Simone Brunozzi

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Scrivimi a: simone.brunozzi -@- gmail punto c0m

Frenitalia è un casino? E io sorrido lo stesso!

Ore 17:10, mercoledì 31 marzo 2010. Stazione di Trento. Il regionale verso Verona e Bologna è in ritardo di 15 minuti. Da lì, il mio piano è di prendere l’Intercity delle 20:17 e raggiungere Firenze e poi Assisi, dove mi aspetta un letto caldo e un meritato riposo.

Salgo in compagnia della mia ragazza, sua mamma, la sua amica del cuore. Troviamo quattro posti separati, vista la calca di gente che affolla questo regionale. La mia ragazza oggi si è laureata alla specialistica in Economia, a Trento, con un voto molto brillante.
Sono felice.

Le saluto a Verona, da dove loro proseguono verso Venezia.
Iniziano i casini seri. Il mio treno accumula 25 minuti di ritardo.
Interpello il controllore, un giovane di cognome Gelmini, che fa di tutto per trovarmi la coincidenza giusta, o suggerirmi cosa poter fare se arriviamo troppo tardi per prendere la mia coincidenza.
Poi il treno trova qualcosa sui binari e costringe (giustamente) il macchinista a fermarsi. Cerco di fare una foto che riprenda il lieve fumo che trapela tra una carrozza e l’altra, ma il vento e la posizione scomoda mi fanno scattare tutt’altra foto:

1-avaria

Una breve analisi del problema suggerisce di arrivare alla prima stazione e cambiare treno. Ecco il macchinista e il controllore alle prese col problema:

2-avaria

Il ritardo accumulato sale a 50 minuti: alla stazione di Mirandola arriva un altro regionale “sostitutivo” che ci porta a Bologna (bravi, bel lavoro). Prima di smontare dal mio vagone, chiedo al controllore come si chiama, e gli dico che ha fatto proprio un buon lavoro. Bravo.
Un signore mezzo incazzato lo manda quasi a quel paese mentre cambia treno. Mi dispiaccio molto per questo gesto: Gelmini si era già dimostrato una persona molto customer-centric, molto disponibile, molto gentile, che ha cercato di gestire l’avaria nel migliore dei modi. Non meritava altro se non un “bravo”. Se conoscete un Gelmini che lavora in Ferrovie, e che in questa data copriva la tratta Trento-Bologna, fategli le congratulazioni, perché è una persona molto in gamba.

Insomma, salgo sull’altro treno e faccio conoscenza con una coppia che deve recarsi a Senigallia.
Ho la fortuna di essermi portato una SIM card con traffico dati, e la uso per guardare orari dei treni e usare i soliti social network per vedere se, nel caso peggiore, riesco a trovare compagnia per una serata a Bologna o Firenze.
Alla fine mi rassegno al fatto che non riuscirò a raggiungere Assisi in serata, e dopo pochi minuti mi scrive su Fring Marco Fabbri, semplicemente per scambiare due chiacchiere sul discorso delle donazioni Acumen Fund e l’articolo Nòva della scorsa settimana.
Alla fine mi dice: se passi da queste parti fai un fischio.
Io dico: dove sei stasera?
Lui: Cesenatico.
Io: ci arrivo dalla stazione di Bologna?
Lui controlla, e mi dice che c’è un treno 21:37-22:45.
Gli dico: trovami un divano, un letto, o un Bed & Breakfast, e vengo.
Lui conferma.
Arrivo a Bologna alle 20:55 (un’ora di ritardo), e scopro che il FrecciaRotta verso Ancona ha accumulato 20 minuti di ritardo e partirà dal binario 11 alle 21:10 anziché 20:50. Bene, vado al binario 11 e aspetto speranzoso.
All’ultimo minuto il binario viene spostato al 6, una cinquantina di persone fa una corsa per arrivare alla piattaforma in tempo, e dopo un altro minuto arriva il FrecciaRotta. (che poi, spiegatemi perché la piattaforma 6 non la potevate comunicare prima… cattivelli!).
Salgo.
Saluto la mia ragazza al telefono, scherzando allegramente sui vari problemi incontrati fino a quel momento. Un paio di ragazzi che ascoltano la mia conversazione ridono anch’essi. Ho il morale alto, sono felice.
Sono felice per questi motivi: primo, oggi si è laureata la mia ragazza, e la cosa mi ha reso felicissimo. Secondo: stasera incontro un amico che non vedo da tempo, e l’imprevisto col treno alla fine non mi causa nessun problema ma anzi si rivela una occasione. Terzo, il controllore Gelmini si è dimostrato gentilissimo e in gamba, e questo eccellente quanto inaspettato servizio mi ha messo di buon’umore. Quarto, Frenitalia ha i suoi problemi, che io non risolverò certo né incazzandomi come un canguro, né con un post nel mio povero blog. Quinto: è bello avere un network di conoscenze e riuscire a usarlo per trasformare una rottura di scatole in una serata piacevole!

Quindi: il mondo è bello lo stesso, facciamoci una risata e andiamo avanti!
Lo so, suona come un ottimismo forzato, ma vi assicuro che non lo è. E’ solo un modo di guardare le cose, cercando sempre l’aspetto positivo, invece di limitarsi ai soliti: lamenti, imprecazioni, insulti, Italia di merda qui, Frenitalia di merda là. Se succede qualcosa di positivo, io ho voglia di dirvelo. Di cose negative sono già pieni i giornali.

Come seconda conclusione: sì, penso che Frenitalia sia una azienda gestita malissimo, che fornisce un servizio scadente, e che il suo Amministratore Delegato dovrebbe dimettersi all’istante.
Ma questo è un altro discorso, e stasera sono troppo contento per potervelo fare.

Eccomi in una foto, mentre mi appresto a scrivere questo post direttamente dal vagone del FrecciaRotta Bologna-Cesena.

