Simone Brunozzi

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Un papà così non ce l’hanno tutti

Poco fa ho ricevuto questa email da mio Papà Alessandro:

paparone

Ho risposto per email in due righe, e ora rispondo con più dettagli:

Caro Papà,
credo tu abbia ragione.
Il motivo è semplice: ci sono dei periodi in cui ho più tempo da dedicare al blog, e periodi in cui ne ho di meno.
Quando ne ho di meno scrivo cose più brevi, probabilmente meno interessanti.
Alcune di queste cose brevi sono molto tecniche, e sicuramente “annoiano” una buona parte dell’audience, te incluso :)
Il discorso va all’origine: come mai ho un blog? Come mai scrivo?
Per condividere cose con persone, per tenerle aggiornate sui miei pensieri e le mie evoluzioni.
A volte per lodarmi e sbrodolarmi.
A volte per lodare altri.
A volte per discutere, per stuzzicare.
A volte perchè, in questo blog, non ci sono solo facce sconosciute, ma anche tanti amici.
Che bello, ricevere una email del genere da te. Sapere che mi leggi. Sapere che ci tieni a me (lo sapevo già, ovviamente, ma fa piacere lo stesso).
Non so cosa pensino i miei abituali lettori. Non è facile saperlo. Molto spesso, quando leggiamo un blog, non ci prendiamo la briga di commentare o di dare feedback.
Il tuo è uno dei feedback che ricevo, e ne terrò conto.
Ma tu… Quando lo apri, il tuo blog? Se vuoi te ne “metto su” uno io in pochi minuti, e poi ti ci diverti.
Ah… Lo sai che già si dice che i blog sono morti?
Lo dicevano anche delle email, dieci anni fa… Ma eccole, ancora qui, che vengono usate sempre di più :)

Un abbraccio!

Imparare inglese e Mac: consigli?

Lisa vuole migliorare il suo inglese (già di buon livello), e da alcuni giorni ha messo le mani sul mio MacBook pro da 13 pollici.
Vorrei aiutarla a migliorare il suo inglese, e imparare bene a usare il Mac. Non deve “programmare”, ma solo diventare una “power user”.

Per l’inglese, ecco cosa le ho consigliato finora:
- film e serie TV in inglese, con sottotitoli in inglese;
- LiveMocha.com
- TED.com
- bloggare in inglese (già so che non accetterà MAI!)

Per il Mac, le sto dando dei consigli io, ma mi piacerebbe trovare un manuale o un sito web che la possa aiutare molto, qualcosa tipo:
http://www.apple.com/findouthow/mac/

Consigli?

Aiuto

Oggi è mercoledì. Domani sono a Kuala Lumpur (per la prima volta).
Venerdì… Aiuto!!! La mia vita verrà stravolta! :)
Chi sa, sa…

Microgesti

Gesti.
Piccoli gesti, piccolissimi.
Micro.

Così micro, che ti fanno pensare più di un’opera gigantesca.
Sono i microgesti che decidono molto del nostro umore, delle nostre riflessioni, della direzione che prendono i nostri pensieri.

Stamattina mi sono svegliato alle 4:40, anche se in realtà ho dormito poco e male, quattro ore di riposo affannato.
Bagno, una bella lavata al viso, gli occhi ancora gonfi che si guardano allo specchio.
Metto a fuoco il presente e mi ricordo di essere in un albergo a Sydney.
Poi mi vesto, mi metto davanti alla webcam, e mi preparo per parlare al CloudCamp di Milano, collegato via Skype.
Mi diranno poi che l’evento è piaciuto e il mio intervento pure. Ma il punto non è questo.

