Simone Brunozzi

Icon

Scrivimi a: simone.brunozzi -@- gmail punto c0m

Simone intervista Roberto

Sono di nuovo a Singapore e ho appena passato un piacevole pranzo con Roberto e Mario, due italiani che stimo molto.
Roberto vive a Singapore da anni, e nonostante lo conosca poco, mi ha da subito fatto una bella impressione.
Ho passato un piacevole sabato sera a festeggiare i suoi 58 anni la scorsa settimana, e questa volta, durante il pranzo, gli ho chiesto di essere intervistato per me. Roberto non ha esitato per un solo attimo, e si è “buttato” subito, mettendosi in gioco. Leggete il seguito, vi piacerà.

roberto-cartelli-intervista

Simone: I tuoi primi trent’anni in una frase.
Ricerca.

Quale è la cosa più importante che hai scoperto viaggiando e trasferendoti lontano dall’Italia?
Mi sono imposto di essere più curioso, togliendomi una costruzione di certezze che mi ero fatto durante la “Ricerca”, per poi finalmente arrivare all’età del dubbio, che è la migliore di tutte.

Come mai il Roberto cinquantenne non abbandona tutto e torna in Italia?
Non so come rispondere alla domanda. Sento di avere la motivazione ad abbandonare tutto se è per andare avanti.
Anche quando ero in America, ero propenso a rimanere lì tutta la vita, ma poi ho avuto una opportunità a Singapore e l’ho colta.

Cosa rappresenta l’Italia, allora?
L’Italia può essere un punto di arrivo, ma non di ritorno.

Cosa raccontano gli occhi di un italiano quando osservano l’Asia dal di dentro?
Io non ho osservato l’Asia, perchè vivo a Singapore in una maniera molto europea.
L’Asia che io conosco l’ho vissuta da turista, come può fare chiunque.
Non escludo che quando la curiosità diventerà più importante del comfort, inizierò ad osservare l’Asia come intendi tu.

Senza entrare in dettagli troppo personali, come hanno influito le tue scelte professionali, e quindi i tuoi trasferimenti, sul matrimonio, e cosa pensi sia importante per mantenere un rapporto anche di fronte a scelte non sempre facili?
Deve essere necessariamente particolare. Nel mio caso, i miei spostamenti hanno fatto bene alla mia vita coniugale; ci siamo messi sempre in discussione quando si è trattato di rinunciare al comfort della vita precedente. Ritengo che sia un rinnovamento di cui si può beneficiare.
Bisogna avere anche una donna eccezionale che ti segue.
Detto questo, i miei primi tre anni a Singapore li ho vissuti da solo, incontrando mia moglie quando possibile.
Un uomo si può trasferire con due valigie, una donna con due container. Per un uomo è più facile :)

Passiamo a cose più “leggere”. Quale posto in Asia ti ha colpito di più, e perchè?
Il Vietnam, perchè è un paese dilaniato da tensioni interne da duemila anni, che include storia antica e moderna.
Vestigia di popolazioni estinte, o fatti recenti della guerra americana.
Vedi la gente che ha voglia di uscire da questa situazione: non trovi i grandi privilegi come a Singapore, ma vedi invece la gente che si vuole affermare, anche economicamente.
L’altra cosa dell’Asia è la delusione delle coste asiatiche: perchè se vuoi avere un mare bello, non ne trovi uno come il Mediterraneo. Inoltre sono preferibili le isole piccole, molto più belle.

La cultura, la religione, quell’aria mistica che spesso associamo all’Asia… Come ti ha influenzato?
L’unica vera religione che vige in Asia è quella del dollaro: il materialismo è dominante sotto la grande influenza cinese del successo associato alla ricchezza.
Il misticismo esiste solo in India.

Se dovessi scrivere un libro, che titolo avrebbe? E che contenuti?
Incontri. Sarebbe pieno di emozioni, incontri con altre persone.
Quando ho compiuto cinquant’anni, ho creato un foglio di calcolo con una riga per ogni anno, indicando poi a fianco le persone significative di quell’anno.
Guardando questa lista, ho capito che avrei potuto scrivere un libro su queste persone.