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Ed infine eccomi qui, in compagnia di Marco, mentre lui si beve una birrozza e io una pizza al pomodoro.

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Buona serata, cari miei. :)

Mamma li cinesi

Riprendo una nota frase che usiamo dire in italiano, “mamma li turchi“, che Giusy Gattuso definisce così: “L’esclamazione «Mamma, li turchi!» risale al periodo dell’arrivo dei mori in Sicilia: la gente era terrorizzata al solo nominarli e quando si avvicinavano ai castelli o ai fortini gridava, spaventata, questa curiosa espressione folkloristica di paura. Tale locuzione è, infatti, ed è stata spesso citata in opere riguardanti la paura verso gli immigrati e la xenofobia ma, nelle connotazioni moderne, ha preso anche un tono ironico. Essa, comunque, evoca antiche paure ancora oggi presenti nei confronti dei diversi in generale.”
Insomma, dal IX secolo ad oggi, questa espressione è rimasta nel modo di dire comune, il che è una delle cose belle delle lingue vive.

Ieri ho fatto una “full immersion” nella cultura cinese, in un modo molto particolare: ristorante russo (!), cinque ore e mezzo di seminario ad un Linux User Group locale, il Beijing LUG (e io che pensavo che gli Indiani fossero tosti), che mi hanno permesso di guadagnare la simpatia e la stima dell’intero gruppo.

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Hanno seguito altre tre ore di chiacchiere su argomenti diversissimi in un locale Koreano (ovviamente, Sud Koreano).
E così, ieri sera, mi sono ritrovato ad un tavolo con francesi, tedeschi, cinesi, australiani, parlando principalmente inglese ma ascoltando o improvvisando un po’ di cinese, francese e addirittura tedesco (!) e assorbendo mille informazioni e spunti di riflessione dagli expats (gli “espatriati”) o dai cinesi locali.
Tutti si sono stupiti che un italiano beva solo acqua, e la sera tardi mangi solo frutta; sia vegetariano; non abbia particolari preconcetti contro i francesi. Strano, vero? :)

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A dirla tutta, due dei tre francesi si sono rivelati spassosissimi, interessantissimi, e completamente cordiali. Frank mi ha raccontato degli anni vissuti in Italia, del cibo, delle persone, delle differenze tra spagnoli, portoghesi ed italiani, di come i cinesi fanno business, di cosa questo comporta nel campo dell’IT, come in altri campi.

Mentre rientravo in un taxi freddo, ascoltando una improbabile musica classica mentre un impassibile cinese mi riportava in albergo, riflettevo su tutto ciò che avevo assorbito nelle ore precedenti, e mi ricollegavo al mio post di ieri (Italia, Piazza Tiananmen), e a quanto poco conosciamo del mondo, se basta una serata come questa per aprirti un varco su una serie di cose che forse potevi immaginare, ma che non conoscevi così bene.

La seconda riflessione riguardava l’amicizia: il fatto che quando giri il mondo e passi una sera così, l’amicizia che scaturisce tra le persone è lì, palpabile, eccitante, e dentro di te sai che con buona probabilità non rivedrai quasi nessuna, di quelle persone, per il resto della tua vita… Eppure quelle persone ti lasciano un segno, un segno di amicizia, di compassione, e tu fai altrettanto per loro. Una cosa completamente diversa dalle amicizie “lunghe”, quelle che durano anni, quelle che valgono più di tutto il resto… Eppure, questa amicizia “effimera” ha un suo valore anch’essa.

Poi riflettevo su una frase di Frank, che ha una moglie giapponese. Chiedevo a Frank se avesse intenzione di tornare in Europa. E lui faceva spallucce, e diceva: mia moglie è asiatica, se torno in Europa come verrà trattata? Da “cinese”, come succede a Prato o a Firenze, ovvero come una immigrata di basso livello. Le vuole bene, e non vuole per lei un futuro in cui non possa integrarsi, sentirsi accettata, rispettata. I miei pensieri sono subito corsi all’Italia, alle CAZZATE razziste che certe persone hanno il coraggio di dire… E ai pericoli delle generalizzazioni.
Primo, se un marocchino compie un crimine, è un criminale ancor prima di essere marocchino.
Secondo, se il 90% degli albanesi viene in Italia per rubare (cifra ovviamente ridicola, ma alcuni razzisti arrivano a dire cose del genere), dapprima dimostrami che la percentuale è vera; in secondo luogo, qualora fosse vera, trova il modo di impedire l’immigrazione clandestina. Trova il modo, cazzo.
Terzo, se non fosse per gli immigrati onesti, tante cose in Italia nemmeno funzionerebbero più.
Quarto, se ti sta sulle scatole che alcuni immigrati vengono in Italia a fare i propri comodi, è stupido reagire col razzismo: reagisci pretendendo regole serie, e applicazione delle stesse. Così si costruisce un paese civile. Fare i razzisti è troppo facile.

Più giro il mondo, più mi rendo conto che siamo tutti umani; che non sono i cinesi, o gli americani, o gli italiani, o i rumeni… Siamo umani. Se abbiamo potere, cerchiamo di abusarne. Se siamo disperati, ricorriamo a misure disperate. E così via.

L’ultima riflessione riguardava la Cina, e la sua censura, il “Great Firewall of China”, e tutto il resto. Eh sì, è un problema, dicono. Perchè è un problema? E se invece fosse una soluzione per tenere in piedi una nazione di 1,3 miliardi di persone? Se fosse un modo per mantenere la pace? E qui, di nuovo, è necessario un grande bagno di umiltà. E’ giusto censurare? E’ giustificato farlo se è uno strumento necessario per mantenere una pace sociale? Discorso lungo, e per nulla scontato. Anche qui, basta chiedere a chiunque e chiunque ti sa dare mille opinioni forgiate nell’acciaio.