Erano le 21:20 in Italia quando, alle 5:20, inizia il collegamento e quindi il mio intervento.
C’era una persona particolare, speciale, collegata insieme a tutti gli altri allo streaming live.
Una persona che è entrata nella mia vita da poco tempo, ma che in proporzione l’ha sconvolta, abbellita, smussata forse più di ogni altro. E questa persona, pur non capendoci nulla di Cloud Computing, si è sorbita i miei quaranta minuti di inglese disturbato dalla distanza, pur di sentire la mia voce e vedermi “in azione”.
Un microgesto, appunto.
E poi, alle 6 passate, l’ho chiamata e ci ho conversato per un po’, prima di uscire e andare al CeBIT dove ho tenuto un workshop di cinque ore su Cloud Computing e Amazon Web Services. Faticoso, ma soddisfacente.

Questa storia dei microgesti mi stava ronzando in testa. Esco dal padiglione del Convention Centre, apro l’ombrello e mi tuffo nella pioggia di Sydney, diretto a piedi al mio albergo.
Dopo pochi minuti, fiancheggiando un molo su cui si affaccia qualche ristorante semivuoto, mi accorgo che di fronte a me c’è un giovane papà con in braccio suo figlio. Tre anni, o giù di lì.
Mi ha subito fatto pensare a Matteo, il figlio del mio carissimo amico Marco.
Il bambino era coperto da un giacchetto, ma il padre era privo di ombrello e si stava bagnando tutto. Andavano nella mia stessa direzione.
D’istinto, senza nemmeno pensarci, mi sono affiancato a loro e, spalla a spalla, li ho accompagnati all’acquario, dove erano diretti. Il bambino, che prima aveva un volto un po’ triste e col broncio, ha spalancato gli occhi e me li ha tenuti addosso per tutto il tempo. Il giovane papà mi ha sorriso e ha accettato di buon grado il mio “passaggio”, come se fossi amici di vecchia data, quasi senza fiatare, semplicemente sorridendo e ringraziando con tanta semplicità.

D’improvviso, la pioggia è diventata una danza, il traffico una musica, il freddo ai piedi un po’ bagnati è diventato una piacevole scossa di fastidio, e il pensiero felice del momento in cui mi sarei tolto le scarpe nella mia camera d’albergo e avrei messo i piedi al caldo.

Poi li ho salutati. Ho continuato per la mia strada, mi sono fermato a pranzare, ed ora eccomi qui in albergo.
E ho pensato: sì, un microgesto.
Un qualcosa che ha fatto più bene a me che a loro.

E poi ho pensato: sarebbe così bello, guardare gli altri e pensarli sempre come parte di una famiglia. Guardare un bambino, e scorgerci lo sguardo di un tuo nipotino; guardare un adulto, e immaginarlo un altro insostituibile Fratello; un signore ben vestito, e scorgerci tuo padre. Una anziana impacciata, e scorgerci tua nonna. Una donna, e vederci qualcosa di tua madre.
Lo so, sembra quasi una deriva “mistica”, questa, e invece non vorrebbe esserlo.
Chiamiamola microderiva, allora. Un secondo, ogni tanto, dedicatelo a pensare alle persone a voi care, e proiettatele sul resto del mondo. E così, magari, capiterà anche a voi di assistere, sorpresi, a tanti vostri microgesti.
Tanti microgesti che potrebbero microcambiare il mondo.
Buona giornata.

Due anni con Amazon

Il 20 maggio 2008, esattamente due anni fa, iniziavo il mio lavoro come Technology Evangelist di Amazon.
Due anni. Ne sembrano passati duecento!

Ci sono tante cose che vorrei dire. Lo so, gli anniversari sono una cosa così, che lascia il tempo che trova.
Però sono anche buone occasioni per guardarsi indietro.
Quanta strada fatta, in due anni, da tanti punti di vista: professionale, personale.

Se c’è una cosa che voglio assolutamente dire, è questa: più impari, e più scopri quanto sei ignorante.
E se c’è una cosa di cui avevo TANTO bisogno due anni fa, e di cui ho ancora bisogno oggi, è l’umiltà.
Una qualità così rara, che decido di metterla al primo posto tra le qualità più importanti.
Così rara, che è difficilissimo alimentarla, costruirla, rafforzarla.
E ogni volta che qualcuno ci loda, ogni volta che facciamo qualcosa di grandioso, c’è una vocina dentro di noi che ci dice: “Sei il migliore”.
Cazzate.
Umiltà, ci vuole. Lo dico per primo a me stesso, e vorrei suggerirlo anche a voi.

