo modo di “vedere” la politica con quello di Nicola Mattina, altra persona che stimo parecchio.
Lo faccio, però, non per spirito polemico, ma per sottolineare quello che è il mio umile punto di vista.
In breve, Nicola guarda alla PERSONA, e dice che Emma Bonino riceverà il suo voto alle regionali del Lazio.
Massimo si sofferma sulla sua idea di politica, e sul suo gradire o meno le posizioni dei partiti, utilizzando uno strumento intelligente messo a disposizione da OpenPolis (lo sfondo si riferisce alle elezioni 2008, ma credo sia tuttora validissimo):

mantellini-politica

Da notare l’utilità di uno strumento del genere per permettere ad un elettore di confrontare le sue idee politiche con quelle dei partiti di riferimento.

Ecco, il limite secondo me c’è lo stesso, perchè guardare ai partiti non basta: i partiti hanno sì posizioni importanti, ma spesso la loro azione per portarle avanti non è efficace, per via della lentezza dell’apparato burocratico nostrano.
Preferisco di gran lunga l’approccio di Nicola il quale, da cittadino informato, sa benissimo che quel candidato si comporterà meglio dell’altro.

E’ normale, vista da Massimo (Mante), pensare ANCHE ai partiti; ma per me, che ritengo il dualismo destra/sinistra piuttosto obsoleto o comunque limitato, conta molto di più la possibilità di votare la persona.

E quando la persona da votare non c’è?
E quando, insieme a te, votano altri milioni di persone, e il tuo voto non conterà nulla in ogni caso?
Belle domande no?

Oh, poi, ce ne fossero di persone che comunque ne parlano, ne discutono, si animano e cercano di fare qualcosa perchè hanno a cuore il proprio paese.

Un giorno a Kathmandu

22 Febbraio 2010. Sono a Kathmandu, capitale del Nepal, spacciata per secoli per la favolosa e inaccessibile Shangri-La. Oggi la città è un ammasso di quasi due milioni di persone, caoticamente annegate nel traffico, nell’inquinamento pesante dei motori a scoppio e una valle che trattiene tutto dentro.

kathmandu

Tre giorni fa ho passato una splendida serata a Mumbai con Yehia, un trentenne libanese figlio di funzionari ONU, che ha vissuto una decina di volte in posti diversi per pochi anni e che negli ultimi tempi si è occupato di attività “sociali”, lavorando per diverse NGO, aziende non profit.
Con lui ho assaggiato il Chaat, “street food”, aperitivi che si mangiano in strada come il Paniopuri, in uno dei pochissimi posti con acqua filtrata, che garantisce a noi occidentali di non ammalarci di stomaco, e il buon pane indiano, Pav. Mi ha suggerito di visitare il Borneo e in particolare Kota Kinabalu, una bellissima montagna incontaminata.
A Mumbai lavora per 1298, un servizio di ambulanze innovativo che si finanzia con persone abbienti e offre il servizio gratis ai poveri. Grazie a lui e a Yasmina di Acumen Fund ho incontrato a Mumbai Sweta Mangal, CEO, che mi ha raccontato la storia e i particolari di 1298.
Ieri invece ero a Delhi, sempre per lavoro, e sulla strada verso Seoul ho pensato bene di prendere un connecting flight passando per Kathmandu. Lo so, ho una dimensione tutta mia. Un mio amico direbbe: passo a comprare le sigarette prima di venire a trovarti, visto che sono di strada. Per me “essere di strada” significa volare da Delhi a Seoul passando per Kathmandu…
Per molti un aereo è un aereo. Per me è un autobus con le ali. Come i piccioni: ratti con le ali.