E Bill Gates, e la Bill and Melinda Gates Foundation? Dibattevo con uno dei francesi, Frederic, a proposito della sua fondazione “caritatevole”, sostenendo che in linea di massima è una iniziativa che comunque porta dei benefici, al di là delle critiche che si possono sollevare. Lui aveva una visione più negativa della cosa, ma poi gli ho ricordato che ci sono situazioni ben peggiori, aziende petrolchimiche, farmaceutiche, alimentari, che uccidono persone e devastano interi paesi con le loro politiche aggressive. Hai ragione, mi ha detto Frederic. Bisogna considerare certe cose; ciò non esenta dalle critiche, ma le pone nel giusto contesto.

E avrei tante altre cose da dire… Il tassista che mi ha lasciato a mezzo chilometro dal Traktirr Restaurant, dall’altra parte della strada, come se fosse normale trattare così un cliente… E la gentilezza dei camerieri cinesi nei ristoranti, e la bellezza dei costumi delle cameriere… E il traffico, e il tizio (il cui nome ho dimenticato) che mi aveva abbordato vicino a Piazza Tiananmen, mi aveva portato nella Città Proibita, e mi aveva fatto visitare la sua mostra di quadri, sperando ne comprassi uno. E Frank che mi diceva, ammirato e divertito: tu non sei più soltanto italiano, sei un cittadino del mondo adesso: senti come parli. E il mangiare, e il parlare, e i controlli per entrare a Piazza Tiananmen, e il poster di Mao all’ingresso della Città Proibita, e il piccione che mi ha cacato in testa ieri (prima volta nella vita), e i baracchini che vendono dolci o granturco tostato, i taxi “apetti”, l’importanza dei toni e del suono nella lingua cinese, sentir parlare persone occidentali e capire che c’è un universo dietro una lingua così… e così via.
E l’enorme potere della Cina, e l’idea che economicamente è una nazione che sarà in grado di spazzare via tante cose. Mamma li cinesi, forse un giorno diventerà un’espressione comune, da noi.
E mi tornano in mente i libri di Rampini, così lucidi e profondi, mentre raccontava la Cina che sta emergendo.

Credo che sia una vita ricca e piena, quella vita in cui vivi così intensamente da non avere il tempo di raccontare tutto.
Beh, tutto questo l’ho voluto condividere con voi. Sentivo di doverlo e volerlo fare. Spero vi sia piaciuto.

Un giro a Beijing

Sono a Beijing (Pechino) fino a venerdì mattina.
Sono sicuro che tra i sette-otto lettori assidui di questo blog, ce ne sta almeno uno che ha un amico a Pechino, un amico di quelli simpatici che passa volentieri una serata con un italiano in trasferta.
Ergo, metteteci in contatto!
La mia email è simone punto brunozzi at gmail eccetera.
Grazie :)

Per i più curiosi: le condizioni atmosferiche di Beijing sono piuttosto variabili… In questa foto (che è il risultato di due foto sovrapposte) vedete, a sinistra, una foto scattata ieri pomeriggio dalla mia stanza d’albergo; a destra, scattata stamattina. Tiananmen Square è nella parte destra della foto, appena visibile.
(Tutto il materiale di questo blog è rilasciato con una licenza simpatica e amichevole, quindi sentitevi liberi di usare questa foto rispettando la suddetta licenza)

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Voglia di buono

No, non è una pubblicità di cioccolatini… E’ solo una mia umile considerazione.

Il mio precedente post, Spremuta d’arancia, autobus perso: una Italia bella e sincera, ha ricevuto un sacco di bei commenti, tweet, friendfeeddate e tumblerate (per i meno geek: è piaciuto ‘na cifra).
Però non è solo merito mio. Ci può stare che ho scritto un post piacevole, ma tutto questo karma positivo non dipende solo da me.

Io penso una cosa: penso che abbiamo voglia di buono.
Penso che siamo stufi di telegiornali, giornali, discussioni da bar sempre incentrate su cose negative, dalla politica allo sport, ai soldi che non bastano mai, alla violenza che cresce, l’inquinamento che ci ammazza, il traffico che ci logora.
Sarà pure vero, e non lo metto in dubbio, che le cose non siano rosee… E sarà pure vero che per molti di noi la vita è difficile.

A volte ci penso: stamattina ero in auto con il mio capo, Shane, e stavamo guidando verso l’ufficio, rallentati da una pioggia torrenziale. Davanti a noi c’era una camionetta, una di quelle col cassone ribaltabile, che conteneva un po’ di materiale da lavoro e… Un paio di operai. Il primo tentava di nascondersi sotto un telo. Il secondo aveva un ombrello aperto nel vano tentativo di non fradiciarsi. E il mio capo, che sarà pure americano, ma non è il classico americano arrivista e insensibile dei nostri comuni stereotipi, commentava con semplicità che certe cose gli ricordano quanto lui sia fortunato, ad avere un lavoro ben pagato, da svolgere nella comodità di un ufficio.

Lo stesso succede a me, come penso a molti di noi: la mia recente visita in India e Nepal mi ha risvegliato queste cose, anche più del solito. Ho sentito una grande energia positiva, grazie alla combinazione della mia consapevolezza di essere fortunato e vivere una vita molto felice, e dei sorrisi e della positività dei poveri più poveri del mondo.

E torniamo al mio post sulle spremute e gli autobus.
Grazie, davvero, per le vostre belle parole. Ma non limitiamoci a commentare ME, e ringraziare ME. Pensiamo un secondo alla nostra vita, alle tante storie positive che accadono e che non vengono raccontate… E a quelle che accadono SOTTO I NOSTRI OCCHI, e che NON RACCONTIAMO. Io sono il primo, eh, a dimenticarmene: questa è una delle poche note positive che io abbia mai scritto su questo blog.

