Apr 12, 2010 5
Samson and Delilah
Domenica notte. Sono sul volo Pechino-Singapore. Red eye: un volo che parte la sera tardi e arriva la mattina presto (questo è per Monica). Uno di quei voli in cui ci si aspetta di dormire un po’.
Io volo in media oltre cento volte l’anno, cinquecento ore, duecentomila miglia, e mi sono quasi abituato alla scomodità degli aerei. Nemmeno impreco più contro la stupidità paleolitica dei designer che fanno gli stessi stupidi errori su tutti gli aeromobili: il bracciolo appuntito che ti fa quasi male alla gamba; il tavolino reclinabile, che se ci metti un PC, anche piccolo, non riesci nemmeno a scrivere; il sedile completamente anti ergonomico; gli scompartimenti dalla forma anti-valigica, in modo da farti faticare come un matto per farci entrare un trolley che qualche altro designer stupido ha disegnato e ti ha convinto a comprare; il poggiatesta che non serve ad un cavolo; il bracciolo su cui non c’entrano le braccia dei due passeggeri che confinano, e che comunque è troppo basso per un adulto; il poco spazio per le gambe delle compagnie aeree tirchie, come Air China. Oppure il cibo schifoso, anche se io prendo solo roba vegetariana e quasi mai lo mangio, proprio perchè schifoso. Tranne quando volo Singapore Airlines, che lì almeno il cibo è buono (ma il biglietto costa molto di più).
(così la Cina vede il mondo)
Non sono granchè di buonumore, se non si è capito. E mi sta dando fastidio il fatto di dover volare in Economy class, sempre e comunque. Stanotte Avrei proprio avuto bisogno di un sedile più confortevole in cui riposare in pace. Che poi ci perde l’azienda, a non mandarmi in Business Class, ma tant’è, questo è quello che passa il convento. Anche il Senior Vice President viaggia in Economy, che gli posso dire? Che io sono più speciale di lui?
L’indomani mi aspetta, nell’ordine: atterraggio alle 5:45am; in mattinata, ingresso nel mio appartamento a Singapore e tutte le questioni annesse, tipo allaccio dei contatori, sistemazione delle valigie, eccetera; breve visita al lavoro, per sistemare le note spese e lavorare i messaggi urgenti; intervista per ottenere lo status di Permanent Resident a Singapore, che richiede anche la compilazione di un lungo questionario che non ho avuto ancora il tempo di guardare; di nuovo al lavoro, per impostare le cose della settimana; cena da qualche parte, rimediata, visto che ancora in casa non posso cucinare; meritato sonno. E i successivi sei giorni, una valanga di lavoro.
Sono qui, seduto in aereo, che penso alle mie cose da fare, al lavoro che mi aspetta, a due settimane di fuoco che culmineranno con sei miei interventi, di cui due keynotes, tre seminari, un workshop, ad una conferenza di sviluppo software a Bangalore. Dal 24 aprile in poi le cose dovrebbero andare un po’ in discesa. Il sollievo è troppo lontano, ancora, per avere effetto.
Non voglio essere frainteso: amo il mio lavoro. Mi sta dando delle soddisfazioni incredibili. Però ci sono anche i momenti di stress come questo, in cui si accumulano le cose e ti senti davvero impotente di fronte alla mole di lavoro che si accumula. E per come sono fatto io, finchè non è sistemato non mi sento in pace.
Mi viene da sorridere, a pensare ad un paio di commenti che ho ricevuto proprio circa il mio lavoro: gente che non ha idea di cosa sia realmente, e che pensa che stia facendo la pacchia a Singapore, guadagnando fantastiliardi di dobloni d’oro e gustandomi caviale e Champagne in First Class. Niente di tutto questo. Come dice Malcolm Gladwell, un lavoro soddisfacente consiste in compiti complessi ma fattibili, ricompense continue, in termini di denaro ma anche di soddisfazioni, e grande libertà di azione. Io ho tutte e tre le cose, ed è il motivo per cui il mio lavoro mi piace un sacco.
Come avete capito, stavolta non riesco a dormire in aereo, e così ho deciso di passare le quattro ore di volo rimanenti a scrivere, o almeno finchè non mi torna il sonno.