Tra poche ore ho il mio volo, sono in uno degli aeroporti più semplici e incasinati del mondo, KTM, e attendo il mio aereo scrivendo queste righe. Tra poche ore sarò a Seoul, per la prima volta in vita mia. Simile al Giappone, dicono, che ho già visitato un anno fa. Sono curiosissimo.
Ieri ho assaporato una domenica di sole tiepida e luminosa: in poche ore ho avuto il mio assaggio di Kathmandu, dall’Hymalaya innevato che si vedeva dai finestrini dell’aereo, alla caratteristica stanza del mio albergo, il Kantipur Temple House, in stile nepalese, al cibo semplice e quasi buono, al caos delle strade mentre la mia guida, Bhaskar Uprety (explore@mos.com.np), tre ore per sessanta dollari inclusa l’auto, mi accompagnava al Baudha Stupa, o Boudhanath (“signore della saggezza”), uno “stupa” (monumento religioso) buddista tra i più sacri al mondo per il buddismo tibetano, e anche “World Heritage Site”.
L’autista invece è un membro della tribù Taru, originaria della parte sud del Nepal, una regione che si chiama Tarai. Bhaskar mi racconta la storia del Nepal, delle sue cento tribù, delle decine e decine di diverse lingue, tutte basate sul Sanscrito ma ognuna con le sue peculiarità. Molti europei vengono qui in Nepal, qualche australiano, qualche americano. Sono tutti molto curiosi e amichevoli, a parte i businessman che invece vengono per lavoro e hanno la faccia incazzata tutto il tempo.
Al Baudha Stupa scopro tante cose del Buddhismo, una religione diversa da quella cristiana, eppure così uguale nel modo in cui crea tradizione, riti, misteri, storie, aspettative, liturgie. Casualmente sto leggendo una biografia del Dalai Lama scritta da uno psicologo americano, e avidamente cerco di carpire l’essenza del Buddhismo.
Il pensiero occidentale considera l’uomo “homini lupus”, come recitava Hobbes: siamo egoisti e pensiamo al nostro interesse. Konrad Lorenz, il naturalista, considerava l’uomo biologicamente simile ad un predatore. Il Buddhismo, di contro, considera l’uomo buono di per sé, anche se l’aggressività può emergere come conseguenza della mancanza di compassione e amore, un pensiero condiviso dal filosofo Hume. Mi incuriosisce la quasi totale assenza del sesso tra gli argomenti del Buddhismo che, in sostanza, lo usa, contiene, ingabbia e trattiene in maniera simile al cristianesimo. Potrei sbagliarmi, è chiaro: ma queste sono le mie prime impressioni.
Del Buddhismo mi affascina questa aura di pace e serenità, che tuttavia sembra quasi inquinata in alcuni dei volti dei monaci Buddhisti che incontri per strada. Ho conosciuto alcuni cristiani con un’aura speciale, con una serenità, una pace d’animo invidiabili, ma allo stesso modo non tutti i cristiani sono così. Buddhisti, cristiani, musulmani: sono tutti esseri umani, in fondo, e se esistesse una religione che garantisse serenità e pace, le altre religioni non esisterebbero più da tempo.
Mi soffermo, leggendo, sul concetto di intimità e dei “Field of Merit“, campi di merito, ovvero quelle buone azioni della vita corrente che ci permettono di accedere ad una vita ad un livello superiore dopo la reincarnazione. Concetti stravaganti e di dubbia verità, ma interessanti da analizzare se si pensa ai motivi per cui sono stati creati. Fai agli altri ciò che vuoi che gli altri facciano a te, è il motto cristiano, buddhista, e di molte altre religioni.
I miei occhi si adattano subito all’ombra dell’interno di uno dei templi, e mi affascina il suono ipnotico dello “Ohm” dei monaci, con quella tipica nota metallica che si ottiene sommando più voci che si rincorrono sullo stesso tono. Il suono ripetuto, il movimento ritmico del corpo, le genuflessioni, sono atti che inducono uno stato mentale particolare, una sorta di trance, rendendo la persona più impressionabile e le esperienze più incisive. Del Buddhismo e in generale dell’Asia mi affascina la meditazione, lo Yoga, questo tipo di pratiche corporali e mentali che possono portare benefici importanti al benessere di una persona, anche slegate dal contesto religioso in cui si sono sviluppate.
