Simone Brunozzi

Icon

Scrivimi a: simone.brunozzi -@- gmail punto c0m

Dharavi

India, Mumbai, Dharavi: una baraccopoli di oltre mezzo milione di persone, schiacciate come pomodori in pochi chilometri quadrati, a sua volta oppressa dallo smog, l’umidità e le speranze della più grande megalopoli indiana.
Ero al Taj Lands End la prima volta, quando qualcuno mi ha parlato di Dharavi, e come un agnello innocente ho chiesto se fosse possibile visitarla. Certo che puoi, mi dissero. Chiesi più volte, a scanso di equivoci, ma tutti mi dicevano di andare.
Era il 2010. Mi misi in tenuta sportiva, una maglietta arancione tanto per essere sicuro che mi vedessero tutti, macchina fotografica compatta in mano, qualche spicciolo in tasca, e via. Quel giorno imparai tanto sugli indiani, sulle baraccopoli, sulle persone, e su me stesso.
Oggi è diverso: sono a Mumbai con un collega e amico, Frank (nome di fantasia), e voglio che lui veda quello che ho visto io.
Ieri ho cenato con Giovanni (nome di fantasia), un conoscente di vecchia data che ha mollato un lavoro sicuro e ben pagato in Svizzera per venire qui e diventare un imprenditore sociale. Ci vuole coraggio, per scelte del genere, e poi ci vuole qualcosa che ti brucia dentro e ti spinge ad andare. Giovanni lavora in un orfanotrofio, proprio a Dharavi. Non potevo sprecare una occasione così.
Io e Frank prendiamo un taxi sgangherato e arriviamo di fronte all’ospedale. Nessuno conosce l’orfanotrofio, e dopo aver chiesto diverse volte dobbiamo chiamare Giovanni e chiedere di nuovo indicazioni. Alla fine arriviamo, lui ci sta aspettando in strada. Entriamo. L’edificio è vecchio, fatiscente, ogni stanza un quadro di persone e cose e povertà, lo sporco è ovunque, il ferro abbracciato dalla ruggine, l’intonaco sparso come neve in una tempesta, i colori intriganti e sbagliati. Saliamo in ascensore, non senza qualche intoppo. Entriamo.
Centocinquanta metri quadrati, puliti ma comunque poveri come la polvere. Trentuno bambine, un bimbo, due adulti, e Giovanni che li aiuta da poche settimane. Trenta sono arrivati da fuori, il bimbo e una bimba sono i figli della coppia che ha iniziato tutto, undici anni fa. Chiamamoli Rajas lui, e Deepa lei.
I bambini dormono per terra su strenui materassini, si svegliano presto la mattina e si lavano a turno, per poi mangiare qualcosa e andare a scuola. Tornano nel primo pomeriggio e spendono il resto della giornata in diverse attività e classi, inglese, danza, giochi. Dopo cena, un’ora di televisione tutti insieme, e poi a letto.
Rajas era un impiegato, anni fa. Di ritorno da Bangalore, a trovare la mamma malata, si ritrova in treno con un ragazzino di tredici anni che piangeva come un ruscello. Ci parla, cerca di capire, e realizza che il ragazzino, fuggito di casa, si voleva suicidare. Decide di ospitarlo a casa sua per un po’ di tempo, lo aiuta a sostenere l’esame scolastico, poi chiama i genitori e finalmente li fa incontrare. Il padre, poliziotto, abusava di lui, picchiandolo e frustandolo con la cinghia della cintura. Il ragazzino era il colpevole di tutto, anche delle colpe dei fratelli più giovani. I genitori si pentono, piangono, lo accolgono di nuovo in casa. Rajas è felice, ma capisce che di ragazzini così ce ne sono milioni, in India, e decide di fare qualcosa. Prima quattro, poi altri, fino al limite fisico di trenta bambine vengono accolte nella sua casa. Passano gli anni, le bimbe crescono, e di recente due di loro si sono sposate e sono andate a vivere col marito. Bambine dai quattro ai diciassette anni, raccolte tra i rifiuti della stazione dei treni di Dharavi, o mandate dalla stazione di polizia se i genitori sono morti da poco. Rajas e Deepa sono sereni, generosi, sorridono e sembra che tutto questo sia come una passeggiata in centro. Non lo è.