E chiudo il post con questa perla del nostro caro Albertone, che con l’umiltà un po’ c’entra.

Lisa

Photos by: Arromen

Titolo vuoto

Aeroporto di Brisbane, in attesa di un volo per Melbourne.
Portatile davanti a me. Cuffie. Musica a basso volume, tanto che quasi sento ancora la televisione che campeggia nell’atrio, coi suoi altoparlanti e la sua grandissima capacità privilegiata di rompere il cavolo.
Danno una specie di Gray’s Anatomy australiano.
La mia musica mi rilassa un po’.
D’improvviso suona una specie di sirena.
La gente non si muove. Mi chiedo, che serve a fare una sirena che fa casino, se poi la gente rimane ferma?
Il tetto di un negozio dell’aeroporto “perde” acqua: ci sono un paio di pompieri, vestiti da marziani, che parlottano e non sanno bene cosa fare.
La gente se ne frega, e continua a fare le sue cose. Mangia un sacco di carne, qui in Australia.
Li guardo, sembrano un po’ italiani, e in effetti molti di loro hanno origini europee, mediterranee.

Sono un po’ stanco oggi. Càpita, quando si accumulano un po’ di incazzature varie, e qualche contrattempo.
Ero ad una conferenza sulla sicurezza, AusCERT. Oltre mille persone.
Parlare di sicurezza è difficile, molto. Puoi sbagliare ad ogni sillaba. Non sai chi hai di fronte. Non sai che vogliono. E stamattina SlideRocket ha fatto cilecca, e mi sono salvato per il rotto della cuffia con una genialata inventata dieci minuti prima di presentare. Succede, se arrivi all’ultimo momento. Succede, se la connessione a Internet in Australia non sempre va velocissima, e per esportare la presentazione ci ho messo quasi due ore.

Finita la conferenza, prima di andare in aeroporto in auto, ho deciso di fare due passi in spiaggia. Avevo bisogno di rilassarmi. Decompress, si dice in inglese.
Ecco il risultato. Una faccia quasi simpatica. No, eh?

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Ora mi sto ascoltando “Tears of the dragon”, di Bruce Dickinson, l’ex cantante degli Iron Maiden.

Spettacolare, vero?
E ora, invece, è tempo di prendere l’aereo. Buona giornata a voi.

Mille passi a Melbourne

Melbourne, Australia.

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E’ la mia prima volta in Australia, nonostante i miei numerosi giri intorno al mondo.
Una nazione, un continente, che per noi italiani rievoca subito gli emigranti del dopoguerra, che arrivarono in massa soprattutto negli anni Cinquanta, dal Sud, con la prospettiva di una terra promessa in cui trovare lavoro e allevare una famiglia. Duecentomila coraggiosi, che affrontarono un viaggio di diverse settimane in nave per approdare a Perth, Melbourne, Sydney, accolti alla meglio nei campi immigrati, per poi essere mandati a lavorare altrove, spesso come minatori, poi come camerieri o, in proprio, come ristoratori.

L’Australia, che ha fagocitato e digerito decine di culture diverse, è soprattutto British, e poi soprattutto italiana, greca, vietnamita, un po’ tedesca, e le tradizioni vittoriane si affiancano a quelle di questi innesti culturali diversissimi: nel cibo, nel modo di vestire, nel carattere.

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Dopo una breve sosta a Perth, col mio amico Francesco (qui sopra), è da alcuni giorni che dormo le mie notti a Melbourne, spendendo il tempo diurno tra conferenze e meeting vari, con qualche occasionale ora libera per camminare un po’. Ed è così, che scopro Melbourne, pur coi limiti e le sviste di una visita così breve: camminando.
Accompagnato da una sobria e tintillante Lonely Planet, mi aggiro per le vie del centro città, annusando, osservando, fotografando (qui il set completo su Flickr).