Tutto ciò si differenzia dall’Induismo politeista e coloratissimo che scopro a Durbar Square, un “World Heritage Site” anch’esso, inzuppato di decine di templi come Basantapur Durbar, Taleyu Temple, Chyasin Dega; colonne, statue, mille divinità, simboli religiosi, campane, il tutto costipato in un’area così ristretta e quindi caotica come un formicaio. Camminando devo fare attenzione alle centinaia di bici, rickshaw, carretti, motociclette e motorini, quasi sempre dotati di una specie di “rostri” frontali pronti a difendere il motore e le gambe del pilota. Già prefiguro qualche buona bozza sulle mie gambe molli, ma invece riesco a schivarne un paio ed evitare dolori.
Ganesh, Shiva e altre innumerevoli divinità Induiste appaiono in diverse forme e colori; persone di origine diversa, nepalese, tibetana, indiana, si avvicendano di fronte alle loro rappresentazioni, e usano modi diversi per adorarli a modo loro, toccando, spargendo fiori, spezie colorate, offrendo cibo, bevendo, compiendo rituali strani, forse inventati lì per lì.
Due santoni indiani, colorati di un giallo e arancione che si sposano splendidamente con la barba grigia, i lineamenti morbidamente scavati e la pelle scura, si avvicinano e mi propongono una foto con loro, sorridendo. Sono ormai avvezzo a certe cose e so che mi chiederebbero dei soldi, come i centurioni romani al Colosseo: ringrazio ma non accetto. Alcune volte viene la tentazione di aprire il portafoglio e donare dei soldi, come del resto in India. Quelli che abitano in campagna sono soliti recarsi nelle grandi città, vivere di accattonaggio per due-tre mesi, tornare in campagna e usare i risparmi per sopravvivere il resto dell’anno. E’ una specie di “lavoro estivo”, in questo senso, anche se indubbiamente poco piacevole.
Ho deciso da tempo di non donare mai alla gente per strada. Donare un pesce per un giorno non aiuta, come recita il detto; preferisco dedicare i miei soldi a progetti solidi e duraturi, come 1298 o altre iniziative di Acumen Fund, alle quali ho dedicato il (poco) denaro che ho deciso di destinare alla beneficenza.
Lo stupa buddista, una montagnosa cupola bianca con in cima i tredici gradini dell’elevazione Buddista e il simbolo del fiore di loto, è circondato di “pray wheels“, ruote di preghiera, cilindri di varie dimensioni cosparsi di scritte che bisogna far girare mentre si prega. Noto tante persone che compiono i sette giri dello stupa, un diametro di circa cento metri, facendole girare tutte, per esaudire i loro desideri e compiere la preghiera. Una vecchia tentenna tra una ruota e l’altra, e in mano snocciola una sorta di rosario. Sorrido alla ingenuità, alla semplicità di questa persona, a cui sento di volere bene al di là di tutto.
Torniamo in centro città, io e la guida molliamo l’auto e ci muoviamo a piedi. Tutto intorno è un brulicare di motociclette, sbuffate di smog, cavi elettrici ovunque, scritte pubblicitarie tra cui campeggiano pepsi, coca-cola e sigarette; ogni tanto incrociamo un Tartem, un piccolo stupa; ci imbattiamo in negozi inimmaginabili nel loro caos e nel tipo di mercanzia offerta. I tessuti nepalesi, il cibo incerto, qualche raro negozio semi-occidentale con orologi, o argento, o elettronica, strade dissestate ovunque, nessun senso di ordine, gente vestita di stracci o comunque di abiti lerci o rimediati, e poi i motociclisti con qualche abbigliamento più costoso e pulito.