Facciamo qualche domanda, cerchiamo di capire di più. Non è semplice. In certi momenti mi viene da piangere, quando guardo gli occhi dolcissimi e pieni di pace della figlia di Rajas e Deepa, cinque anni e tanta allegria in corpo.
Li salutiamo, dopo una veloce foto di gruppo scattata da una delle ragazzine, col sogno di fare la fotografa di professione.
Usciamo, cambiando rampa di scale perché nella prima stavano scannando un agnello, in mezzo al corridoio. Usciamo e prendiamo un altro taxi verso la stazione dei treni di Dharavi, dove dopo pochi minuti incontriamo Krishna, la nostra guida per i prossimi novanta minuti. In auto scambio due parole con Frank, e quasi ci viene da piangere. E’ chiaro che siamo entrambi mossi da quanto abbiamo appena visto.
Con Krishna ci incamminiamo verso la parte più densa di Dharavi, baracche una sopra l’altra, lamiere, plastica ovunque sui tetti, un dedalo di stradine e fogne aperte e tubi e sacchi e bambini ovunque, qualche scritta in lingua araba, altre in hindi, poche altre in numeri occidentali. Tutto sembra precario, come se una bomba fosse appena scoppiata. L’odore è lercio, marcio, bruciato, con aromi di plastica, fumi e polveri pesanti.
Dharavi è una baraccopoli diversa dalle altre: ha una sua economia fiorente, ed è uno dei posti più costosi dove vivere a Mumbai, a parte i condomini di lusso degli espatriati occidentali.
Dharavi ospita quattro industrie importanti: lavorazione del cuoio, riciclaggio della plastica, alluminio e altri materiali, produzione di cibo indiano per i ristoranti e i carretti di Mumbai, e infine la produzione di vestiti, borse, jeans. Le condizioni di lavoro sono estreme, a partire dall’aria, l’acqua, lo sporco ovunque, i materiali usati. L’aspettativa di vita dei lavoratori di Dharavi deve essere bassa per forza. Lavorare in quelle condizioni, anche solo per pochi anni, deve essere devastante per la salute. Ogni angolo, ogni momento meriterebbe una foto, che scatto mentalmente per cercare di portare questi ricordi con me, per sempre. Una donna indiana, quarant’anni, cammina trasportando decine di latte di alluminio vuote, appoggiate sulla spalla destra in un equilibrio apparentemente precario. Un vecchio intreccia cesti di vimini. In una stanza, tre giovani indiani stanno bruciando pezzi di alluminio per farne mattoni da dieci chili, da rivendere. Più avanti, gente per terra che separa diverse plastiche per colore e forma, gettandole in contenitori diversi. Ancora più avanti una montagna di bicchieri di plastica trasparenti, che riconosco: sono quelli che bevo ogni settimana in aereo. A Dharavi, infatti, molte delle attività hanno come clienti le compagnie aeree, che mollano tutta la loro spazzatura a Dharavi e le migliaia di giovani indiani separano, ammucchiano, bruciano, riciclano, fino a farne pezzettini monocolore che possono essere fusi per farne nuove forme, pronte per essere vendute di nuovo.
Camminiamo e ascoltiamo, guardiamo e registriamo nelle nostre teste. Saliamo sul tetto di una baracca, da dove si possono osservare i mille tetti irregolari, pieni di plastica lasciata ad essiccare al sole.
Un giovane plasticaro fischia più volte, gesticolando per chiedere a Frank quanto costano le sue scarpe Nike, azzardando un prezzo troppo lontano dal vero. Quasi nessuno parla inglese, qui a Dharavi, come del resto succede tra i proletari di tutta l’India. La quantità di stimoli visivi, di puzze diverse, di gente che spunta all’improvviso e ci attraversa la strada, è come una maratona per le nostre menti totalmente attive.
