Melbourne, Australia.

E’ la mia prima volta in Australia, nonostante i miei numerosi giri intorno al mondo.
Una nazione, un continente, che per noi italiani rievoca subito gli emigranti del dopoguerra, che arrivarono in massa soprattutto negli anni Cinquanta, dal Sud, con la prospettiva di una terra promessa in cui trovare lavoro e allevare una famiglia. Duecentomila coraggiosi, che affrontarono un viaggio di diverse settimane in nave per approdare a Perth, Melbourne, Sydney, accolti alla meglio nei campi immigrati, per poi essere mandati a lavorare altrove, spesso come minatori, poi come camerieri o, in proprio, come ristoratori.
L’Australia, che ha fagocitato e digerito decine di culture diverse, è soprattutto British, e poi soprattutto italiana, greca, vietnamita, un po’ tedesca, e le tradizioni vittoriane si affiancano a quelle di questi innesti culturali diversissimi: nel cibo, nel modo di vestire, nel carattere.

Dopo una breve sosta a Perth, col mio amico Francesco (qui sopra), è da alcuni giorni che dormo le mie notti a Melbourne, spendendo il tempo diurno tra conferenze e meeting vari, con qualche occasionale ora libera per camminare un po’. Ed è così, che scopro Melbourne, pur coi limiti e le sviste di una visita così breve: camminando.
Accompagnato da una sobria e tintillante Lonely Planet, mi aggiro per le vie del centro città, annusando, osservando, fotografando (qui il set completo su Flickr).
Lo so che sono ormai trappole per turisti, ma non resisto alla tentazione di gustarmi un buon espresso, e anzi pure un bel piatto di gnocchi al pomodoro, allo storico Pellegrini’s su Bourke Street, forse il primo bar ristorante italiano aperto qui a Melbourne nel 1954 da due soci (fratelli?) di Lucca.

I camerieri sono tutti italiani, o meglio, parlano italiano: di emigrante vero ce n’è soltanto uno, gli altri sono tutti “italiani” di cultura ma nati e cresciuti a Melbourne, e mi fa sorridere sentirli parlare con perfetto accento australiano. Eppure, visto che l’Australia una cultura vera e propria, nativa, non ce l’ha (o meglio, la ignora, e di questo parleremo dopo), questi figli di emigranti si aggrappano felicemente alle tradizioni millenarie della nostra cara Italia, senza rinnegarle nè ingigantirle.
Sono abituati al turista italiano di passaggio, e per questo decido di esordire dapprima in inglese, passando per un visitatore americano. Parlottano tra di loro, li studio, li osservo… E poi mi apro anche io, chiedo dettagli, raccolgo qualche informazione per soddisfare la mia curiosità.
Provo a penetrare quel sottile velo di mistero, cercando indizi tra una frase e un gesto.
Hanno decisamente molto, di italiano: il modo di fare, l’amore e la cura per il cibo e il caffè, una grande propensione per la ristorazione e la gentilezza. Due anziane signore, clienti abituali, salutano Frank e chiedono il conto. Dodici e venti, but let’s make it twelve, it’s easier for you to work it out.
Eccola, l’italianità: un qualcosa che in altri posti vedresti raramente fare.
Stessa storia per il Ristorante Cacciatora, vicino a Lygon Street, una via piena zeppa di ristoranti, molti italiani, qualcuno greco. Un’altra roba “commerciale”, ormai, trappola per turisti in cerca di un angolo caratteristico di un’Italia che non esiste più, affabulati dai nomi dei ristoranti – Sorrento, DiMattina, Alpino – e dai figli degli immigrati che ancora sanno qualche frase in italiano.
E qui, a Lygon Street, la mattina del 10 luglio 2006, otto ore avanti rispetto al fuso orario nostrano, mezza Melbourne si ritrovava a festeggiare la Coppa del Mondo vinta dall’Italia in finale con la Francia.
Converso con piacere con la proprietaria del ristorante Cacciatora, una gentile signora di Genova, e col marito napoletano. Nomino Assisi, la mia città Natale, e subito spunta un grande sorriso sul loro volto. Assisi è bellissima, mi dicono. Le ceramiche che hanno appese ai muri vengono da un negozio di Assisi, I Due Soli, del mio amico Riccardo.
Piccolo il mondo… O forse mi hanno detto di sì senza saperlo nemmeno loro.

Melbourne, piena di bella gioventù e belle ragazze; ma sono le orientali quelle che ti fanno girare la testa. Vestono bene, camminano come modelle, sanno attirare l’attenzione. Le australiane, invece, sono ai due estremi della scala: da un lato, quelle poco curate, molto obese per via del cibo pesante e grasso, sciatte. Oppure molto new age, trucco acqua e sapone, vestiti giovanili, londinesi, belle di cuore, e una freschezza che le accompagna sempre.
E Melbourne, capitale australiana della cultura: lo dicono tutti, anche l’UNESCO, e dovrà pur essere vero. Una bella conquista per un avamposto dimenticato da Dio che, dalla fondazione nel 1835, attraverso la Corsa all’Oro, ha sempre avuto una grande rivalità con Sydney, contendendole persino le sedi politiche, poi installate a Canberra.
Melbourne è anche la Hollywood australiana, e lo conferma anche un mio conoscente, Matteo, figlio di ricchi immigrati italiani, che a nemmeno trenta anni fa il regista e conduce una vita davvero invidiabile, tra attori, festival, la fama che sta lentamente arrivando, e uno stuolo di amici e amiche che se lo contendono.
Cultura, spesso, fa rima con Architettura, e anche qui Melbourne fa sfoggio di sè: moderna, modernissima, la ritrovi ad ogni angolo, in un particolare oppure in un intero edificio. Qui sotto, Federation Square, con sullo sfondo i trecento metri della Eureka tower, l’edificio più alto dell’emisfero australe.