Cammino per oltre un’ora, sento improvvisa la stanchezza degli ultimi viaggi: in nove giorni dieci voli, dall’Europa a Singapore, poi a Bangalore, Mumbai, Delhi, Kathmandu e oggi Seoul, domani di nuovo Singapore, tra tre giorni di nuovo Europa. Torno in albergo, dove scopro che la corrente elettrica è razionata e in questo momento non è disponibile. Subekchha, una bella ragazza mora con un volto da modella, figlia della proprietaria dell’albergo, con un decente inglese mi spiega la situazione e mi dice che accenderanno il piccolo gruppo elettrogeno per me. Sorride gentile, e mi guarda incuriosita quando tiro fuori il mio MacBook con custodia rosa. Guarda il mio orologio di plastica, anch’esso rosa, e sorride. Dopo qualche minuto ho internet, e ne approfitto per guardare la posta e chiamare su Skype una persona cara.
A cena, sempre lì in albergo, il cameriere Umat mi accoglie con la gentilezza tipica del Nepal. Dannevat, grazie, rispondo. Mi viene in mente che qui a Kathmandu molti conoscono Baggio, chiedo a Umat ma lui non sa nulla di calcio. Salgo quattro rampe di scale, apro il catenaccio, entro nella mia stanza tipicamente nepalese, grande, con un letto matrimoniale comodo ma mezzo diroccato. Mi guardo quattro video scaricati da TED, tra cui Jamie Oliver, vincitore del TED prize. Persona senz’altro ammirevole, ma pessima esposizione nonostante la buona volontà. Sostiene che abbiamo un problema enorme, il modo in cui ci cibiamo, e crede che per risolverlo sia necessario insegnare a tutti cosa sia il cibo, e come si cucina. Non sono d’accordo: se le persone non imparano a cucinare è perchè cucinare richiede tempo. Non basta la buona volontà e i buoni propositi a cambiare le cose, ci vogliono i giusti incentivi. Spero di sbagliarmi, e spero che Jamie riuscirà ad esaudire il suo “TED Wish”, il desiderio che un vincitore esprime. E’ facile essere un “naysayer”, un criticone. Auguro a Jamie il successo. Ascolto il video di Jamie Heywood, che ha perso il fratello tre anni fa e che ha usato l’esperienza come stimolo per creare una piattaforma web di condivisione di informazioni mediche. Nobile e umanitario, bravo. La stanchezza ha la meglio su di me, spengo il Mac e sogno cose che non ricorderò.
L’indomani mi sveglio riposato, dopo quasi nove ore ad occhi chiusi. Volevo visitare lo stupa Swayambhu, qui nei paraggi, e giocare un po’ con le scimmie locali… Ma ho qualche pensiero in testa e spendo un paio d’ore a pensare, riflettere, scrivere qualcosa. Gli ultimi anni della mia vita li ho passati spesso da solo, ma sarebbe sbagliato dire che mi sono sentito solo: avere degli attimi per riflettere significa riuscire a comprendere ciò che si sta facendo, come si sta affrontando la vita, quali decisioni prendere. Essere soli ogni tanto può fare bene al proprio benessere.
Faccio le valigie, all’uscita dalla stanza decido di andare sul tetto e ammirare il panorama, un ammasso di edifici, antenne, panni stesi, torri dell’acqua, cartelloni pubblicitari ingannati dallo smog cittadino e da un’aria grigia ma irradiata dal sole.
Mentre scendo dal terrazzo, un tizio che era lì con me mi chiede che ore sono, e riconosco subito l’accento italiano. Si chiama Paolo Bombetti, ha un Bed & Breakfast a Roma (www.cuscinoecappuccino.it), chiude per tre mesi l’anno e ne approfitta per fare viaggi. Bella vita. Viene da Varanasi, secondo lui la città indiana più indiana che ci sia, e si ferma a Kathmandu per quattro giorni con suo padre.
Un giorno vorrei anche io una attività del genere. Avere molte settimane all’anno di ferie è come un “mini-retirement”, una mini-pensione. Aiuta molto. Ne sento il bisogno, e in realtà sto programmando una cosa del genere da tempo.
Pranzo di nuovo in albergo. Invece del Dal Jhaneko (lenticchie, aglio e semi di cumino) e del Tihun Misayako (curry vegetale) di ieri sera, decido di assaggiare il Bhat (riso integrale), il Roti (pane bianco, tipo focaccia), un po’ di verdure grigliate, erba e tofu.