I bambini ti guardano, a volte ti salutano dicendo Hi, visto che i pochi occidentali che visitano Dharavi sono quasi tutti americani. Krishna ci racconta dettagli senza sosta, conoscendo ogni dettaglio di ciò che ci mostra. Ha vissuto a Dharavi per due anni, ma poi si è dovuto trasferire a nord, lontano, perché vivere a Dharavi è costoso, e solo se lavori come questi poveracci sei in grado, forse, di pagare l’affitto, o addirittura di comprare una baracca. Incredibile, se ci pensi. Cento metri quadrati a Dharavi possono costare più di centomila euro. Dharavi è il centro di una economia di oltre mezzo miliardo di dollari all’anno, a Dharavi c’è lavoro, spesso l’unico lavoro che un povero sia in grado di fare. Incrociamo un negozietto di pane indiano, e il proprietario saluta Krishna, come d’altronde succede regolarmente ogni due minuti, e chiede se conosce qualcuno che voglia lavorare per lui. Krishna, scherzando, chiede se noi due possiamo andare bene, l’amico ride e annuisce, felice. Ridiamo anche noi.
La gente qui sembra felice, serena, piegata dalle mille difficoltà ma sempre piena di dignità, e un fortissimo senso di comunità.
La criminalità è infatti quasi assente, qui a Dharavi, perché se commetti un crimine i tuoi amici e parenti si incazzano con te. Nessuno vuole grane con la polizia, e gli unici visitatori a cui varrebbe la pena rubare siamo noi occidentali, che di fatto portiamo opportunità o soldi con le nostre visite. Incrociamo due tedeschi attempati, intenti a contrattare il prezzo per alcuni prodotti artigianali. La nostra camminata ci porta in mezzo alle baracche, seguendo corridoi strettissimi e sporchi, per poi sfociare in alcune strade più larghe, dove il traffico di veicoli è caotico, e il rumore dei clacson ci uccide le orecchie. In India, come a Dharavi, gli indiani suonano il clacson regolarmente, anche quando non serve. E’ il loro modo di farsi vedere, di evitare che altra gente sbatta addosso ai loro veicoli. Essere in auto in India può essere una esperienza devastante, soprattutto per via del rumore, senza poi nemmeno parlare di quanto il traffico possa essere terribile nelle ore di punta.
Entriamo nella zona della terracotta, dove il calore e i fumi tengono lontane le mosche e gli insetti, che altrimenti ti fanno compagnia in ogni altra zona di Dharavi. Da lì passiamo nella zona residenziale di Dharavi, piena di bimbi che stanno tornando da scuola. I loro vestiti candidi si stagliano in mezzo alla miseria, le botti di acqua per lavarsi e bere quando l’acqua corrente viene interrotta, e i cavi elettrici che abbracciano le lamiere come una grande ragnatela nera. Passiamo vicino ad un bagno pubblico, dove l’odore diventa davvero nauseante, e più avanti vediamo invece un bagno a pagamento, che grazie agli spiccioli dei clienti viene tenuto relativamente pulito.
Una baraccopoli esiste perché la gente riesce a mangiare e bere e vivere lì dentro, ma il problema più grave diventa l’igiene. Dharavi, infatti, è plagata da problemi di igiene e pulizia, e molte malattie sono causate proprio dalle estreme condizioni in cui la gente vive.
Guardiamo un piccolo campo sterrato dove i bambini stanno giocando, mentre alcuni di loro lo usano come bagno all’aperto. Questa visione spiega il concetto meglio di mille parole.
Il tempo è passato velocemente, ed è già il momento di salutare Krishna e tornare in albergo con un taxi. Nei cinquanta minuti del ritorno io e Frank parliamo della nostra esperienza, ancora freschissima nella nostra memoria, e della sensazione di sporco addosso e dell’estremo bisogno di una doccia calda, un po’ d’acqua da bere, un pasto pulito.
Dharavi è entrata nelle nostre vite, e non la dimenticheremo mai. Resta da capire quanto questa avventura di oggi influenzerà le nostre vite future. Chissà.

