Giovedì scorso è uscito un mio articolo su Nòva, l’inserto tecnologico settimanale del Sole 24 Ore, riguardante 1298, una azienda indiana che fornisce un innovativo servizio di pronto soccorso. Qui una foto di Sweta Mangal, la CEO di 1298, e a questo link il set completo:

L’articolo aveva due scopi: informare i lettori, e raccogliere fondi per 1298. Nell’articolo avevo lasciato un link per poter donare.
Questo è il tristissimo risultato del numero di visitatori che hanno raggiunto la pagina delle donazioni:

Questa è la prima bozza del mio articolo, che ho deciso di pubblicare qui integralmente.
Vivi in India, sei povero, hai bisogno di una ambulanza? Anni fa eri spacciato. Ora c’è 1298.
Mumbai, India. Sweta Mangal è di fronte a me. Sorride. I suoi trentadue anni non li dimostra: il viso giovane è dipinto di serena speranza. Viene dal Rajasthan, una delle aree più povere dell’India, e solo grazie alla lungimiranza dei genitori ha potuto studiare, vincere borse di studio e finire negli Stati Uniti dove, dopo la laurea in finanza e marketing, ha lavorato per circa un anno. La nostalgia la convince a tornare a Mumbai nel 2000, per ricongiungersi con la famiglia. Giovane e brillante, ottiene facilmente un lavoro presso TATA AIG, una divisione di assicurazioni del gigantesco gruppo Tata, quello che sforna milioni di automobili e guida la corsa indiana all’urbanizzazione e alla modernità, e passa così qualche anno della sua vita.
Nel 2003 riceve una telefonata, e questa telefonata cambierà radicalmente il suo percorso, e quello di molti altri, per sempre.
Shaffi Mather è un avvocato. Indiano, giovane, con un curriculum simile a quello di Sweta. L’ho scoperto per caso, mesi fa, vedendo un suo video del 2009 su TED.com.
Shaffi ha il telefono in mano e ha bisogno urgente di una ambulanza: sua madre sta soffocando. Dopo mille tentativi infruttuosi si arrende, soccorrendo la madre come meglio può. Succede tutto nel cuore della notte, qualche anno fa, e per fortuna la madre sopravvive. Una settimana più tardi è un amico di Shaffi, Ravi Khrisna, a sperimentare la precarietà dei servizi di soccorso, con la morte di un amico in un incidente stradale.
Shaffi convoca Sweta, Naresh, Ravi e Manish, tutti giovani indiani di successo, con esperienze all’estero ma il cuore rimasto in India: decidono che qualcosa va fatto.
I cinque amici finanziano di tasca propria l’acquisto di due mezzi e, con l’aiuto del London Ambulance Service – con cui Shaffi ha un ottimo rapporto dopo il suo master alla London School of Economics – e del New York Presbyterian, iniziano i test. Nel 2005 le ambulanze diventano dieci, e l’iniziativa prende la forma di un business vero e proprio: 1298, come il numero di telefono da chiamare in caso di emergenza.
Perchè un numero difficile da ricordare? Perchè i numeri migliori vengono dati solo in cambio di una generosa “mancia”: quel fenomeno così sfacciatamente diffuso in India che prende il nome di corruzione. Shaffi e gli altri non cedono, e decidono di andare avanti senza scendere a compromessi.
Sweta diventa CEO dell’azienda, che in poco tempo si distingue per qualità del servizio e bassi costi. Ma cosa la differenzia da tutte le altre? Nonostante l’anima “for-profit”, 1298 vuole rendere il servizio accessibile a tutti, ricchi e poveri. Il costo della chiamata di una ambulanza viene deciso su base volontaria, ma ci si accorge ben presto che il modello non funziona e che anche chi può permettersi di pagare decide di non farlo. Sembra un business destinato a chiudere presto, in una nazione povera e disorganizzata come l’India in cui, ogni giorno, muoiono almeno dieci persone sui binari dei treni.
“Ho conosciuto la povertà; non puoi cancellarla dal tuo animo. Ma ho anche visto cosa succede con una buona istruzione… Puoi spazzare via le caste, puoi spazzare via la povertà.”
Sono parole di Sam Pitroda, un formidabile uomo d’affari indiano che aiuta Shaffi e gli altri a capire due concetti fondamentali per il successo di un progetto “sociale” in India: essere autosufficiente, ed enfatizzare l’importanza dei sussidi per permettere ricavi ma al tempo stesso accesso per tutti, ricchi e poveri.
Il modello basato su contributi volontari viene soppiantato da un modello di sussidi incrociati, sfruttando le peculiarità del servizio sanitario indiano. Gli ospedali in India sono infatti di due tipi, pubblici e privati: chiunque abbia una quantità anche minima di denaro lo spende volentieri per essere ospitato nei secondi, visto che i primi offrono un servizio scadente. E così, se l’ambulanza deve trasportare qualcuno che sceglie un ospedale privato, quel qualcuno non è povero: 750 rupie indiane (circa 25 dollari). Se sceglie un ospedale pubblico? La metà, 375 rupie. Serve una ambulanza più attrezzata? Costa il doppio, si chiama ALS, Advanced Life Support, e provvede attrezzature e medicinali avanzati. E per i poveri in stato di emergenza? C’è l’esenzione se il trasporto è verso ospedali pubblici.