Forse basterebbe spegnere la televisione, cestinare i giornali per qualche giorno, guardarsi intorno e cercare di ammirarle, queste cose buone.

Ecco, un pensierino della sera: VOGLIA DI BUONO.

(E sono le 1:37 del mattino, e sono stanco, e avrei voluto andare a dormire ma ci tenevo a dirvela, questa cosa, che spero passi per una cosa umile e semplice, e che la tarda ora non mi abbia fatto scrivere in maniera incomprensibile. Buonanotte cari miei.)

Spremuta d’arancia, autobus perso: una Italia bella e sincera

Titolo strambo: ho voglia di raccontarvi due piccole storie.
La prima parla di una spremuta d’arancia.
La seconda, di un autobus perso.
Le due storie sono collegate. Alla fine della lettura, capirete perchè.

Spremuta d’arancia.
25 Febbraio 2010: sono al telefono con una persona cara, che vive a Venezia. E’ malata, demoralizzata, sta finendo la tesi e non sa se riuscirà a farcela. Mi dice che le andrebbe proprio una spremuta d’arancia.
Io sono a Singapore, a 10.000 chilometri di distanza. Ho proprio voglia di farle sentire la mia vicinanza.
E così, ecco cosa faccio. Cerco su Google Maps un bar dalle parti di dove abita lei. Trovo questo, Trattoria dai Tosi.
(sì, mi va di scrivere chi sono. Leggendo, scoprirete perchè.)

trattoria-dai-tosi

Li chiamo con Skype. Sono le 14:10 in Italia, 21:10 a Singapore.
Simone: “Buongiorno, è la Trattoria dai Tosi?”
“Si, buongiorno.”
S: “Siete ancora aperti?”
“La cucina ha chiuso alle 14, ma il bar è ancora aperto.”
S: “Bene… Perchè avrei una richiesta un po’ strana da fare…”
“Ah, guardi, siamo pronti ad ogni genere di richieste…”
S: “Ah, sì? Beh, guardi che la mia è strana forte… Allora, le spiego in breve: avrei bisogno che portaste una spremuta d’arancia in una casa lì vicino a voi. E’ la casa della mia ragazza. E posso pagare solo con carta di credito, perchè non sono a Venezia.”
Risata simpatica dall’altra parte: “Beh, mi sembra una richiesta fattibile. Vediamo innanzitutto se abbiamo le arance… Aspetti un momento…”
S: “Si grazie”
“Si, le arance le abbiamo. Dove va consegnata la spremuta?”
S: “[indirizzo]. La persona si chiama [nome]. E’ la mia ragazza. E’ lì vicino a voi, no?”
“Si, si, è qui vicino. E’ influenzata?”
S: “Sì, ha una influenza intestinale. Si regge in piedi, ma dovrete suonare due o tre volte per convincerla ad aprire. E’ in casa.”
“Ah, ecco. Va bene. Citofono [cognome]. E lei si chiama [nome]. Ho segnato.”
S: “Bene. Posso darle la carta di credito?”
“Eh, non so… Ma lei quando ripassa a Venezia?”
S: “Ehm, io non abito a Venezia… Sono un po’ fuori… Non è possibile con carta di credito?”
“Guardi, non saprei come fare… E se ci fa un bonifico?”
S: “Ah, per me va bene, se lei si fida. Quanto le devo bonificare?”
“Guardi, che so, cinque euro vanno benissimo.”
S: “Beh, mi permetta di aggiungere una mancia, magari. Mi dà le coordinate?”
“Guardi, facciamo così: ora facciamo la spremuta e la consegnamo, poi la avvisiamo che è tutto a posto e le do le coordinate. Mi lascia un suo numero?”
S: “Guardi, io glielo lascio… Però non le conviene telefonarmi perchè spende un patrimonio… Magari mi manda un SMS… Ok? Allora… +65… 90… 10…”
“+65… 90… 10…”
S: “… [segue resto del numero]. Segnato?”
“Si, segnato. Per curiosità, di dove è?”
S: “E’ un numero di Singapore. Sono a 10.000 km di distanza da lei, in questo momento.”
Risata simpatica. “Bene, va bene. Allora noi consegnamo, e poi le mando un SMS.”
S: “Grazie. Io magari tra un’oretta la richiamo, se non sento nulla.”
E così via… Poi ho richiamato per le coordinate, ho lasciato a Paolo la mia email, mi ha mandato le coordinate… E gli ho bonificato i 5 euro, più una generosa mancia. Nella email mi ha scritto qualcosa del tipo: “Più le richieste sono strane, e più siamo contenti di soddisfarle. Ecco le coordinate eccetera eccetera”.
Troppo simpatico.
E poi succede che sono online, che la mia persona cara mi scrive in chat, e mentre ci stiamo scrivendo mi dice che le suona il campanello – E chi sarà mai? – e di aspettare un attimo che va ad aprire.
Sorpresa riuscitissima!