[update: è uscito un bell'articolo su Dharavi, in inglese, qui]

Scrivere

Dopo mesi e mesi di preparazione, diversi tentativi andati a vuoto, tempo fa ho iniziato a scrivere un nuovo libro.
Prima considerazione: ci vorranno anni per finirlo, a meno che io non trovi un pazzo benefattore che decida di pagarmi lo stipendio.
Seconda considerazione: se mi confronto col Simone di cinque, sei anni fa, la mia padronanza della lingua italiana è semplicemente patetica.
Questa è forse la cosa più triste che mi sia successa da quando sono andato all’estero.
Rendersi conto di non essere più capaci di scrivere come vorresti.

Beh, via. Devo solo iniziare a leggere di nuovo, e le cose torneranno a posto.
Saluti!

Motorhead

E’ proprio vero che la vita è piena di sorprese.

Ieri, lunedì, ho volato da Singapore a Sydney: oltre otto ore di volo.
Mi sono svegliato alle 6:40 del mattino, ho fatto la valigia, fatto colazione, preso un taxi, arrivato in aeroporto.
Atteso. Salito in aereo. Eccetera.
Ho lavorato un po’. Poi mi sono visto “Lemmy: the movie“, un film documentario sulla vita di Ian “Lemmy” Kilmister, il cantante e bassista dei Motörhead. Ho scoperto molte cose che non sapevo. Lemmy mi piace ancora di più di quanto non mi piacesse prima. Nella mia adolescenza, una volta venuto a contatto con l’Heavy Metal dei Metallica, ho scoperto i Motörhead e non ho potuto non amarli.
Nelle interviste, tutti i più grandi divi del Rock lo considerano uno dei cardini del Rock and Roll e del Metal. Lui stesso si dice ispirato a Elvis, e a Little Richard. Ecco il trailer del film, che vi consiglio vivamente di vedere:

Chiaro, ogni “mito” ha i suoi limiti e le sue cose strane.
Strane, nel caso di Lemmy: ama la storia. Colleziona memorabilia di guerra. I grandi del Rock ‘n Roll per lui sono Elvis e Little Richard (quello di Tutti Frutti). A volte veste da Nazi, ma non ha nulla contro gli ebrei, nè intende mandare un messaggio particolare: gli piacciono quei vestiti, e basta. E’ contro Nazismo, Fascismo, o altri estremi, e in generale molto critico di ogni tipo di governo.
Beve Jack Daniel come se fosse acqua (una bottiglia al giorno da oltre trent’anni), fuma Marlboro Red a catena, ha oltre sessant’anni e ancora vive piuttosto bene. Molti suoi amici sono morti per droghe, ma dice: solo quelli che usavano eroina o cocaina. Lui ha fatto uso di molte droghe, ma mai eroina o cocaina. E così via. Qui una sua intervista in cui parla di droghe.

Beh, che personaggio. Ci sono cose che mi sentirei di criticare… Ma non ci riesco, non qui almeno.
Gli lascio il beneficio del dubbio. Se non altro, è uno che vive quello che predica. E’ coerente, come pochi.

Poi ho ripreso a lavorare. Mi sono riposato un po’. Poi un film con Russell Crowe.
Il tempo è passato lentamente. Atterraggio.
A Sydney ci ho messo più di un’ora a passare l’immigrazione. Un’altra ora a raggiungere l’albergo e fare check-in.
Poi altre tre ore di lavoro, fino a tarda notte, inclusa una mezz’ora su Skype con un collega indiano.
Dormo, per cinque ore scarse.

Oggi, sveglia alle 6:40. Fatta valigia. Check-out. Taxi verso il conference center. Tre ore di seminario su Amazon Web Services. Poi una controllata alle email. Poi altro taxi verso l’aeroporto.
Check-in. Security. Mangio qualcosa, senza godermelo troppo.
Scopro che le mie cuffie portatili, che ador(av)o, sono state “bruciate” dall’aereo e non funzionano quasi più. Metto le Bose, quelle che riducono il rumore esterno, per fortuna funzionano. Finisco di mangiare.
L’aereo sta per partire. Mi incammino, cercando un punto in cui il WiFi prenda decentemente, visto che devo spedire una email urgente. Bene, email spedita. Alzo, lo sguardo, e vedo…
Non ci posso credere.

Il batterista dei Motörhead. Chiedo conferma. Sì, è lui. Dico: siete Rock and Roll allo stato puro. Bravi.
Mi sento emozionato come un bambino.
Chiedo: dov’è Lemmy? E’ lì, al bar.
Vado verso Lemmy, lo guardo per qualche secondo.
Hi Lemmy. Sorry to bother you. I’m a fan, and I just wanted to say hi.
You did great things. I grew up with your music.
Risponde: Thanks. Thanks a lot.
Umile, semplice, come si vedeva nel documentario.
Lemmy, I never ask for photographs… But this time I cannot resist. I want it for me, as a memory. Do you mind?
Risponde: No, please. Come on.
Il chitarrista ci fa la foto. Non riesco a non sorridere. E che cazz… Incontro Lemmy, e non riesco a non sorridere. Vorrei fare una faccia “Rock”, e invece no… Sono troppo contento.