E cosa ti impedisce di farlo?
La scusa banale è il tempo. La vera motivazione è forse pudore. O presunzione di voler scrivere qualcosa di mio che possa interessare ad altri.

Roberto, ti conosco poco ma quello che ho conosciuto finora mi ha spinto a chiederti di essere “intervistato”. Io credo che un tuo libro sarebbe molto interessante perchè, tra le “righe”, mi sembri una persona in grado di cogliere particolari profondi della vita. Invece di un libro, allora… Perchè non un blog?
Sono ancora un old-fashion boy. Quando leggo cose lunghe, ho bisogno di stamparle.
Mi influenza molto l’aspetto grafico del testo. Simmetrie, equilibri.
Altri testi non formattati, tipici di cose più comuni, mi indispongono.

E allora una webradio?
Ti parlerò di una mia debolezza. Non parlo volentieri al telefono, e credo che il mio interlocutore lo capisca facilmente.

E se insisto?
Altra debolezza: se dovessi fare il tuo mestiere, Simone, ovvero parlare in pubblico, dovrei andare a visitare il posto dove dovrei tenere il discorso per… Farmelo mio, prima di poter esporre qualcosa in pubblico.
Una volta, quasi per ridere, mi sono messo in contatto col Milan per convincerli ad aprire una scuola di calcio a Singapore. Di calcio non ne capisco nulla, odio il pallone, e pertanto mi sono trovato fiondato in una realtà che non mi apparteneva. Nonostante questo, il 14 aprile 2008 ho fatto una conferenza stampa di fronte a molti giornalisti di Singapore, raccontando le possibilità di questa iniziativa. Sono andato benissimo.
Poi non se ne è fatto niente, per mancanza di sponsor. Ma insomma, credo di avere delle potenzialità.

Come sta il mondo?
Meglio di quello che si legge in giro. Penso sempre che il mondo abbia una sua dinamica, ciascuno si trova il suo spazio vitale. Devo dire che vivo una vita privilegiata, quindi il mondo vero non lo vedo. Bisogna rendersi conto che si tratta di milioni di chilometri quadrati, milioni di persone.
Singapore è un caso a parte, una piccola realtà.
Quando torno in Italia in ferie, poi, passo qualche giorno in una provincia ricca.
La mia esposizione al mondo che soffre è praticamente nulla.

Hai citato la sofferenza. Hai mai svolto attività benefiche?
Ho dato la mia esperienza e supporto a gruppi di aiuto per persone con problemi di droga o alcool.
Delle persone vicine a me hanno incontrato questi problemi, ed è stato lo stimolo che mi ha convinto ad aiutarli, e poi la cosa è proseguita.
Ora mi piacerebbe trovare un aggancio per aiutare una NGO (una azienda senza fini di lucro).
Poi mi rendo conto che non so fare nulla di utile per molte di loro.

Molti dei miei lettori sognano una vita all’estero. Cosa vorresti consigliare loro?
Banalmente, la mia esperienza è stata positiva. Ho avuto possibilità inaspettate, grazie alla mia disponibilità di accettare delle opportunità. Parlo quindi da privilegiato.
Bisogna mettere in discussione la propria “comfort zone”, solo attraverso quello si può arrivare a certi obiettivi.
Senza, si rimane spesso costretti ad una situazione insoddisfacente.
La mia famiglia di origine, inoltre, composta di poche persone, non mi ha posto particolari vincoli: sono stato cresciuto con forti principi di indipendenza.