Dopo poche ore già capisci che l’atmosfera che si vive a Melbourne è giovane, dirompente, azzardata in maniera umile e semplice. E non ti stupisci di trovare ponti dalle geometrie incredibili, angoli acuti e colori vivaci, squarci di bar e locali che sottintendono una nightlife elettrizzante ma difficile da scoprire di primo acchitto. E palazzi che osano, che tentano, che trovano. Non tutta la città è così, ma in molti punti scopri qualcosa che farebbe felice uno studente di architettura moderna. E a molti di loro piacerebbe poter lavorare in uno studio di Architettura come quello qui sotto.

Insomma, vi ho parlato di cibo, di scorci, di cultura, di architettura. Ma com’è, alla fine, questa Melbourne?
A me piace, nonostante quanto mi diceva Francesco.
Il clima è uno di quelli che ti fa desiderare di trasferirti subito, anche se qui si dice che possono esserci quattro stagioni in un solo giorno. La vita scorre tranquilla, ma la città offre distrazioni e attività in ogni momento. Non ho avuto occasione, ma so che nei dintorni ci sono mille opportunità per escursioni e sport all’aria aperta. E Melbourne è una città fatta per le bici, per la ginnastica, con i suoi tanti parchi verdi e le ampie strade alberate.
L’Australia dei prossimi anni vivrà un’economia fiorente, il che implica tante opportunità per chi abbia voglia di coglierle, anche se trovare un visto non è roba per tutti.
E’ bello viaggiare così, come faccio io: visitare mille posti diversi, e tra un impegno e l’altro ricavare qualche oretta per esplorare un altro angolo di mondo. Certo, nel mio caso sono quasi sempre città, ma da quando mi sono trasferito in Asia, la varietà è aumentata notevolmente rispetto all’Europa, e se Melbourne sembra molto occidentale ed europea, basta andare a Mumbai per ritrovarsi in una realtà quasi completamente diversa.
Riflettevo pochi giorni fa su quanto lavoriamo, e quanto poco ci permettiamo dei “break” di media o lunga durata che possano permetterci, zaino in spalla, di esplorare un po’ il mondo. Non è facile farlo, per molte delle persone che conosco, ma è quasi sempre fattibile se si è disposti a qualche sacrificio. Per me, fortunatamente, questa esigenza non è così stringente, perchè riesco ad esplorare molte cose, un pezzetto per volta.
Non è facile coniugare tutto, e non è facile farlo sempre da solo. Servono gli strumenti giusti, come CouchSurfing o una buona guida Lonely Planet, o qualche contatto geek, o qualche social network come Twitter, o qualche amicizia di vecchia data. Ma spesso riesco a vivere delle esperienze magnifiche, inaspettate, che rendono ogni città molto più bella di quanto non sarebbe semplicemente vivendola “da turista”. Ed è una cosa che consiglio a tutti voi.
Ma non è solo questione di organizzarsi, ma anche di saper cogliere le occasioni di conoscere persone diverse.
Un esempio?
Esco dal mio albergo, il Rendezvous su Flinders Street, vicino alla stazione dei treni. Intravvedo uno stemma Illy, e penso di aver proprio bisogno di un buon caffè. Attraverso la strada. Entro.
E’ un locale piccolissimo, ricavato da uno degli archi che sorreggono le rotaie, come ho già visto fare ad Amsterdam e in altre città d’Europa. Si chiama Coffee Vault, non a caso.
Saluto, e chiedo un espresso. Chiedo che mi venga fatto ristretto, e lo voglio in tazzina, non nel bicchiere di cartone.
Il ragazzo mi dice che ha aperto oggi, e che ieri è passato un “barista” bravissimo che gli ha insegnato come fare un buon caffè da italiani. Lo provo, ed è vero.
Mi guardo intorno, e noto questo CD di un gruppo Rock locale, i Foreign Objects.
Scatto una foto.

“Gratis per quelli che amano il Rock ‘n Roll”.
Fico. Fichissimo.
Chiacchiero per qualche minuto col tizio, mi dice che si è trasferito qui da qualche anno ma è cresciuto vicino a Gold Coast, la Miami australiana.
Ecco, io andrò a Gold Coast questo weekend, a festeggiare il mio compleanno.
E così Jamie, il tizio di cui sopra, mi manda una email con i consigli su dove andare, e un paio di amici con cui posso fare un giro da quelle parti, e un posto dove mangiare roba buona.
Da cosa nasce cosa.
Il giorno dopo su Twitter un mio amico australiano, Brendan, conosciuto in UK durante un evento per startup, scopre che sono a Melbourne, la sua città natale, e mi mette in contatto su Facebook con Reginald, che in poche ore condivide con me una lista di una dozzina di locali e posti da visitare.
Da cosa nasce cosa.
Ecco, questo per me è il modo migliore per scoprire un posto, per assaporarlo, per ricevere quei mille stimoli mentali, fisici, che ti fanno sentire bene e in pace col mondo. E tante volte, purtroppo, vorrei scriverne e scriverne e scriverne, ma non sempre ho l’occasione.
Questa volta il tempo invece l’ho trovato, per condividere questa cosa con te.
E ora basta, che è tardino, e domani mi aspetta un aereo :)
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