Lemmy, I’m sure you meet thousands of people, and sometimes is not the right moment… So, I hope I didn’t bother you too much. (stava leggendo).
Risponde: No, not at all. It’s ok.
Lemmy, have a good trip. Thanks.
E me ne vado.

Mi siedo in attesa di imbarcarmi, ho ancora pochi minuti. Non posso NON dirlo a Lisa, a Rudy (un collega “malato” di Rock and Roll), e pubblicare la foto su Facebook. Proprio non riesco ad evitarlo. Devo. Devo condividere questo momento con qualcuno.

Salgo in aereo, quasi perdendolo. Mi siedo.
Guardo fuori.
Ripenso a tante cose. Aver visto Lemmy mi ha riportato a galla tantissimi ricordi della mia adolescenza.
Per qualche mese avevo malamente fatto parte di un gruppo Heavy Metal, a 19 anni. Ci chiamavamo Molotov. Io cantavo. Male. Per fortuna sono durato poco, oltre al fatto che ho una voce baritonale che è poco adatta al Metal. Forse avrei dovuto cantare i Motörhead…
Ma mi divertivo troppo.

E mi è tornato in mente Uomo di Fango, il mio primo “romanzo”. Scritto nel 1997, e pubblicato online nel 1998. Sì, online, nel mio sito personale che si chiamava simoneb.net, poi divenuto golan.it.
Un libro che ho pubblicato 13 anni fa. A pagina 174 c’è Lemmy e ci sono i Motörhead, e una delle loro canzoni: Listen to your heart.

Quanti ricordi.
Sei italiano, vivi a Singapore ma sei a Sydney, da solo, di corsa, e d’improvviso incontri Lemmy, inglese che vive a Los Angeles. E riconosci il batterista soprattutto perchè per pura coincidenza avevi visto il documentario LA SERA PRIMA.
Davvero.
La vita è piena di sorprese.

Vi lascio con la mia canzone preferita dei Motörhead.

Often Awesome

(via MatteoFlora)

E’ una storia d’amore. E’ una lezione di vita. Non è unica, non è speciale, ma è davvero bella e merita di essere guardata.

Qui il sito web di oftenawesome.org.

Alla sera

Alla sera, una poesia indimenticabile di Ugo Foscolo.
… E mentre io guardo la tua pace, dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Sto per andare a dormire. Sono a Sydney, e dopo una settimana di lavori, conferenze, clienti, email dall’albergo, caffè quasi sempre buoni, pizze, mezzo chilo di ciccia in più, dopo tutto questo, domani me ne torno a Singapore, in quella che è la mia nuova casa da gennaio 2010. Mi fermo solo un giorno, per poi ripartire di nuovo alla volta di Bangalore e poi Hong Kong. E così via.

Sono davanti al mio Mac, e per qualche motivo non riesco a chiuderlo, spegnerlo, e andare a dormire. Che succede?
Succede che i versi di Alla sera mi rimbombano dentro. Il mio spirito guerriero è lì, si affaccia, quasi sempre timido ed educato, ma sempre lì. E si trascina dietro una slavina di altre emozioni e riflessioni.
E mi accorgo che devo scrivere, per capirle io, e quasi casualmente farle capire anche a chi mi legge qui.

Come corre, la vita. Ho 33 anni, e negli ultimi tre tante cose sono decisamente cambiate. Il mio lavoro, il posto dove vivo, la mia situazione sentimentale, il mio approccio alla vita, la mia maturità. E quando ti fermi a riflettere un attimo, ti accorgi che hai così tanta voglia di scrivere, di condividere… E di fare, inventare, trovare nuove cose e nuovi progetti… Ma stavolta è diverso: il tuo lavoro, e i tuoi viaggi, sono troppo impegnativi. Ti trascinano troppo. Ti arricchiscono di stimoli, vero, ma ti danno anche poco tempo per farli sedimentare e trasformarli in parole, o immagini, o un mix di entrambi.

Che cosa strana, la vita. E che strano, fermarsi per un attimo ad osservarla. Sentire un fuoco dentro, sapere che ancora c’è, e che presto, in un modo o nell’altro, troverà nuovi modi per venire fuori e passeggiare un po’ nel mondo.