Fatti una domanda, e datti una riposta.
Perchè hai aspettato di compiere 45 anni per girare la boa della regata della tua vita? Perchè non l’hai fatto prima?
Risposta: il tempo è una variabile fittizia. In realtà il mio percorso è stato questo, e sono comunque contento di averlo fatto a 45 anni.
La boa è quella dell’inversione del cammino, dalla ricerca ed esplorazione, alla meditazione e contemplazione.
E il lettore si chiederà: cosa è successo a 45 anni?
Leggetelo sul mio blog, che forse Simone mi convincerà ad aprire :)

Grazie Roberto. Una bella intervista, secondo me. E spero che presto aprirai un tuo blog, così le persone smetteranno di leggere il mio e verranno da te :)

Roberto

Auguri, Roberto!
Ieri è stata una serata piacevolissima. Mi permetto di pubblicare questa foto, che sintetizza l’allegria e la spensieratezza di noi tutti.
E poi c’era anche il fantastico tiramisù al pistacchio di Alfio :)

roberto-cartelli

Mi dicevi che ti piace leggere il mio blog, quindi immagino ti farà piacere ritrovarti qui!

Secondo me tu sei un tipo da blog. Se avessi voglia di provarci, registrane uno su wordpress
Sono sicuro che in tanti apprezzerebbero ciò che hai da dire… te stesso in primis.

Se invece non hai voglia, tempo, o chissà cos’altro… Beh, ci ho provato!
A presto :)

Amici

Nella prosperità i nostri amici ci conoscono.
Nelle avversità noi conosciamo i nostri amici.

(via citcit)

Umiltà

Umiltà. Che parolone.
Ti guardi in giro, ascolti, osservi: non la noti quasi mai.
Nemmeno allo specchio, nei tuoi stessi occhi.
Perchè?

Sto per pubblicare un mio post, nel mio blog, che qualche centinaio di persone leggeranno. E sento tra le dita un potere immenso. Il brivido di essere ascoltato da tante persone. Eppure, a volte, questo brivido diventa marcio, malato. Orgoglioso, nel senso cattivo del termine.
E oggi, invece, è l’umiltà che la fa da padrone. Non so perchè.
Forse perchè stasera, alle 23 ancora in ufficio, dopo una giornata soddisfacente ma stancante, dopo un’oretta di chiacchiere piacevoli con la mia bella… Beh, stasera mi sento sereno, in pace. E non ho bisogno di rincorrere nessuna gloria, o di stupire chicchessia.
Si, sto esagerando: non sono un pazzo megalomane, e quando scrivo un post il più delle volte penso soltanto a ciò che scrivo. Ma tra le righe si insinua sempre qualcosa di storto, di micidiale. Anche se è poco, a volte c’è. E i lettori più assidui lo notano, questo.

Penso a M., un caro amico di Trento, che commentava il mio Goosmama, il giorno stesso della pubblicazione. Lo faceva da amico vero, senza fronzoli, duro ma sincero. Ecco alcuni ritagli della sua lunga conclusione:

“Noto come al solito una tua ricerca di originalita’ (la stessa che c’e’ qua e la – per esempio mi vengono in mente in numeri binari nei capitoli – in Non Ovvio) in tante piccole cose… e come al solito mi chiedo se e’ un originalita’ che ti viene spontanea o se invece e’ forzata”

“Inoltre, la sensazione che ho avuto finito il libro e’ paragonabile quasi a quella che ho quando finisco di leggere uno di quei Power Point che tanto girano per mail, quelli infarciti di messaggi buonisti e new age… che certo sono cose belle da leggere e da sentire… ma sono cose “facili”… degli “easy shot” come si direbbe in gergo da videogiochi”

“E non solo… ci ritrovo lo stesso ricatto che li spesso e’ contenutoe che io ODIO fortemente… Quel ricatto del tipo: “io ti voglio bene e allora se davvero mi vuoi bene e se davvero sei una persona buona invialo ad altre 10 persone a cui vuoi bene”… Ma si fottano… e cosi’ non mi e’ piaciuto il “siccome ti ho fatto un favore”, “siccome ti ho regalato questo libro” allora fammi un favore”

“A tal riguardo, cio’ che scrivi a “pagina 22″ e’ nella pratica peggio delle solite Catena di Sant’Antonio e ci leggo un tentativo di cavalcare la solita e nota “semplicita’ ” della gente… dove per semplicita’ mi rifaccio al termine dialettale “semplize” che identifica quella caratteristica che sta a meta’ tra la stupidita’, l’ingenuita’ e la pochezza di intelletto.”