Queste righe, però, le dedico ad una persona speciale. Alla mia persona speciale. E le dedico anche ai miei genitori e a Mio Fratello, che ogni tanto sbirciano il mio blog e hanno sete di sapere cosa penso e cosa faccio. Però mi va anche di condividerle coi lettori del mio blog, e quindi: eccole pubblicate. Armatevi di pazienza e leggete, se ne avete il coraggio. Probabilmente siete al lavoro o state facendo altro, e pensare di passare altri dieci, forse quindici minuti a leggere Simone, beh… Non vi va tanto. Vi capisco. In tal caso, passate oltre. Non vi obbliga nessuno. Sappiate solo che vi state perdendo uno dei rari momenti di perfetta ispirazione e “flusso” di pensieri, il che significa che se non leggete queste righe, non ha molto senso continuare a leggere il mio blog, no?
Va bene, dai, la smetto con la roba goosmamica e mi rimetto in carreggiata.
Prima mi sono visto un film quasi sconosciuto, Samson And Delilah,(qui altre definizioni), australiano del 2009. Una di quelle sorte di film indipendenti, girati con poco budget, destinati a rimanere sconosciuti ai più. Che tristezza, il fatto che tanti film forse bellissimi non riusciamo nemmeno a vederli, perchè bombardati dai grandi Blockbuster che invadono i Cinema e uccidono la creatività di tutti gli altri film.
Samson And Delilah: un giovane ragazzo e una giovane ragazza, aborigeni australiani. Lui vive in una baracca con suo fratello e un paio di altri amici, che suonano musica banale sul porticato, tutto il giorno. Lei vive poco distante: accudisce la nonna, e pittura roba etnica che un bianco australiano compra periodicamente per pochi spiccioli. Vivono entrambi in una specie di piccolo avamposto diroccato e dimenticato da Dio, nel mezzo del deserto australiano, una dozzina di baracche con qualche arbusto che cresce svogliato, un telefono pubblico che suona spesso ma a cui nessuno presta attenzione, qualche canguro che si fa accoppare, corrente elettrica, acqua corrente quando va bene. Soglia di povertà, per capirci.
Il film procede lento, quasi senza dialoghi. Samson è mezzo sordo, e non parla mai. Si interessa a Delilah, e un bel giorno decide di prendere il suo materasso lercio e la sua coperta lurida per trasferirsi sul porticato della baracca di Delilah, che inizialmente lo respinge ma poi lo lascia dormire lì fuori, accanto al fuoco. La nonna di Delilah già lo chiama Marito, usando il Warlpiri, come se quello fosse l’unico modo per iniziare l’accoppiamento tra due giovani.
Succedono diverse cose, sempre con un ritmo quasi lento ma mai banale. I due vengono menati, Samson dal fratello, Delilah dalle altre donne dopo la morte della nonna; Samson ruba un’auto, ci carica Delilah, e fugge verso la città. Finisce la benzina. Mollano l’auto, si ritrovano in città, accattoni. Mentre camminano, lui avanti e lei dietro, un’auto si ferma e due tizi rapiscono Delilah, ma Samson si accorge solo quando riesce a sentire lo stridio delle gomme dell’auto che fugge, ed è troppo tardi. Delilah torna dopo decine di ore, menata e forse violentata. Sostano sotto ad un ponte, in compagnia di un barbone che chiacchiera in inglese australiano e che quindi fatico a capire. Samson respira l’odore della benzina, che tiene in una bottiglia da cui non si separa mai. Respirare benzina per ore ed ore lo rincoglionisce il giusto, il che avrà effetti sul resto del film. Altre vicende si susseguono, che non vi racconto per non rivelarvi proprio tutto.
Il film non è eccezionale. Si guarda, ma non aspettatevi gli effetti speciali di Avatar. Tuttavia mi ha fatto riflettere, che è la cosa più bella che un film possa fare.
Ho pensato alle condizioni degli aborigeni, o comunque delle persone povere. Il film riesce stupendamente a farti sentire lì con loro, a soffrire con loro, a chiederti se tu fossi in quella situazione, cosa faresti, come reagiresti.