Lo so che sono ormai trappole per turisti, ma non resisto alla tentazione di gustarmi un buon espresso, e anzi pure un bel piatto di gnocchi al pomodoro, allo storico Pellegrini’s su Bourke Street, forse il primo bar ristorante italiano aperto qui a Melbourne nel 1954 da due soci (fratelli?) di Lucca.

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I camerieri sono tutti italiani, o meglio, parlano italiano: di emigrante vero ce n’è soltanto uno, gli altri sono tutti “italiani” di cultura ma nati e cresciuti a Melbourne, e mi fa sorridere sentirli parlare con perfetto accento australiano. Eppure, visto che l’Australia una cultura vera e propria, nativa, non ce l’ha (o meglio, la ignora, e di questo parleremo dopo), questi figli di emigranti si aggrappano felicemente alle tradizioni millenarie della nostra cara Italia, senza rinnegarle nè ingigantirle.
Sono abituati al turista italiano di passaggio, e per questo decido di esordire dapprima in inglese, passando per un visitatore americano. Parlottano tra di loro, li studio, li osservo… E poi mi apro anche io, chiedo dettagli, raccolgo qualche informazione per soddisfare la mia curiosità.
Provo a penetrare quel sottile velo di mistero, cercando indizi tra una frase e un gesto.
Hanno decisamente molto, di italiano: il modo di fare, l’amore e la cura per il cibo e il caffè, una grande propensione per la ristorazione e la gentilezza. Due anziane signore, clienti abituali, salutano Frank e chiedono il conto. Dodici e venti, but let’s make it twelve, it’s easier for you to work it out.
Eccola, l’italianità: un qualcosa che in altri posti vedresti raramente fare.

Stessa storia per il Ristorante Cacciatora, vicino a Lygon Street, una via piena zeppa di ristoranti, molti italiani, qualcuno greco. Un’altra roba “commerciale”, ormai, trappola per turisti in cerca di un angolo caratteristico di un’Italia che non esiste più, affabulati dai nomi dei ristoranti – Sorrento, DiMattina, Alpino – e dai figli degli immigrati che ancora sanno qualche frase in italiano.
E qui, a Lygon Street, la mattina del 10 luglio 2006, otto ore avanti rispetto al fuso orario nostrano, mezza Melbourne si ritrovava a festeggiare la Coppa del Mondo vinta dall’Italia in finale con la Francia.
Converso con piacere con la proprietaria del ristorante Cacciatora, una gentile signora di Genova, e col marito napoletano. Nomino Assisi, la mia città Natale, e subito spunta un grande sorriso sul loro volto. Assisi è bellissima, mi dicono. Le ceramiche che hanno appese ai muri vengono da un negozio di Assisi, I Due Soli, del mio amico Riccardo.
Piccolo il mondo… O forse mi hanno detto di sì senza saperlo nemmeno loro.

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Melbourne, piena di bella gioventù e belle ragazze; ma sono le orientali quelle che ti fanno girare la testa. Vestono bene, camminano come modelle, sanno attirare l’attenzione. Le australiane, invece, sono ai due estremi della scala: da un lato, quelle poco curate, molto obese per via del cibo pesante e grasso, sciatte. Oppure molto new age, trucco acqua e sapone, vestiti giovanili, londinesi, belle di cuore, e una freschezza che le accompagna sempre.