Scopro che i taxi fanno sciopero. Mi incammino con le valigie verso l’autobus. Temo di perdere l’aereo o di dover comunque fare le cose troppo in fretta e così, tra un sorriso, una parola decisa e un gesto strano, convinco un tizio ad accompagnarmi all’aeroporto col suo taxi, complice una generosa mancia per un totale di 3000 rupie indiane, circa 60 dollari. Durante il tragitto mi ripete che siamo in pericolo, che se ci beccano rischiamo grosso. Intravediamo un corteo di manifestanti in lontananza, e lui prende una strada laterale per evitarli. Scopro che la piccola Suzuki riesce a fare il fuoristrada, perchè queste mulattiere con tracce di catrame e buche da battaglia non si possono certo definire strade cittadine. Questo imprevisto diversivo mi permette di ammirare, per una mezz’ora, gli interni dei quartieri più poveri di Kathmandu, fotografando coi miei occhi decine di diverse scenette, dal negoziaccio di cereali, alla donnona appoggiata alla ringhiera, al falegname che lavora con le assi in mezzo alla strada, ai bambini che corrono, i cani secchi e intontiti,
In aeroporto sbrigo le mille formalità, mi dimeno tra le lentezze burocratiche e i controlli severi ma incerti, cerco inutilmente di far funzionare la connessione ad internet del mio portatile da un “hot-spot” bar accampato tra le sedie, e infine salgo in aereo.
Mi siedo vicino ad una coppia di coreani e subito attacco bottone, come mio solito. Imparo a dire grazie, kùmap sàmmidàa; prego, chammanèo; mi chiamo Simone, dee iru un Simone immidàa. Ringrazio Woo Hoon Young, un medico coreano che si sorprende della mia facilità nel pronunciare il coreano perfettamente. Imparare lingue diverse e pronunciarle bene mi è sempre risultato facilissimo, ed è uno dei miei giochi preferiti quando parlo in posti come Mosca o Tokyo o Praga, o quando voglio attaccare bottone con belle ragazze.
La hostess coreana mi guarda gentilissima col suo viso incantevole e i lineamenti di seta, e mi chiede se ho ordinato un pasto vegetariano. Confermo, e ringrazio in coreano. Lei sorride, e arrossisce. Si chiama Kim, o qualcosa del genere, e mi chiede il mio nome.
Continuo a scrivere per un po’, arriva il mio vegetarian meal e me lo gusto guardandomi un film su New York per un’oretta, un film incastrato male che parla di amori, pensieri, sigarette, matrimoni. Mi piace l’atmosfera di New York, l’idea che lì vivano migliaia di persone con una storia particolare. Tuttavia, una città che ti indurisce, piena di competizione e di violenza.
Mi viene in mente una persona, e visto che questa roba sarà pubblica non mi va di scrivere tutto. Il pensiero rimane per un po’, mi accarezza, mi accompagna. Voglio tenerlo privato, eppure scriverne quel tanto che basta per poterlo riassaporare, rileggendomi. Vorrei che fosse qui, vorrei dirle delle cose semplici e belle, e vedere un sorriso spuntare sul suo viso. Sentire il suo braccio che si avvicina al mio, lo tocca. La mano che imprigiona la mia, in una gabbia di affetto e di luce.
New York con la neve, mi viene in mente. Everyone comes from somewhere else. E il Nepal si intreccia con la Grande Mela, e Kathmandu con Manhattan, e altri pensieri si intrecciano, scossi dall’annuncio in coreano che interrrompe il film.
Sento che la mia “vena” si sta esaurendo, e che aggiungerei soltanto cose non necessarie. Mi fermo, ammiro questa piccola creazione che dal monitor mi illumina il volto. Mi guardo intorno, prendo un respiro lungo. Annuso l’aria stantìa dell’aereo, a cui ci si abitua subito. Una hostess mi interrompe con le carte di immigrazione, le prendo, le compilo. Ammiro per un attimo le mie foto di Kathmandu.
Viaggiare è una ricchezza in sè. Stimoli, esperienze, la mente che si apre e respira a pieni polmoni l’aria del mondo. E ti senti diverso, e pensi che in tanti non possono capirti fino in fondo. Le esperienze che vivi sono tue. Puoi condividerne alcune scrivendo, ma quello che viene scritto nel tuo spirito, nella tua mente, è possibile conoscerlo solo stando con te, condividendo una vita, un’amicizia, una intimità con te. Rendendo alcuni giorni indimenticabili, eterni, immensi.
Faccio suonare Ludovico Einaudi e la sua musica celestiale, e Battiato, e mi abbandono ad un momento di pace.