Passiamo invece al 27 febbraio.
La storia dell’autobus perso.
Visto che sono fatto così, mentre “passavo” a Francoforte diretto ad Hannover per una conferenza, decido di prendere un volo Ryanair verso Venezia, andata e ritorno nello stesso giorno. Arrivo a Venezia, incontro la stessa persona di cui sopra per un paio d’orette, poi vado a Piazzale Roma per prendere l’autobus verso l’aeroporto di Treviso.
L’autobus sarebbe dovuto partire alle 19:40, ed era l’ultimo autobus disponibile.
Arrivo alle 19:30. Aspetto fino alle 19:50, ma l’autobus non si vede. Sulla tabella degli orari appare un numero di telefono: lo chiamo. Mi risponde una signorina dell’azienda Barzi Bus Service, molto gentile. Le dico che l’autobus non si è visto. Mi dice che controlla e mi richiama.
Aspetto altri 3-4 minuti.
Squilla il telefono: è Francesco, che lavora sempre per Barzi. Mi dice che l’autista è effettivamente partito alle 19:28, e quindi è colpa loro se ho perso l’autobus. Mi dice di prendere un taxi, arrivare a Treviso, portare la ricevuta al banchetto, e ricevere il rimborso. Il tutto, scusandosi per l’inconveniente.
Prendo un taxi, in mezz’ora sono a Treviso. Tra l’altro, dopo una piacevole conversazione col tassista che mi racconta di Ryanair, e del fatto che quando hanno troppo pochi passeggeri, semplicemente non volano. Rimborsano il biglietto, e basta. E questa è Ryanair.
Scendo dall’auto, arrivo al banchetto, saluto Francesco, gli porgo la ricevuta (ottanta euro), e il mio biglietto di ritorno dell’autobus, e lui mi consegna ottanta euro in contanti. Scusandosi nuovamente.
Rimango allibito. Certe cose in Italia non te le aspetti.
Fine della seconda storia.

Ho voluto raccontarvi due episodi recenti della mia vita (il primo anche molto personale) perchè penso siano due belle storie di un’Italia bella. Il proprietario della Trattoria, o il dipendente di Barzi, si sono comportati in maniera egregia. Non solo con una correttezza e una onestà perfette, ma anche con una simpatia encomiabile.
Ho voluto fare i loro nomi perchè si sappia: perchè se vi capita di passare a Venezia alla Trattoria dai Tosi, o di prendere un autobus di Barzi da Treviso a Venezia, salutate Paolo o Francesco, e dite loro che sono delle brave persone.
E poi, non dimentichiamoci mai che l’Italia, pur con i suoi problemi e le sue disonestà, è anche fatta di persone perbene come queste.
Non dimentichiamolo mai.

Un giorno a Kathmandu

22 Febbraio 2010. Sono a Kathmandu, capitale del Nepal, spacciata per secoli per la favolosa e inaccessibile Shangri-La. Oggi la città è un ammasso di quasi due milioni di persone, caoticamente annegate nel traffico, nell’inquinamento pesante dei motori a scoppio e una valle che trattiene tutto dentro.

kathmandu

Tre giorni fa ho passato una splendida serata a Mumbai con Yehia, un trentenne libanese figlio di funzionari ONU, che ha vissuto una decina di volte in posti diversi per pochi anni e che negli ultimi tempi si è occupato di attività “sociali”, lavorando per diverse NGO, aziende non profit.
Con lui ho assaggiato il Chaat, “street food”, aperitivi che si mangiano in strada come il Paniopuri, in uno dei pochissimi posti con acqua filtrata, che garantisce a noi occidentali di non ammalarci di stomaco, e il buon pane indiano, Pav. Mi ha suggerito di visitare il Borneo e in particolare Kota Kinabalu, una bellissima montagna incontaminata.
A Mumbai lavora per 1298, un servizio di ambulanze innovativo che si finanzia con persone abbienti e offre il servizio gratis ai poveri. Grazie a lui e a Yasmina di Acumen Fund ho incontrato a Mumbai Sweta Mangal, CEO, che mi ha raccontato la storia e i particolari di 1298.
Ieri invece ero a Delhi, sempre per lavoro, e sulla strada verso Seoul ho pensato bene di prendere un connecting flight passando per Kathmandu. Lo so, ho una dimensione tutta mia. Un mio amico direbbe: passo a comprare le sigarette prima di venire a trovarti, visto che sono di strada. Per me “essere di strada” significa volare da Delhi a Seoul passando per Kathmandu…
Per molti un aereo è un aereo. Per me è un autobus con le ali. Come i piccioni: ratti con le ali.