E Melbourne, capitale australiana della cultura: lo dicono tutti, anche l’UNESCO, e dovrà pur essere vero. Una bella conquista per un avamposto dimenticato da Dio che, dalla fondazione nel 1835, attraverso la Corsa all’Oro, ha sempre avuto una grande rivalità con Sydney, contendendole persino le sedi politiche, poi installate a Canberra.
Melbourne è anche la Hollywood australiana, e lo conferma anche un mio conoscente, Matteo, figlio di ricchi immigrati italiani, che a nemmeno trenta anni fa il regista e conduce una vita davvero invidiabile, tra attori, festival, la fama che sta lentamente arrivando, e uno stuolo di amici e amiche che se lo contendono.

Cultura, spesso, fa rima con Architettura, e anche qui Melbourne fa sfoggio di sè: moderna, modernissima, la ritrovi ad ogni angolo, in un particolare oppure in un intero edificio. Qui sotto, Federation Square, con sullo sfondo i trecento metri della Eureka tower, l’edificio più alto dell’emisfero australe.

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Dopo poche ore già capisci che l’atmosfera che si vive a Melbourne è giovane, dirompente, azzardata in maniera umile e semplice. E non ti stupisci di trovare ponti dalle geometrie incredibili, angoli acuti e colori vivaci, squarci di bar e locali che sottintendono una nightlife elettrizzante ma difficile da scoprire di primo acchitto. E palazzi che osano, che tentano, che trovano. Non tutta la città è così, ma in molti punti scopri qualcosa che farebbe felice uno studente di architettura moderna. E a molti di loro piacerebbe poter lavorare in uno studio di Architettura come quello qui sotto.

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Insomma, vi ho parlato di cibo, di scorci, di cultura, di architettura. Ma com’è, alla fine, questa Melbourne?
A me piace, nonostante quanto mi diceva Francesco.
Il clima è uno di quelli che ti fa desiderare di trasferirti subito, anche se qui si dice che possono esserci quattro stagioni in un solo giorno. La vita scorre tranquilla, ma la città offre distrazioni e attività in ogni momento. Non ho avuto occasione, ma so che nei dintorni ci sono mille opportunità per escursioni e sport all’aria aperta. E Melbourne è una città fatta per le bici, per la ginnastica, con i suoi tanti parchi verdi e le ampie strade alberate.

L’Australia dei prossimi anni vivrà un’economia fiorente, il che implica tante opportunità per chi abbia voglia di coglierle, anche se trovare un visto non è roba per tutti.

E’ bello viaggiare così, come faccio io: visitare mille posti diversi, e tra un impegno e l’altro ricavare qualche oretta per esplorare un altro angolo di mondo. Certo, nel mio caso sono quasi sempre città, ma da quando mi sono trasferito in Asia, la varietà è aumentata notevolmente rispetto all’Europa, e se Melbourne sembra molto occidentale ed europea, basta andare a Mumbai per ritrovarsi in una realtà quasi completamente diversa.

Riflettevo pochi giorni fa su quanto lavoriamo, e quanto poco ci permettiamo dei “break” di media o lunga durata che possano permetterci, zaino in spalla, di esplorare un po’ il mondo. Non è facile farlo, per molte delle persone che conosco, ma è quasi sempre fattibile se si è disposti a qualche sacrificio. Per me, fortunatamente, questa esigenza non è così stringente, perchè riesco ad esplorare molte cose, un pezzetto per volta.
Non è facile coniugare tutto, e non è facile farlo sempre da solo. Servono gli strumenti giusti, come CouchSurfing o una buona guida Lonely Planet, o qualche contatto geek, o qualche social network come Twitter, o qualche amicizia di vecchia data. Ma spesso riesco a vivere delle esperienze magnifiche, inaspettate, che rendono ogni città molto più bella di quanto non sarebbe semplicemente vivendola “da turista”. Ed è una cosa che consiglio a tutti voi.