Forse la singola cosa che vorrei dire è questa: fermatevi un attimo, e pensate. Guardate in alto.
E poi guardatevi questo pezzo di “La tigre e la neve” di Benigni, e pensate ancora per un po’.
A presto.

… A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola…

Un papà così non ce l’hanno tutti

Poco fa ho ricevuto questa email da mio Papà Alessandro:

paparone

Ho risposto per email in due righe, e ora rispondo con più dettagli:

Caro Papà,
credo tu abbia ragione.
Il motivo è semplice: ci sono dei periodi in cui ho più tempo da dedicare al blog, e periodi in cui ne ho di meno.
Quando ne ho di meno scrivo cose più brevi, probabilmente meno interessanti.
Alcune di queste cose brevi sono molto tecniche, e sicuramente “annoiano” una buona parte dell’audience, te incluso :)
Il discorso va all’origine: come mai ho un blog? Come mai scrivo?
Per condividere cose con persone, per tenerle aggiornate sui miei pensieri e le mie evoluzioni.
A volte per lodarmi e sbrodolarmi.
A volte per lodare altri.
A volte per discutere, per stuzzicare.
A volte perchè, in questo blog, non ci sono solo facce sconosciute, ma anche tanti amici.
Che bello, ricevere una email del genere da te. Sapere che mi leggi. Sapere che ci tieni a me (lo sapevo già, ovviamente, ma fa piacere lo stesso).
Non so cosa pensino i miei abituali lettori. Non è facile saperlo. Molto spesso, quando leggiamo un blog, non ci prendiamo la briga di commentare o di dare feedback.
Il tuo è uno dei feedback che ricevo, e ne terrò conto.
Ma tu… Quando lo apri, il tuo blog? Se vuoi te ne “metto su” uno io in pochi minuti, e poi ti ci diverti.
Ah… Lo sai che già si dice che i blog sono morti?
Lo dicevano anche delle email, dieci anni fa… Ma eccole, ancora qui, che vengono usate sempre di più :)

Un abbraccio!

Imparare inglese e Mac: consigli?

Lisa vuole migliorare il suo inglese (già di buon livello), e da alcuni giorni ha messo le mani sul mio MacBook pro da 13 pollici.
Vorrei aiutarla a migliorare il suo inglese, e imparare bene a usare il Mac. Non deve “programmare”, ma solo diventare una “power user”.

Per l’inglese, ecco cosa le ho consigliato finora:
- film e serie TV in inglese, con sottotitoli in inglese;
- LiveMocha.com
- TED.com
- bloggare in inglese (già so che non accetterà MAI!)

Per il Mac, le sto dando dei consigli io, ma mi piacerebbe trovare un manuale o un sito web che la possa aiutare molto, qualcosa tipo:
http://www.apple.com/findouthow/mac/

Consigli?

Aiuto

Oggi è mercoledì. Domani sono a Kuala Lumpur (per la prima volta).
Venerdì… Aiuto!!! La mia vita verrà stravolta! :)
Chi sa, sa…

Microgesti

Gesti.
Piccoli gesti, piccolissimi.
Micro.

Così micro, che ti fanno pensare più di un’opera gigantesca.
Sono i microgesti che decidono molto del nostro umore, delle nostre riflessioni, della direzione che prendono i nostri pensieri.

Stamattina mi sono svegliato alle 4:40, anche se in realtà ho dormito poco e male, quattro ore di riposo affannato.
Bagno, una bella lavata al viso, gli occhi ancora gonfi che si guardano allo specchio.
Metto a fuoco il presente e mi ricordo di essere in un albergo a Sydney.
Poi mi vesto, mi metto davanti alla webcam, e mi preparo per parlare al CloudCamp di Milano, collegato via Skype.
Mi diranno poi che l’evento è piaciuto e il mio intervento pure. Ma il punto non è questo.