“E cosi’, la stesso tentativo di farti far pubblicita’ in modo piramidale e’ racchiusa alla pagina pg. 52, un buon modo direi… :-)”

“- Sei davvero convinto che i soldi non contino? Non intendo in generale ma intendo PER TE, Simone Brunozzi… Ne sei davvero indifferente cosi’ come a tutti i vari status symbol di cui parli? E nota che lo status symbol non e’ solo il possedere una certa auto famosa, un certo orologio famoso etc… ma anche il “possedere” un contatto con la tal persona famosa etc. etc.
- E se i soldi non contano per te non conta nemmeno la fama o la popolarita’ o il lasciare un qualche segno legato al tuo nome in modo che sia ricordato?
- Non e’ forse questo libro uno sforzo come un altro facente parte di quella ricerca di popolarita’ che (io credo) tanto ti assilla? Non e’ forse solo un modo “furbo” per far conoscere il tuo nome?”

Finale:

“Avendoti conosciuto so che hai tanto da dare, hai tante idee belle e originali… e hai spesso una “giusta” filosofia, tua personale… nel poco tempo che abbiamo passato assieme hai inciso tanto e non sono molte le persone che lo hanno fatto/lo sanno fare. Ma quello era il Bruno’ che voleva far conoscere se, il suo mondo, il suo modo di fare
e voleva farlo con le persone amiche etc…. questo invece mi sembra il Brunozzi che vuole a tutti i costi sbarcare il lunario, diventare noto e famoso, farsi un nome e non so cos’altro… con un messaggio buonista e “popolar-banalotto” che ho il sospetto tocchi solo marginalmente quello che invece veramente senti e vorresti dire…
La critica mossa qui e’ ovviamente assai piu’ dura del necessario ma ho scelto di proposito di essere duro sapendo che sei una persona con senso critico, passandoti poi un messaggio che va al di la di questo Goosmama… O forse sono stato un po’ duro perche’ non era il momento giusto per leggerlo… chissa’… Un abbraccio!”

Michele, in realtà, mi ha fatto un grande favore. Perchè mi ha detto IN FACCIA delle cose. E non l’ha fatto per ferirmi, insultarmi, graffiarmi, umiliarmi. Non l’ha fatto in pubblico. L’ha fatto privatamente, con garbo, in punta di piedi. E le sue parole mi hanno FATTO PENSARE.
Mi hanno fatto chiedere, ad ogni sua “critica”: ha ragione? ha torto? ragione e torto insieme?

E così, penso che la parola chiave di tutto questo sia UMILTA’. Una cosa che manca a tutti, incluso me. E che se ce ne fosse, sarebbe meglio.
Ci provo.

Grazie, “Bis” :)

Seoul

Sono a Seoul, dopo qualche giorno ad Assisi. Jet-laggato peggio del solito.
Avrei tanto da scrivere, ma per ora vi faccio solo un salutino così, veloce.
Spero abbiate passato una bella Pasqua.
A presto!

Frenitalia è un casino? E io sorrido lo stesso!

Ore 17:10, mercoledì 31 marzo 2010. Stazione di Trento. Il regionale verso Verona e Bologna è in ritardo di 15 minuti. Da lì, il mio piano è di prendere l’Intercity delle 20:17 e raggiungere Firenze e poi Assisi, dove mi aspetta un letto caldo e un meritato riposo.

Salgo in compagnia della mia ragazza, sua mamma, la sua amica del cuore. Troviamo quattro posti separati, vista la calca di gente che affolla questo regionale. La mia ragazza oggi si è laureata alla specialistica in Economia, a Trento, con un voto molto brillante.
Sono felice.