Ma non è solo questione di organizzarsi, ma anche di saper cogliere le occasioni di conoscere persone diverse.
Un esempio?
Esco dal mio albergo, il Rendezvous su Flinders Street, vicino alla stazione dei treni. Intravvedo uno stemma Illy, e penso di aver proprio bisogno di un buon caffè. Attraverso la strada. Entro.
E’ un locale piccolissimo, ricavato da uno degli archi che sorreggono le rotaie, come ho già visto fare ad Amsterdam e in altre città d’Europa. Si chiama Coffee Vault, non a caso.
Saluto, e chiedo un espresso. Chiedo che mi venga fatto ristretto, e lo voglio in tazzina, non nel bicchiere di cartone.
Il ragazzo mi dice che ha aperto oggi, e che ieri è passato un “barista” bravissimo che gli ha insegnato come fare un buon caffè da italiani. Lo provo, ed è vero.

Mi guardo intorno, e noto questo CD di un gruppo Rock locale, i Foreign Objects.
Scatto una foto.

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“Gratis per quelli che amano il Rock ‘n Roll”.
Fico. Fichissimo.

Chiacchiero per qualche minuto col tizio, mi dice che si è trasferito qui da qualche anno ma è cresciuto vicino a Gold Coast, la Miami australiana.
Ecco, io andrò a Gold Coast questo weekend, a festeggiare il mio compleanno.
E così Jamie, il tizio di cui sopra, mi manda una email con i consigli su dove andare, e un paio di amici con cui posso fare un giro da quelle parti, e un posto dove mangiare roba buona.
Da cosa nasce cosa.
Il giorno dopo su Twitter un mio amico australiano, Brendan, conosciuto in UK durante un evento per startup, scopre che sono a Melbourne,  la sua città natale, e mi mette in contatto su Facebook con Reginald, che in poche ore condivide con me una lista di una dozzina di locali e posti da visitare.
Da cosa nasce cosa.

Ecco, questo per me è il modo migliore per scoprire un posto, per assaporarlo, per ricevere quei mille stimoli mentali, fisici, che ti fanno sentire bene e in pace col mondo. E tante volte, purtroppo, vorrei scriverne e scriverne e scriverne, ma non sempre ho l’occasione.
Questa volta il tempo invece l’ho trovato, per condividere questa cosa con te.

E ora basta, che è tardino, e domani mi aspetta un aereo :)

Mio Padre a Singapore

Ebbene sì. Piango.
Ma no, non un pianto a dirotto. Una lacrimuccia.
Dapprima, quella sensazione, quel magone, quell’intoppo alla gola, lo stomaco che si stringe, gli occhi che si guardano intorno, quasi a vergognarsi delle prossime lacrime. E poi ti trema la palpebra, si inumidisce, e come il vagito di un neonato arriva la tanto attesa prima goccia salmastra, all’occhio destro.
Un po’ ti trattieni, ma poi ti lasci andare e ripensi ad una persona tanto cara, che ti raccontava di una volta quando pianse in metro, a Roma, senza vergognarsi, e di come un tizio le avesse sorriso e le avesse detto che faceva bene a non vergognarsi.
La tua è solo una innocua gocciolina, e presto l’istinto scompare.
E no, non sei triste.

E’ che tuo Padre ti ha appena salutato, dopo essere stato due settimane con te a Singapore.
Avete passato un po’ di tempo insieme, avete riso insieme, una sera avete pure bisticciato, ma in buona sostanza vi siete ritrovati compagni e complici come ai vecchi tempi, con la differenza che tu ora sei un uomo adulto mentre lui si avvicina ai settanta. Che i discorsi che fate sono diversi, più maturi, oppure semplicemente più semplici, sintetici, sodi.
E non mi vergogno, che tra un paio di giorni mio Padre aprirà il computer e leggerà questo post, che poi si chiederà anche che diavolo sia, un post. E’ quando metti un titolo, un contenuto, e li pubblichi insieme sul tuo blog. Ecco, questo è un post, Papà caro.