Foto di Kathmandu qui.

Impicci e malattie

Tanti impicci, un po’ di raffreddore, mal di gola, tosse e compagnia bella.
Ergo: non ho avuto tempo per scrivere niente.
Spero mi perdonerete :)

A presto!

Nonovvio su Kindle

Il mio romanzo Nonovvio è ora disponibile anche su Kindle, a soli 99 centesimi di dollaro. Mica male no?
Se avete un Kindle, non lasciatevelo sfuggire :)

Se invece non avete un Kindle… Ecco qui dove comprarlo.

Un ringraziamento speciale, anzi specialissimo, a Simplicissimus Book Farm.

nonovvio-kindle

Statistiche Social, atto secondo

Il 24 giugno 2009 avevo scritto un post, elencando alcune “statistiche” dei miei social Network. Ve le ripeto, evidenziando in grassetto tra parentesi le statistiche aggiornate ad oggi, 16 gennaio, dopo circa 190 giorni.

Facebook: 1.073 amici (ora 1.298)
Linkedin: 970 connections, 18 recommendations (ora 1.282 e 24)
Twitter: 1.965 followers, 3.424 updates (ora 2.639 e 4.457)
FriendFeed: 150 subscriptions, 500 subscribers, 238 comments, 474 likes (ora 587, 1.060, 1.927, 1.497)
Flickr: 287 contatti, 5.094 foto, 8.791 views. (ora 336, 6.956 e 100.176, wow!)

Blog Ubuntista.it : 953.365 visite (ora chiuso) (ora 1.005.257)
Blog Brunozzi.it : 6.817 visite (aperto da poco) (ora 28.150)

Queste statistiche hanno un valore relativo, ma le tengo come “segnaposto”.

In bocca al lupo, G!

Ciao Simone,
Non mi conosci, ma io conosco te perchè sono un tuo grandissimo ammiratore e seguace delle tue “imprese” fin dalla notte dei tempi (le letture sul tuo blog riguardanti le tue esperienze lavorative sono tra le più piacevoli che si possano trovare in rete).
Non voglio farti perdere tempo, volevo solo dirti che apprezzo molto tutto quello che scrivi e la forza che riesci a trasmettere ai tuoi lettori. Ho 23 anni e sono uno studente di ingegneria informatica quasi al termine del suo periodo di studi, e recentemente sono riuscito ad ottenere una proposta di tesi presso un’azienda in California. Sono assolutamente spaventatissimo alla sola idea di partire completamente solo e stare almeno 6 mesi via da casa e da tutti i miei amici e affetti (soprattutto perchè non sono mai stato negli USA), ma sappi che se troverò il coraggio per buttarmi in questa folle impresa sarà anche grazie alle fantastiche esperienze che racconti con entusiasmo sul tuo blog.
Interpreta questo mio piccolo messaggio come un segno di riconoscimento per i tuoi magnifici post.
Grazie ancora e buona fortuna per il futuro.