Le saluto a Verona, da dove loro proseguono verso Venezia.
Iniziano i casini seri. Il mio treno accumula 25 minuti di ritardo.
Interpello il controllore, un giovane di cognome Gelmini, che fa di tutto per trovarmi la coincidenza giusta, o suggerirmi cosa poter fare se arriviamo troppo tardi per prendere la mia coincidenza.
Poi il treno trova qualcosa sui binari e costringe (giustamente) il macchinista a fermarsi. Cerco di fare una foto che riprenda il lieve fumo che trapela tra una carrozza e l’altra, ma il vento e la posizione scomoda mi fanno scattare tutt’altra foto:

1-avaria

Una breve analisi del problema suggerisce di arrivare alla prima stazione e cambiare treno. Ecco il macchinista e il controllore alle prese col problema:

2-avaria

Il ritardo accumulato sale a 50 minuti: alla stazione di Mirandola arriva un altro regionale “sostitutivo” che ci porta a Bologna (bravi, bel lavoro). Prima di smontare dal mio vagone, chiedo al controllore come si chiama, e gli dico che ha fatto proprio un buon lavoro. Bravo.
Un signore mezzo incazzato lo manda quasi a quel paese mentre cambia treno. Mi dispiaccio molto per questo gesto: Gelmini si era già dimostrato una persona molto customer-centric, molto disponibile, molto gentile, che ha cercato di gestire l’avaria nel migliore dei modi. Non meritava altro se non un “bravo”. Se conoscete un Gelmini che lavora in Ferrovie, e che in questa data copriva la tratta Trento-Bologna, fategli le congratulazioni, perché è una persona molto in gamba.

Insomma, salgo sull’altro treno e faccio conoscenza con una coppia che deve recarsi a Senigallia.
Ho la fortuna di essermi portato una SIM card con traffico dati, e la uso per guardare orari dei treni e usare i soliti social network per vedere se, nel caso peggiore, riesco a trovare compagnia per una serata a Bologna o Firenze.
Alla fine mi rassegno al fatto che non riuscirò a raggiungere Assisi in serata, e dopo pochi minuti mi scrive su Fring Marco Fabbri, semplicemente per scambiare due chiacchiere sul discorso delle donazioni Acumen Fund e l’articolo Nòva della scorsa settimana.
Alla fine mi dice: se passi da queste parti fai un fischio.
Io dico: dove sei stasera?
Lui: Cesenatico.
Io: ci arrivo dalla stazione di Bologna?
Lui controlla, e mi dice che c’è un treno 21:37-22:45.
Gli dico: trovami un divano, un letto, o un Bed & Breakfast, e vengo.
Lui conferma.
Arrivo a Bologna alle 20:55 (un’ora di ritardo), e scopro che il FrecciaRotta verso Ancona ha accumulato 20 minuti di ritardo e partirà dal binario 11 alle 21:10 anziché 20:50. Bene, vado al binario 11 e aspetto speranzoso.
All’ultimo minuto il binario viene spostato al 6, una cinquantina di persone fa una corsa per arrivare alla piattaforma in tempo, e dopo un altro minuto arriva il FrecciaRotta. (che poi, spiegatemi perché la piattaforma 6 non la potevate comunicare prima… cattivelli!).
Salgo.
Saluto la mia ragazza al telefono, scherzando allegramente sui vari problemi incontrati fino a quel momento. Un paio di ragazzi che ascoltano la mia conversazione ridono anch’essi. Ho il morale alto, sono felice.
Sono felice per questi motivi: primo, oggi si è laureata la mia ragazza, e la cosa mi ha reso felicissimo. Secondo: stasera incontro un amico che non vedo da tempo, e l’imprevisto col treno alla fine non mi causa nessun problema ma anzi si rivela una occasione. Terzo, il controllore Gelmini si è dimostrato gentilissimo e in gamba, e questo eccellente quanto inaspettato servizio mi ha messo di buon’umore. Quarto, Frenitalia ha i suoi problemi, che io non risolverò certo né incazzandomi come un canguro, né con un post nel mio povero blog. Quinto: è bello avere un network di conoscenze e riuscire a usarlo per trasformare una rottura di scatole in una serata piacevole!