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Penso che ognuno di noi abbia i suoi difetti, le sue cose, il suo modo di fare, e che queste cose emergano nei rapporti con le persone.
Ma poi c’è l’amore paterno e materno, e l’amore filiale, o l’amore tra Fratelli. Un qualcosa che nella mia famiglia funziona così: ti amo a prescindere. Qualcosa che, tra i mille difetti e i mille problemi e le mille cose storte e le mille cose che “se” e “ma”, alla fine abbiamo imparato e insegnato bene. Reciprocamente.
Papà. Papi, ti chiamo, affettuosamente.

Sono qui, al caldo della MRT di Tanah Merah, in attesa della metro che mi porterà a Kembangan in tre minuti, e in altri tre minuti sarò in casa. Accenderò il condizionatore, mi guarderò intorno, sentirò ancora la tua presenza, osserverò estasiato quelle piccole cose che portano ancora il tuo segno.

E poi mi dico: ma mica è un funerale, eh. Mio Padre, per mia grande fortuna, è ancora vivo e vegeto, e pure in salute. Mio Padre, che in tutta verità, se fosse stato per i meriti di un certo luminare della medicina, venticinque anni fa avrebbe lasciato su questa terra le penne, una moglie e due figli giovanissimi, e che invece, anche grazie alla testardaggine della suddetta moglie, è stato ripreso per il rotto della cuffia e ancora campa, alla faccia del luminare. Il quale, nel frattempo, è sepolto da qualche parte in una bara d’argento. La coscienza, mi auguro ben nascosta in qualche angusta profondità dell’oceano.
E penso ad un post di una ragazza che, mesi fa o forse più di un anno fa, parlava del Padre che se ne era andato. Un post commovente, toccante, profondo, vero. Quel post mi aveva fatto pensare alla mia fortuna di avercelo ancora, un Padre. E penso anche ad un noto blogger italiano, Andrea, che piangeva recentemente la morte del suo.

Sì, sono fortunato.

E penso a mia Madre, che anche lei è ancora viva, ma non è potuta venirmi a trovare perché i suoi genitori, seppur vivi, hanno bisogno di costante attenzione.
La metro è arrivata. Scendo. Estraggo il tesserino per aprire il portone del mio condominio e mi soffermo su due giovani malesi, seduti lì vicino. Sicuramente operai del vicino cantiere, che lavorano il doppio delle mie ore a settimana per forse un decimo dello stipendio. Mi guardano, e nello sguardo colgo rispetto, pace, e una mezza idea che vorrebbero permetterselo, un appartamento come il mio, che per un occidentale altro non è che una modesta dimora ma per loro magari sarebbe chissà cosa.

Entro in casa, mi lavo i denti, salgo in cima al sesto piano, dove mi aspettano una piscina e un idromassaggio come sempre deserti. La città, ancora viva e luminosa, cammina furtiva nella notte intorno a me.
Odo a malapena il fruscio dell’acqua che scorre. Una leggera brezza mi solleva dal caldo pesante di Singapore, e dalla sua imperdonabile umidità. In lontananza svettano i grattacieli del Business District.
Provo a chiamare il cellulare di papà, ma è già spento. E’ già salito in aereo e sta per decollare tra venti minuti esatti. Domani sarà di nuovo nella sua Assisi, e domenica incontrerà mio Fratello Marco e gli regalerà un cellulare Nexus One, comprato qui a Singapore su mio suggerimento.
Eccolo, mio papà. Che avrà tanti difetti, ma ha una sorta di generosità che traspare da mille cose. E non è per il Nexus One in sè, è che anche lì emerge quella sua vogliosa voglia di volerlo a tutti i costi comprare, questa sua dedizione assoluta per i figli che a volte, forse troppo spesso, gli ha fatto dimenticare le sue stesse esigenze.
Ecco, questa è una cosa che entrambi i miei genitori mi hanno sempre dato.