Ho pensato a Samson e Delilah, che si corteggiano in una maniera rozza, primitiva, quasi animalesca: nessuna parola, gesti semplici e chiari, come il lancio di un sasso verso l’altro, o una smorfia, o un rifiuto, che non lasciano spazio alla discussione, ma solo al pazientare dell’altro. E’ un modo quasi tenero, e che in alcuni momenti mi ha quasi commosso. E mi ha fatto pensare ad un recente bisticcio con la mia donna, e a quanto inutile ed superfluo fosse il bisticcio. Mi ha fatto pensare che meritiamo entrambi più pazienza.
Ho pensato a quanto distante fosse la loro vita da quella di noi occidentali, in un contrasto che emerge spietato quando Delilah cerca di vendere una sua pittura etnica per comprarsi da mangiare, e gli occidentali di un bar la schifano, la ignorano, e tu sei lì che vorresti dir loro di fare qualcosa, di aiutarla per Dio, ma niente.
Ho pensato che ci sono miliardi di persone, nel mondo, che vivono in queste condizioni. Che nella nostra vita di tutti i giorni le ignoriamo, ed è normale; ma quando ce le ritroviamo di fronte ai nostri occhi, se abbiamo anche solo un briciolo di umanità dentro, non possiamo non soffrire per loro e con loro, e non possiamo non sentire un desiderio impellente di fare qualcosa.
Ho pensato, ed ho pianto, sì: poche lacrime, amarissime, per un mondo così crudele, che quando lo vedi in uno squarcio come quello di un film, ti senti così impotente, così arido, vorresti fare qualcosa ma sai che il massimo che puoi fare è scrivere qualche pagina per la tua ragazza, per i tuoi cari, per i lettori del tuo blog.
Ho pensato al momento in cui Delilah viene rapita, menata e suppongo violentata: non so se riuscirei a sopportare una cosa del genere fatta ad una persona che amo. Il solo pensiero mi squarcia.
Eppure succede a tante persone, ogni giorno. Provo una profonda compassione per loro.
Ho pensato anche cose più grandi di me: la società in cui viviamo, le grandi corporation che stanno diventando sempre più dei mostri asettici, le nostre vite sempre più pregne di pubblicità, consumismo, carriera e lavoro, la perdita di fiducia nelle istituzioni, il lamento continuo, e quella sensazione che tutto sta andando a puttane. E poi mi sono metaforicamente guardato allo specchio, ed ho riconosciuto che la mia non è poi tanto diversa, di vita. Ogni tanto apro gli occhi, sì, ma per gran parte del tempo li distolgo come tutti gli altri.
Ho pensato: che strano, condividere tutte queste cose così, scrivendo, invece di parlarne a voce con lei. Beh, lei in questo momento è lontana, e finchè non si avvicina non ho molti altri modi per farlo. Ed è una fortuna, perchè condividere questo con lei significa poterlo anche condividere anche con altri. Un po’ lo faccio anche per me stesso, lo ammetto: per scrivere qualcosa che poi mi resta.
Ho pensato, e mi sono fermato: la vena creativa sembra essersi esaurita. Mi è viene in mente Montale, una delle poche poesie che ricordo, e che chiude il mio romanzo Nonovvio:
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Poesia bellissima. Ecco, di gitto, si sono accampati sullo schermo alberi, case, colli. La mia mente, che riviveva il film, il viso della mia ragazza, la mia vita, i miei ricordi, è tornata improvvisamente nella realtà. In un aereo semibuio, alle tre di notte, seduto scomodo di fronte ad un Mac poco luminoso per risparmiare la batteria e farla durare tutto il viaggio.
Il film, se ci riuscite, vedetelo. Forse vi deluderà, perchè vi aspettate chissà cosa e magari invece vi accorgerete che la mia immaginazione ha fatto molto più del regista.
Però, se potete, riflettete per qualche momento, come ho fatto io. Non necessariamente di fronte ad un film. Togliete gli alberi, le case, i colli, aprite gli occhi per bene e guardate il mondo, e la vostra vita, in faccia. Ecco, anche solo per un momento, ne vale la pena.
La vena d’ispirazione si è esaurita del tutto, e la stanchezza sta davvero prendendo il sopravvento.
Ciao, mia cara: quando leggerai il mio blog per caso, troverai questo e sono sicuro che ti piacerà.
Lo starnazzare delle oche e il canto impertinente di un merlo… sono ancora con me.






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