Quindi: il mondo è bello lo stesso, facciamoci una risata e andiamo avanti!
Lo so, suona come un ottimismo forzato, ma vi assicuro che non lo è. E’ solo un modo di guardare le cose, cercando sempre l’aspetto positivo, invece di limitarsi ai soliti: lamenti, imprecazioni, insulti, Italia di merda qui, Frenitalia di merda là. Se succede qualcosa di positivo, io ho voglia di dirvelo. Di cose negative sono già pieni i giornali.

Come seconda conclusione: sì, penso che Frenitalia sia una azienda gestita malissimo, che fornisce un servizio scadente, e che il suo Amministratore Delegato dovrebbe dimettersi all’istante.
Ma questo è un altro discorso, e stasera sono troppo contento per potervelo fare.

Eccomi in una foto, mentre mi appresto a scrivere questo post direttamente dal vagone del FrecciaRotta Bologna-Cesena.

3-in-treno

Ed infine eccomi qui, in compagnia di Marco, mentre lui si beve una birrozza e io una pizza al pomodoro.

4-marco-e-simone

Buona serata, cari miei. :)

Mamma li cinesi

Riprendo una nota frase che usiamo dire in italiano, “mamma li turchi“, che Giusy Gattuso definisce così: “L’esclamazione «Mamma, li turchi!» risale al periodo dell’arrivo dei mori in Sicilia: la gente era terrorizzata al solo nominarli e quando si avvicinavano ai castelli o ai fortini gridava, spaventata, questa curiosa espressione folkloristica di paura. Tale locuzione è, infatti, ed è stata spesso citata in opere riguardanti la paura verso gli immigrati e la xenofobia ma, nelle connotazioni moderne, ha preso anche un tono ironico. Essa, comunque, evoca antiche paure ancora oggi presenti nei confronti dei diversi in generale.”
Insomma, dal IX secolo ad oggi, questa espressione è rimasta nel modo di dire comune, il che è una delle cose belle delle lingue vive.

Ieri ho fatto una “full immersion” nella cultura cinese, in un modo molto particolare: ristorante russo (!), cinque ore e mezzo di seminario ad un Linux User Group locale, il Beijing LUG (e io che pensavo che gli Indiani fossero tosti), che mi hanno permesso di guadagnare la simpatia e la stima dell’intero gruppo.

beijing-lug

Hanno seguito altre tre ore di chiacchiere su argomenti diversissimi in un locale Koreano (ovviamente, Sud Koreano).
E così, ieri sera, mi sono ritrovato ad un tavolo con francesi, tedeschi, cinesi, australiani, parlando principalmente inglese ma ascoltando o improvvisando un po’ di cinese, francese e addirittura tedesco (!) e assorbendo mille informazioni e spunti di riflessione dagli expats (gli “espatriati”) o dai cinesi locali.
Tutti si sono stupiti che un italiano beva solo acqua, e la sera tardi mangi solo frutta; sia vegetariano; non abbia particolari preconcetti contro i francesi. Strano, vero? :)

korean-bar

A dirla tutta, due dei tre francesi si sono rivelati spassosissimi, interessantissimi, e completamente cordiali. Frank mi ha raccontato degli anni vissuti in Italia, del cibo, delle persone, delle differenze tra spagnoli, portoghesi ed italiani, di come i cinesi fanno business, di cosa questo comporta nel campo dell’IT, come in altri campi.

Mentre rientravo in un taxi freddo, ascoltando una improbabile musica classica mentre un impassibile cinese mi riportava in albergo, riflettevo su tutto ciò che avevo assorbito nelle ore precedenti, e mi ricollegavo al mio post di ieri (Italia, Piazza Tiananmen), e a quanto poco conosciamo del mondo, se basta una serata come questa per aprirti un varco su una serie di cose che forse potevi immaginare, ma che non conoscevi così bene.