Ora ci devo andare cauto, perché sto per dire una cosa e so che quando Papà la leggerà potrebbe intenderla male.
Mi manchi, stasera.
Mi ero abituato di nuovo alla tua presenza e mi ero gustato questi momenti insieme, seppur oberato dal lavoro e dalle logistiche di quattro conferenze a Singapore, e un viaggio di lavoro di diciotto giorni in Australia.
Mi manchi non con la tristezza, non con il rammarico, mi manchi con quella sensazione di aver vissuto qualcosa di prezioso, e volerlo vivere di nuovo. Qualcosa che le mie scelte di vita mi hanno reso raro e desiderabile, dopo due anni di vita all’estero e qualche decina di ritorni a casa che si faranno molto più rari, per almeno un altro paio d’anni.
E penso ad una delle settimane lavorative più imponenti, più pressanti che abbia mai avuto, in cui mi sono sentito nervoso e sotto pressione e non sono riuscito ad essere distaccato e professionale come vorrei, e ad avere abbastanza tempo per godermi mio Papà in pace.
E non vedo l’ora che arrivi settembre o ottobre, e che Papà mi faccia di nuovo visita, magari stavolta con Mamma al seguito, o magari, quasi impossibile, pure col mio Fratellone, così li porto a Bali una settimana e ci rilassiamo tutti quanti, come nella famiglia Brunozzi non succede da quasi vent’anni. Però sono sempre qui con me, nel cuore.
Sono la mia famiglia, generosa, umana, coi limiti e il coraggio di tante persone normali.

E mi verrebbe da pensare anche ai miei cari amici, o alla mia compagna, ma questo post in realtà è una dedica completa a mio Papà, a mia Mamma, a Mio Fratello, pur col rischio di sbrodolarmi in una zuccherina polpetta Dysneyana, ma tant’è, queste sono le cose che mi passano tra le orecchie e che per qualche motivo ho voglia di condividere qui.

Sto pensando a mio Padre che ha fatto amicizia con tutti, che ha scherzato col Senior Vice President di Amazon ed è riuscito a stargli simpatico pur non parlando una parola d’inglese.
A mio Padre che la mattina veniva al bar Segafredo a Telok Ayer Street e faceva amicizia con tutti, che in visita al Birds Park ha attaccato bottone con un Tailandese e la moglie e anche lì è riuscito a spiegarsi e parlare di tante cose. E che bello, entrare a prendermi un caffè e ritrovarmelo lì, temporanea parentesi in mezzo ai mille pensieri del lavoro, e sedermi con lui e Rick a bere un cappuccino e parlare e tradurre e sorridere. O mangiare gli gnocchi al pomodoro vicino alla Singapore Management University con lui e Kingsley, e vedere il suo stupore nello scoprire che Kingsley è sudafricano, bianco, parla inglese, sembra americano, ha studiato latino alle superiori.
E le cene con gli italiani, e il suo volersi assicurare che il figlio possa star bene, e raccomandarsi e allungare l’orecchio per carpire le sottili metafore degli emigrati a Singapore.
E il cibo indiano, e quello giapponese, e il suo lento abbassare la guardia e cancellare i preconcetti, tipico di un uomo che da giovane ha viaggiato, in proporzione, molto più a lungo di quanto non faccia io oggi.
E l’ultima cena, a mangiare Chili Crabs sulla costa Est con Alfio, Gianluca, Winnie e Paolo, e scherzare sulle zampe di rana e le polpette di cane e ridere con lui di tante altre cose.
Allungherei ancora, ma in fondo le cose importanti le ho dette tutte.

Sorrido, adesso.
Ciao, Papi (che per voi lettori si chiama Alessandro).
A presto.

13:50, 20 ottobre 2009: Sei mesi

Sono passati sei mesi esatti da quando ho preso quel treno Venezia-Monaco di Baviera, dopo Venice Sessions.
E su quel treno c’è stato un incontro che mi ha cambiato la vita.

Non ho voglia di scendere in particolari troppo personali, ovviamente… Però, ecco, oggi è una bella ricorrenza. E mi piace che per celebrarla lei voglia usare delle cose semplici, umili, quasi senza pretesa.

scritta-sulla-sabbia

Il grazie è per te.