Sembrano regole crude e truci e forse troppo semplicistiche, ma garantiscono miracolosamente una perfetta corrispondenza tra ceto e costo del servizio. In pratica i ricchi sussidiano i poveri, e chiunque può usufruire del servizio quando la sua vita è in pericolo.
1298 inizia a decollare, finchè nel 2007 arriva il patrocinio di Acumen Fund, una non-profit americana che investe nei paesi in via di sviluppo e riutilizza i guadagni per investire di nuovo. Acumen investe 1,5 milioni di dollari, che fanno crescere le ambulanze da 10 a 91 in due anni.
Tutto sembra procedere per il meglio, ma la sera del 26 novembre 2008 accade qualcosa di terribile: una serie di attacchi terroristici scuote Mumbai, uccidendo centinaia di persone, ferendone migliaia, e instaurando il caos in una metropoli di oltre dieci milioni di abitanti. I primi filmati in TV mostrano le ambulanze di 1298 accorrere sul posto, quando ancora si credeva fossero solo incidenti. Per tre giorni gli operatori forniscono un incessante servizio in tutta la città, gratuito per tutti. Sono momenti drammatici, ma permettono a 1298 di balzare agli onori della cronaca, ed essere riconosciuto finalmente come uno dei servizi di ambulanza migliori.
La band musicale dei Jethro Tull, a Mumbai in quei giorni per un concerto, dopo aver assistito al dramma e aver scoperto 1298, decide di donare i proventi del concerto, spostato di qualche giorno, per l’acquisto di una ambulanza.
E’ un business che si sostiene da solo, ma le donazioni ovviamente sono ben accette: 50.000 dollari per una ambulanza, o 25.000 dollari per coprirne le spese di esercizio per un anno, e ricevere in cambio il proprio nome stampato sulle fiancate del mezzo.
Passano più di due anni, e il 19 febbraio 2010 mi ritrovo nell’ufficio di Sweta, grazie ad un gentile contatto in Acumen Fund e l’aiuto prezioso di Yehia Houry, un libanese figlio di funzionari ONU, coetaneo di Sweta, che ha speso gli ultimi anni della sua vita con la World Bank e con diverse organizzazioni umanitarie.
Sweta mi spiega i mille dettagli di 1298, una startup avviata a diventare una azienda di grande successo: 430 impiegati in tutta l’India, due milioni di dollari di ricavi nel 2010, destinati a diventare cinque nel 2011, e la proiezione di passare da quasi cento a oltre 3.000 ambulanze in cinque anni, replicando il modello in altre parti dell’India, in Sri Lanka, Bangladesh, Africa, anche grazie ad una nuova iniezione di capitale che sta per arrivare. Nonostante il successo economico, tuttavia, fornire il servizio in zone rurali ha costi così alti, e ricavi così minimi, da richiedere comunque il contributo governativo.
Mentre ascolto i dettagli che Sweta snocciola con grande competenza, rifletto sulle cose che diamo per scontato in un paese moderno, e a come queste cose cambiano in scenari come quello di Mumbai. Alcuni esempi. Il 90% delle richieste di ambulanza, ad esempio, sono per trasportare morti e, nonostante i facili guadagni, 1298 ha deciso di non gestirle, per rendere chiara e trasparente l’immagine di un servizio di emergenza sanitaria, non di pompe funebri. Gli altri servizi di ambulanze non operano 24 ore su 24, nè condividono le richieste di soccorso se impossibilitati ad evaderle. Molti indiani preferiscono trasportare i feriti in ospedale con mezzi di fortuna, e non conoscono il “concetto” di ambulanza, nè i benefici di ricevere assistenza medica durante il trasporto. A proposito: circa i tre quarti delle chiamate sono appunto richieste di trasporto, in cui gli assistiti non rischiano la vita ma hanno bisogno di assistenza di base finchè non raggiungono l’ospedale, e di una prima diagnosi fatta dai paramedici. La realtà indiana è dunque molto peculiare e diversa da quella italiana, e richiede soluzioni specifiche.
Una delle chiavi del successo di 1298 è anche il modernissimo sistema informatico che gestisce le chiamate, che sfrutta Google Earth e alcuni sofisticati software per tracciare in tempo reale, tramite GPS, il percorso e la velocità di ogni singola ambulanza, e i luoghi da dove provengono le chiamate. Mentre l’ambulanza accorre sul posto, un paramedico assiste il paziente chiedendogli informazioni basilari e suggerendo cosa fare in attesa dell’ambulanza.
Visitare la sede di 1298 in un fatiscente palazzo di Mumbai, e conversare amabilmente per qualche ora con Sweta e Yehia mi ha fatto venire la voglia di raccogliere donazioni.
Come?
Semplice: vai a questo link http://bit.ly/acumen-brunozzi-it, scegli quanti dollari vuoi donare (il minimo è cinque), e paga con la tua carta di credito.
Grazie per il tuo contributo!
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