La seconda riflessione riguardava l’amicizia: il fatto che quando giri il mondo e passi una sera così, l’amicizia che scaturisce tra le persone è lì, palpabile, eccitante, e dentro di te sai che con buona probabilità non rivedrai quasi nessuna, di quelle persone, per il resto della tua vita… Eppure quelle persone ti lasciano un segno, un segno di amicizia, di compassione, e tu fai altrettanto per loro. Una cosa completamente diversa dalle amicizie “lunghe”, quelle che durano anni, quelle che valgono più di tutto il resto… Eppure, questa amicizia “effimera” ha un suo valore anch’essa.

Poi riflettevo su una frase di Frank, che ha una moglie giapponese. Chiedevo a Frank se avesse intenzione di tornare in Europa. E lui faceva spallucce, e diceva: mia moglie è asiatica, se torno in Europa come verrà trattata? Da “cinese”, come succede a Prato o a Firenze, ovvero come una immigrata di basso livello. Le vuole bene, e non vuole per lei un futuro in cui non possa integrarsi, sentirsi accettata, rispettata. I miei pensieri sono subito corsi all’Italia, alle CAZZATE razziste che certe persone hanno il coraggio di dire… E ai pericoli delle generalizzazioni.
Primo, se un marocchino compie un crimine, è un criminale ancor prima di essere marocchino.
Secondo, se il 90% degli albanesi viene in Italia per rubare (cifra ovviamente ridicola, ma alcuni razzisti arrivano a dire cose del genere), dapprima dimostrami che la percentuale è vera; in secondo luogo, qualora fosse vera, trova il modo di impedire l’immigrazione clandestina. Trova il modo, cazzo.
Terzo, se non fosse per gli immigrati onesti, tante cose in Italia nemmeno funzionerebbero più.
Quarto, se ti sta sulle scatole che alcuni immigrati vengono in Italia a fare i propri comodi, è stupido reagire col razzismo: reagisci pretendendo regole serie, e applicazione delle stesse. Così si costruisce un paese civile. Fare i razzisti è troppo facile.

Più giro il mondo, più mi rendo conto che siamo tutti umani; che non sono i cinesi, o gli americani, o gli italiani, o i rumeni… Siamo umani. Se abbiamo potere, cerchiamo di abusarne. Se siamo disperati, ricorriamo a misure disperate. E così via.

L’ultima riflessione riguardava la Cina, e la sua censura, il “Great Firewall of China”, e tutto il resto. Eh sì, è un problema, dicono. Perchè è un problema? E se invece fosse una soluzione per tenere in piedi una nazione di 1,3 miliardi di persone? Se fosse un modo per mantenere la pace? E qui, di nuovo, è necessario un grande bagno di umiltà. E’ giusto censurare? E’ giustificato farlo se è uno strumento necessario per mantenere una pace sociale? Discorso lungo, e per nulla scontato. Anche qui, basta chiedere a chiunque e chiunque ti sa dare mille opinioni forgiate nell’acciaio.

E Bill Gates, e la Bill and Melinda Gates Foundation? Dibattevo con uno dei francesi, Frederic, a proposito della sua fondazione “caritatevole”, sostenendo che in linea di massima è una iniziativa che comunque porta dei benefici, al di là delle critiche che si possono sollevare. Lui aveva una visione più negativa della cosa, ma poi gli ho ricordato che ci sono situazioni ben peggiori, aziende petrolchimiche, farmaceutiche, alimentari, che uccidono persone e devastano interi paesi con le loro politiche aggressive. Hai ragione, mi ha detto Frederic. Bisogna considerare certe cose; ciò non esenta dalle critiche, ma le pone nel giusto contesto.