Che bello. Ricevere una email come questa ti può solo rendere felice.
Era il 2002, avevo 25 anni. Stavo completando la mia laurea triennale in Informatica a Perugia, e avevo deciso che a novembre, dopo la tesi, sarei andato a Trento per la specialistica. Il Presidente, Prof. Corrado Priami, si è reso disponibilissimo ad ogni occasione. In gamba, simpatico, col suo accento toscano e il suo viso da buono.

A luglio scopro che esiste una borsa di studio per andare in California, col programma EAP (Education Abroad Program). Ne facevano parte le università di Trento, Padova, Bologna. Mi infiammo subito e decido che ANDRO’ IN CALIFORNIA. La domanda scadeva ad agosto 2002, e uno dei requisiti era essere già iscritti all’Università di Trento. Provo a convincere il funzionario a fare una eccezione: la risposta? IMPOSSIBILE.
Decido di non darmi per vinto: scrivo una raccomandata a Rettore, Preside di Facoltà, Presidente del corso di Laurea. A pochi giorni dallo scadere mi giunge la risposta: ammesso con riserva. Passo luglio e agosto a guardare film in inglese, a leggere in inglese, oltre che a preparare gli ultimi esami.
Faccio le selezioni, le supero. All’orale mi chiedono di Assisi e del terremoto. Conosco Matteo, e diventiamo subito amici per la pelle, bevendoci una bottiglia di nonricordocosa e DUE bottiglie di Cannonau all’Accademia, un bar di Trento.

Nel 2003 succedono tante cose: la mia ragazza di allora, Silvia, mi lascia dopo quattro anni. Cado in depressione. Dico ai miei genitori delle cose che avrei vovuto dire da dieci anni. Accettano, e mi capiscono. L’8 settembre arrivo in California per la prima volta. Qui trovate alcune foto.
Vinco le paure, mi faccio coraggio, e passo cinque mesi bellissimi a UC Irvine, Orange County.

Allora, G, in bocca al lupo per la tua nuova avventura! Spero che sarà un bel ricordo come la mia :)

Umilmente

Oggi il Corriere mi dedica un breve pezzo, riferito ai miei ultimi anni lavorativi e alla mia “dipartita” dall’Italia alla volta di Seattle, Lussemburgo e ora Singapore.
Ringrazio i tanti che mi hanno scritto complimentandosi, ringraziando, augurando le migliori cose.
Due riflessioni importanti vanno però fatte.

La prima è che, umilmente, di gente come me, o anche più in gamba di me, ce n’è tanta. Italiani che affrontano sfide anche più dure e difficili, e che raggiungono successi ben più significativi. Essere sul Corriere significa solamente aver avuto la fortuna di “incappare” in un articolo analogo, riguardante un altro italiano all’estero, e aver avuto la voglia di scrivere al giornalista Enzo Riboni.

La seconda è che ci sono tante storie di successo che però non vengono raccontate. E questo fa pensare alle persone di non essere speciali, di non aver fatto nulla di particolare, mentre invece non è così.

La terza, BONUS per voi, è che il successo, piccolo come nel mio caso, o grande che sia, non arriva mai completamente a caso. Va aiutato. Se vado a Singapore è perchè ho lavorato bene e tanto, perchè mi sono impegnato. Sono fortunato di avere avuto una famiglia che mi ha sostenuto, che mi ha pagato gli studi, persone che mi hanno voluto bene. Ma il resto l’ho messo io. E lo stesso potete fare voi: potete realizzare i vostri piccoli grandi sogni semplicemente impegnandovi. Quasi sempre.

In bocca al lupo :)