Tra poche ore ho il mio volo, sono in uno degli aeroporti più semplici e incasinati del mondo, KTM, e attendo il mio aereo scrivendo queste righe. Tra poche ore sarò a Seoul, per la prima volta in vita mia. Simile al Giappone, dicono, che ho già visitato un anno fa. Sono curiosissimo.
Ieri ho assaporato una domenica di sole tiepida e luminosa: in poche ore ho avuto il mio assaggio di Kathmandu, dall’Hymalaya innevato che si vedeva dai finestrini dell’aereo, alla caratteristica stanza del mio albergo, il Kantipur Temple House, in stile nepalese, al cibo semplice e quasi buono, al caos delle strade mentre la mia guida, Bhaskar Uprety (explore@mos.com.np), tre ore per sessanta dollari inclusa l’auto, mi accompagnava al Baudha Stupa, o Boudhanath (“signore della saggezza”), uno “stupa” (monumento religioso) buddista tra i più sacri al mondo per il buddismo tibetano, e anche “World Heritage Site”.
L’autista invece è un membro della tribù Taru, originaria della parte sud del Nepal, una regione che si chiama Tarai. Bhaskar mi racconta la storia del Nepal, delle sue cento tribù, delle decine e decine di diverse lingue, tutte basate sul Sanscrito ma ognuna con le sue peculiarità. Molti europei vengono qui in Nepal, qualche australiano, qualche americano. Sono tutti molto curiosi e amichevoli, a parte i businessman che invece vengono per lavoro e hanno la faccia incazzata tutto il tempo.
Al Baudha Stupa scopro tante cose del Buddhismo, una religione diversa da quella cristiana, eppure così uguale nel modo in cui crea tradizione, riti, misteri, storie, aspettative, liturgie. Casualmente sto leggendo una biografia del Dalai Lama scritta da uno psicologo americano, e avidamente cerco di carpire l’essenza del Buddhismo.
Il pensiero occidentale considera l’uomo “homini lupus”, come recitava Hobbes: siamo egoisti e pensiamo al nostro interesse. Konrad Lorenz, il naturalista, considerava l’uomo biologicamente simile ad un predatore. Il Buddhismo, di contro, considera l’uomo buono di per sé, anche se l’aggressività può emergere come conseguenza della mancanza di compassione e amore, un pensiero condiviso dal filosofo Hume. Mi incuriosisce la quasi totale assenza del sesso tra gli argomenti del Buddhismo che, in sostanza, lo usa, contiene, ingabbia e trattiene in maniera simile al cristianesimo. Potrei sbagliarmi, è chiaro: ma queste sono le mie prime impressioni.
Del Buddhismo mi affascina questa aura di pace e serenità, che tuttavia sembra quasi inquinata in alcuni dei volti dei monaci Buddhisti che incontri per strada. Ho conosciuto alcuni cristiani con un’aura speciale, con una serenità, una pace d’animo invidiabili, ma allo stesso modo non tutti i cristiani sono così. Buddhisti, cristiani, musulmani: sono tutti esseri umani, in fondo, e se esistesse una religione che garantisse serenità e pace, le altre religioni non esisterebbero più da tempo.
Mi soffermo, leggendo, sul concetto di intimità e dei “Field of Merit“, campi di merito, ovvero quelle buone azioni della vita corrente che ci permettono di accedere ad una vita ad un livello superiore dopo la reincarnazione. Concetti stravaganti e di dubbia verità, ma interessanti da analizzare se si pensa ai motivi per cui sono stati creati. Fai agli altri ciò che vuoi che gli altri facciano a te, è il motto cristiano, buddhista, e di molte altre religioni.
I miei occhi si adattano subito all’ombra dell’interno di uno dei templi, e mi affascina il suono ipnotico dello “Ohm” dei monaci, con quella tipica nota metallica che si ottiene sommando più voci che si rincorrono sullo stesso tono. Il suono ripetuto, il movimento ritmico del corpo, le genuflessioni, sono atti che inducono uno stato mentale particolare, una sorta di trance, rendendo la persona più impressionabile e le esperienze più incisive. Del Buddhismo e in generale dell’Asia mi affascina la meditazione, lo Yoga, questo tipo di pratiche corporali e mentali che possono portare benefici importanti al benessere di una persona, anche slegate dal contesto religioso in cui si sono sviluppate.
Tutto ciò si differenzia dall’Induismo politeista e coloratissimo che scopro a Durbar Square, un “World Heritage Site” anch’esso, inzuppato di decine di templi come Basantapur Durbar, Taleyu Temple, Chyasin Dega; colonne, statue, mille divinità, simboli religiosi, campane, il tutto costipato in un’area così ristretta e quindi caotica come un formicaio. Camminando devo fare attenzione alle centinaia di bici, rickshaw, carretti, motociclette e motorini, quasi sempre dotati di una specie di “rostri” frontali pronti a difendere il motore e le gambe del pilota. Già prefiguro qualche buona bozza sulle mie gambe molli, ma invece riesco a schivarne un paio ed evitare dolori.
Ganesh, Shiva e altre innumerevoli divinità Induiste appaiono in diverse forme e colori; persone di origine diversa, nepalese, tibetana, indiana, si avvicendano di fronte alle loro rappresentazioni, e usano modi diversi per adorarli a modo loro, toccando, spargendo fiori, spezie colorate, offrendo cibo, bevendo, compiendo rituali strani, forse inventati lì per lì.
Due santoni indiani, colorati di un giallo e arancione che si sposano splendidamente con la barba grigia, i lineamenti morbidamente scavati e la pelle scura, si avvicinano e mi propongono una foto con loro, sorridendo. Sono ormai avvezzo a certe cose e so che mi chiederebbero dei soldi, come i centurioni romani al Colosseo: ringrazio ma non accetto. Alcune volte viene la tentazione di aprire il portafoglio e donare dei soldi, come del resto in India. Quelli che abitano in campagna sono soliti recarsi nelle grandi città, vivere di accattonaggio per due-tre mesi, tornare in campagna e usare i risparmi per sopravvivere il resto dell’anno. E’ una specie di “lavoro estivo”, in questo senso, anche se indubbiamente poco piacevole.
Ho deciso da tempo di non donare mai alla gente per strada. Donare un pesce per un giorno non aiuta, come recita il detto; preferisco dedicare i miei soldi a progetti solidi e duraturi, come 1298 o altre iniziative di Acumen Fund, alle quali ho dedicato il (poco) denaro che ho deciso di destinare alla beneficenza.
Lo stupa buddista, una montagnosa cupola bianca con in cima i tredici gradini dell’elevazione Buddista e il simbolo del fiore di loto, è circondato di “pray wheels“, ruote di preghiera, cilindri di varie dimensioni cosparsi di scritte che bisogna far girare mentre si prega. Noto tante persone che compiono i sette giri dello stupa, un diametro di circa cento metri, facendole girare tutte, per esaudire i loro desideri e compiere la preghiera. Una vecchia tentenna tra una ruota e l’altra, e in mano snocciola una sorta di rosario. Sorrido alla ingenuità, alla semplicità di questa persona, a cui sento di volere bene al di là di tutto.
Torniamo in centro città, io e la guida molliamo l’auto e ci muoviamo a piedi. Tutto intorno è un brulicare di motociclette, sbuffate di smog, cavi elettrici ovunque, scritte pubblicitarie tra cui campeggiano pepsi, coca-cola e sigarette; ogni tanto incrociamo un Tartem, un piccolo stupa; ci imbattiamo in negozi inimmaginabili nel loro caos e nel tipo di mercanzia offerta. I tessuti nepalesi, il cibo incerto, qualche raro negozio semi-occidentale con orologi, o argento, o elettronica, strade dissestate ovunque, nessun senso di ordine, gente vestita di stracci o comunque di abiti lerci o rimediati, e poi i motociclisti con qualche abbigliamento più costoso e pulito.