Erano le 21:20 in Italia quando, alle 5:20, inizia il collegamento e quindi il mio intervento.
C’era una persona particolare, speciale, collegata insieme a tutti gli altri allo streaming live.
Una persona che è entrata nella mia vita da poco tempo, ma che in proporzione l’ha sconvolta, abbellita, smussata forse più di ogni altro. E questa persona, pur non capendoci nulla di Cloud Computing, si è sorbita i miei quaranta minuti di inglese disturbato dalla distanza, pur di sentire la mia voce e vedermi “in azione”.
Un microgesto, appunto.
E poi, alle 6 passate, l’ho chiamata e ci ho conversato per un po’, prima di uscire e andare al CeBIT dove ho tenuto un workshop di cinque ore su Cloud Computing e Amazon Web Services. Faticoso, ma soddisfacente.

Questa storia dei microgesti mi stava ronzando in testa. Esco dal padiglione del Convention Centre, apro l’ombrello e mi tuffo nella pioggia di Sydney, diretto a piedi al mio albergo.
Dopo pochi minuti, fiancheggiando un molo su cui si affaccia qualche ristorante semivuoto, mi accorgo che di fronte a me c’è un giovane papà con in braccio suo figlio. Tre anni, o giù di lì.
Mi ha subito fatto pensare a Matteo, il figlio del mio carissimo amico Marco.
Il bambino era coperto da un giacchetto, ma il padre era privo di ombrello e si stava bagnando tutto. Andavano nella mia stessa direzione.
D’istinto, senza nemmeno pensarci, mi sono affiancato a loro e, spalla a spalla, li ho accompagnati all’acquario, dove erano diretti. Il bambino, che prima aveva un volto un po’ triste e col broncio, ha spalancato gli occhi e me li ha tenuti addosso per tutto il tempo. Il giovane papà mi ha sorriso e ha accettato di buon grado il mio “passaggio”, come se fossi amici di vecchia data, quasi senza fiatare, semplicemente sorridendo e ringraziando con tanta semplicità.

D’improvviso, la pioggia è diventata una danza, il traffico una musica, il freddo ai piedi un po’ bagnati è diventato una piacevole scossa di fastidio, e il pensiero felice del momento in cui mi sarei tolto le scarpe nella mia camera d’albergo e avrei messo i piedi al caldo.

Poi li ho salutati. Ho continuato per la mia strada, mi sono fermato a pranzare, ed ora eccomi qui in albergo.
E ho pensato: sì, un microgesto.
Un qualcosa che ha fatto più bene a me che a loro.

E poi ho pensato: sarebbe così bello, guardare gli altri e pensarli sempre come parte di una famiglia. Guardare un bambino, e scorgerci lo sguardo di un tuo nipotino; guardare un adulto, e immaginarlo un altro insostituibile Fratello; un signore ben vestito, e scorgerci tuo padre. Una anziana impacciata, e scorgerci tua nonna. Una donna, e vederci qualcosa di tua madre.
Lo so, sembra quasi una deriva “mistica”, questa, e invece non vorrebbe esserlo.
Chiamiamola microderiva, allora. Un secondo, ogni tanto, dedicatelo a pensare alle persone a voi care, e proiettatele sul resto del mondo. E così, magari, capiterà anche a voi di assistere, sorpresi, a tanti vostri microgesti.
Tanti microgesti che potrebbero microcambiare il mondo.
Buona giornata.

Due anni con Amazon

Il 20 maggio 2008, esattamente due anni fa, iniziavo il mio lavoro come Technology Evangelist di Amazon.
Due anni. Ne sembrano passati duecento!

Ci sono tante cose che vorrei dire. Lo so, gli anniversari sono una cosa così, che lascia il tempo che trova.
Però sono anche buone occasioni per guardarsi indietro.
Quanta strada fatta, in due anni, da tanti punti di vista: professionale, personale.

Se c’è una cosa che voglio assolutamente dire, è questa: più impari, e più scopri quanto sei ignorante.
E se c’è una cosa di cui avevo TANTO bisogno due anni fa, e di cui ho ancora bisogno oggi, è l’umiltà.
Una qualità così rara, che decido di metterla al primo posto tra le qualità più importanti.
Così rara, che è difficilissimo alimentarla, costruirla, rafforzarla.
E ogni volta che qualcuno ci loda, ogni volta che facciamo qualcosa di grandioso, c’è una vocina dentro di noi che ci dice: “Sei il migliore”.
Cazzate.
Umiltà, ci vuole. Lo dico per primo a me stesso, e vorrei suggerirlo anche a voi.

E chiudo il post con questa perla del nostro caro Albertone, che con l’umiltà un po’ c’entra.