Cammino per oltre un’ora, sento improvvisa la stanchezza degli ultimi viaggi: in nove giorni dieci voli, dall’Europa a Singapore, poi a Bangalore, Mumbai, Delhi, Kathmandu e oggi Seoul, domani di nuovo Singapore, tra tre giorni di nuovo Europa. Torno in albergo, dove scopro che la corrente elettrica è razionata e in questo momento non è disponibile. Subekchha, una bella ragazza mora con un volto da modella, figlia della proprietaria dell’albergo, con un decente inglese mi spiega la situazione e mi dice che accenderanno il piccolo gruppo elettrogeno per me. Sorride gentile, e mi guarda incuriosita quando tiro fuori il mio MacBook con custodia rosa. Guarda il mio orologio di plastica, anch’esso rosa, e sorride. Dopo qualche minuto ho internet, e ne approfitto per guardare la posta e chiamare su Skype una persona cara.
A cena, sempre lì in albergo, il cameriere Umat mi accoglie con la gentilezza tipica del Nepal. Dannevat, grazie, rispondo. Mi viene in mente che qui a Kathmandu molti conoscono Baggio, chiedo a Umat ma lui non sa nulla di calcio. Salgo quattro rampe di scale, apro il catenaccio, entro nella mia stanza tipicamente nepalese, grande, con un letto matrimoniale comodo ma mezzo diroccato. Mi guardo quattro video scaricati da TED, tra cui Jamie Oliver, vincitore del TED prize. Persona senz’altro ammirevole, ma pessima esposizione nonostante la buona volontà. Sostiene che abbiamo un problema enorme, il modo in cui ci cibiamo, e crede che per risolverlo sia necessario insegnare a tutti cosa sia il cibo, e come si cucina. Non sono d’accordo: se le persone non imparano a cucinare è perchè cucinare richiede tempo. Non basta la buona volontà e i buoni propositi a cambiare le cose, ci vogliono i giusti incentivi. Spero di sbagliarmi, e spero che Jamie riuscirà ad esaudire il suo “TED Wish”, il desiderio che un vincitore esprime. E’ facile essere un “naysayer”, un criticone. Auguro a Jamie il successo. Ascolto il video di Jamie Heywood, che ha perso il fratello tre anni fa e che ha usato l’esperienza come stimolo per creare una piattaforma web di condivisione di informazioni mediche. Nobile e umanitario, bravo. La stanchezza ha la meglio su di me, spengo il Mac e sogno cose che non ricorderò.
L’indomani mi sveglio riposato, dopo quasi nove ore ad occhi chiusi. Volevo visitare lo stupa Swayambhu, qui nei paraggi, e giocare un po’ con le scimmie locali… Ma ho qualche pensiero in testa e spendo un paio d’ore a pensare, riflettere, scrivere qualcosa. Gli ultimi anni della mia vita li ho passati spesso da solo, ma sarebbe sbagliato dire che mi sono sentito solo: avere degli attimi per riflettere significa riuscire a comprendere ciò che si sta facendo, come si sta affrontando la vita, quali decisioni prendere. Essere soli ogni tanto può fare bene al proprio benessere.
Faccio le valigie, all’uscita dalla stanza decido di andare sul tetto e ammirare il panorama, un ammasso di edifici, antenne, panni stesi, torri dell’acqua, cartelloni pubblicitari ingannati dallo smog cittadino e da un’aria grigia ma irradiata dal sole.
Mentre scendo dal terrazzo, un tizio che era lì con me mi chiede che ore sono, e riconosco subito l’accento italiano. Si chiama Paolo Bombetti, ha un Bed & Breakfast a Roma (www.cuscinoecappuccino.it), chiude per tre mesi l’anno e ne approfitta per fare viaggi. Bella vita. Viene da Varanasi, secondo lui la città indiana più indiana che ci sia, e si ferma a Kathmandu per quattro giorni con suo padre.
Un giorno vorrei anche io una attività del genere. Avere molte settimane all’anno di ferie è come un “mini-retirement”, una mini-pensione. Aiuta molto. Ne sento il bisogno, e in realtà sto programmando una cosa del genere da tempo.
Pranzo di nuovo in albergo. Invece del Dal Jhaneko (lenticchie, aglio e semi di cumino) e del Tihun Misayako (curry vegetale) di ieri sera, decido di assaggiare il Bhat (riso integrale), il Roti (pane bianco, tipo focaccia), un po’ di verdure grigliate, erba e tofu.
Scopro che i taxi fanno sciopero. Mi incammino con le valigie verso l’autobus. Temo di perdere l’aereo o di dover comunque fare le cose troppo in fretta e così, tra un sorriso, una parola decisa e un gesto strano, convinco un tizio ad accompagnarmi all’aeroporto col suo taxi, complice una generosa mancia per un totale di 3000 rupie indiane, circa 60 dollari. Durante il tragitto mi ripete che siamo in pericolo, che se ci beccano rischiamo grosso. Intravediamo un corteo di manifestanti in lontananza, e lui prende una strada laterale per evitarli. Scopro che la piccola Suzuki riesce a fare il fuoristrada, perchè queste mulattiere con tracce di catrame e buche da battaglia non si possono certo definire strade cittadine. Questo imprevisto diversivo mi permette di ammirare, per una mezz’ora, gli interni dei quartieri più poveri di Kathmandu, fotografando coi miei occhi decine di diverse scenette, dal negoziaccio di cereali, alla donnona appoggiata alla ringhiera, al falegname che lavora con le assi in mezzo alla strada, ai bambini che corrono, i cani secchi e intontiti,
In aeroporto sbrigo le mille formalità, mi dimeno tra le lentezze burocratiche e i controlli severi ma incerti, cerco inutilmente di far funzionare la connessione ad internet del mio portatile da un “hot-spot” bar accampato tra le sedie, e infine salgo in aereo.
Mi siedo vicino ad una coppia di coreani e subito attacco bottone, come mio solito. Imparo a dire grazie, kùmap sàmmidàa; prego, chammanèo; mi chiamo Simone, dee iru un Simone immidàa. Ringrazio Woo Hoon Young, un medico coreano che si sorprende della mia facilità nel pronunciare il coreano perfettamente. Imparare lingue diverse e pronunciarle bene mi è sempre risultato facilissimo, ed è uno dei miei giochi preferiti quando parlo in posti come Mosca o Tokyo o Praga, o quando voglio attaccare bottone con belle ragazze.
La hostess coreana mi guarda gentilissima col suo viso incantevole e i lineamenti di seta, e mi chiede se ho ordinato un pasto vegetariano. Confermo, e ringrazio in coreano. Lei sorride, e arrossisce. Si chiama Kim, o qualcosa del genere, e mi chiede il mio nome.
Continuo a scrivere per un po’, arriva il mio vegetarian meal e me lo gusto guardandomi un film su New York per un’oretta, un film incastrato male che parla di amori, pensieri, sigarette, matrimoni. Mi piace l’atmosfera di New York, l’idea che lì vivano migliaia di persone con una storia particolare. Tuttavia, una città che ti indurisce, piena di competizione e di violenza.
Mi viene in mente una persona, e visto che questa roba sarà pubblica non mi va di scrivere tutto. Il pensiero rimane per un po’, mi accarezza, mi accompagna. Voglio tenerlo privato, eppure scriverne quel tanto che basta per poterlo riassaporare, rileggendomi. Vorrei che fosse qui, vorrei dirle delle cose semplici e belle, e vedere un sorriso spuntare sul suo viso. Sentire il suo braccio che si avvicina al mio, lo tocca. La mano che imprigiona la mia, in una gabbia di affetto e di luce.
New York con la neve, mi viene in mente. Everyone comes from somewhere else. E il Nepal si intreccia con la Grande Mela, e Kathmandu con Manhattan, e altri pensieri si intrecciano, scossi dall’annuncio in coreano che interrrompe il film.
Sento che la mia “vena” si sta esaurendo, e che aggiungerei soltanto cose non necessarie. Mi fermo, ammiro questa piccola creazione che dal monitor mi illumina il volto. Mi guardo intorno, prendo un respiro lungo. Annuso l’aria stantìa dell’aereo, a cui ci si abitua subito. Una hostess mi interrompe con le carte di immigrazione, le prendo, le compilo. Ammiro per un attimo le mie foto di Kathmandu.
Viaggiare è una ricchezza in sè. Stimoli, esperienze, la mente che si apre e respira a pieni polmoni l’aria del mondo. E ti senti diverso, e pensi che in tanti non possono capirti fino in fondo. Le esperienze che vivi sono tue. Puoi condividerne alcune scrivendo, ma quello che viene scritto nel tuo spirito, nella tua mente, è possibile conoscerlo solo stando con te, condividendo una vita, un’amicizia, una intimità con te. Rendendo alcuni giorni indimenticabili, eterni, immensi.
Faccio suonare Ludovico Einaudi e la sua musica celestiale, e Battiato, e mi abbandono ad un momento di pace.

Foto di Kathmandu qui.

L’amore

Bellissimo post da leggere.
E bravi. Vi voglio bene anche se ancora non vi conosco.

In bocca al lupo Federico

In bocca al lupo.
Chi ben inizia è a metà dell’opera :)

Il Natale sta arrivando

E francamente mi sono rotto il cavolo di: regali, auguri, festoni, luci, sprechi, consumismo ai massimi livelli.
Eppure, come tutti, alla fine mi adatterò, farò regali, sprecherò ore nel traffico della gente che compra regali il 24, e così via.
Ultimamente il Natale è un po’ triste. Fa bene Luca che se ne va un mese in Tailandia.
Va bene, dai: se non altro, passerò il Natale coi miei cari, coi miei amici. Ecco, questo è bellissimo.

I like trains

Era il 23 novembre 2008. Ero a Roma, con Luca.
Era freddino, ma c’era un bel sole, e la gente camminava svelta in Via Nazionale.
Luca ha una grande passione e competenza per girare e montare video, e io sono così rompipalle da avere qualche volta delle geniali alzate di testa: “Perchè non facciamo Fifty People, One Question in Italia? Perchè non lo facciamo ORA?”
E così Luca riprende, io col microfono in mano provo a far parlare i passanti. Uno su venti risponde. Gli altri diciannove scappano. Arriva anche il buon Nicola Mattina, colto impreparato in una domenica romana sbracatissima.
Una signora, bugiardissima, alle 16:30 della domenica pomeriggio mi scarta con l’agilità di Ronaldo, dicendo che “deve aprire il negozio”. La cazzata più assurda che abbia mai sentito. E poi il barbone che, seduto a dieci metri di distanza, ha riso tutto il tempo. E la canzone, anzi LA canzone, che chiudeva in bellezza quella giornata incredibile.
Ecco, l’amicizia è questo, avere un ricordo che rimarrà per sempre.
E poi vai a Ravenna per il Nanosocial /02, e Luca ti sorprende col video, montato, con una musica incredibile di I Like Trains, scelta dalla dolcissima Paolina, che dopo nostri contatti ci hanno risposto ed autorizzato ad usare la loro musica per fini non commerciali. Grazie, di nuovo.
E poi Sara Rosso che gentilmente mette i sottotitoli, per poi pubblicare il tutto su Vimeo. Guardatelo, ne vale la pena.

Che bei ricordi. Che bella gente.