E avrei tante altre cose da dire… Il tassista che mi ha lasciato a mezzo chilometro dal Traktirr Restaurant, dall’altra parte della strada, come se fosse normale trattare così un cliente… E la gentilezza dei camerieri cinesi nei ristoranti, e la bellezza dei costumi delle cameriere… E il traffico, e il tizio (il cui nome ho dimenticato) che mi aveva abbordato vicino a Piazza Tiananmen, mi aveva portato nella Città Proibita, e mi aveva fatto visitare la sua mostra di quadri, sperando ne comprassi uno. E Frank che mi diceva, ammirato e divertito: tu non sei più soltanto italiano, sei un cittadino del mondo adesso: senti come parli. E il mangiare, e il parlare, e i controlli per entrare a Piazza Tiananmen, e il poster di Mao all’ingresso della Città Proibita, e il piccione che mi ha cacato in testa ieri (prima volta nella vita), e i baracchini che vendono dolci o granturco tostato, i taxi “apetti”, l’importanza dei toni e del suono nella lingua cinese, sentir parlare persone occidentali e capire che c’è un universo dietro una lingua così… e così via.
E l’enorme potere della Cina, e l’idea che economicamente è una nazione che sarà in grado di spazzare via tante cose. Mamma li cinesi, forse un giorno diventerà un’espressione comune, da noi.
E mi tornano in mente i libri di Rampini, così lucidi e profondi, mentre raccontava la Cina che sta emergendo.

Credo che sia una vita ricca e piena, quella vita in cui vivi così intensamente da non avere il tempo di raccontare tutto.
Beh, tutto questo l’ho voluto condividere con voi. Sentivo di doverlo e volerlo fare. Spero vi sia piaciuto.

Un giro a Beijing

Sono a Beijing (Pechino) fino a venerdì mattina.
Sono sicuro che tra i sette-otto lettori assidui di questo blog, ce ne sta almeno uno che ha un amico a Pechino, un amico di quelli simpatici che passa volentieri una serata con un italiano in trasferta.
Ergo, metteteci in contatto!
La mia email è simone punto brunozzi at gmail eccetera.
Grazie :)

Per i più curiosi: le condizioni atmosferiche di Beijing sono piuttosto variabili… In questa foto (che è il risultato di due foto sovrapposte) vedete, a sinistra, una foto scattata ieri pomeriggio dalla mia stanza d’albergo; a destra, scattata stamattina. Tiananmen Square è nella parte destra della foto, appena visibile.
(Tutto il materiale di questo blog è rilasciato con una licenza simpatica e amichevole, quindi sentitevi liberi di usare questa foto rispettando la suddetta licenza)

beijing_pollution-sand

Voglia di buono

No, non è una pubblicità di cioccolatini… E’ solo una mia umile considerazione.

Il mio precedente post, Spremuta d’arancia, autobus perso: una Italia bella e sincera, ha ricevuto un sacco di bei commenti, tweet, friendfeeddate e tumblerate (per i meno geek: è piaciuto ‘na cifra).
Però non è solo merito mio. Ci può stare che ho scritto un post piacevole, ma tutto questo karma positivo non dipende solo da me.

Io penso una cosa: penso che abbiamo voglia di buono.
Penso che siamo stufi di telegiornali, giornali, discussioni da bar sempre incentrate su cose negative, dalla politica allo sport, ai soldi che non bastano mai, alla violenza che cresce, l’inquinamento che ci ammazza, il traffico che ci logora.
Sarà pure vero, e non lo metto in dubbio, che le cose non siano rosee… E sarà pure vero che per molti di noi la vita è difficile.

A volte ci penso: stamattina ero in auto con il mio capo, Shane, e stavamo guidando verso l’ufficio, rallentati da una pioggia torrenziale. Davanti a noi c’era una camionetta, una di quelle col cassone ribaltabile, che conteneva un po’ di materiale da lavoro e… Un paio di operai. Il primo tentava di nascondersi sotto un telo. Il secondo aveva un ombrello aperto nel vano tentativo di non fradiciarsi. E il mio capo, che sarà pure americano, ma non è il classico americano arrivista e insensibile dei nostri comuni stereotipi, commentava con semplicità che certe cose gli ricordano quanto lui sia fortunato, ad avere un lavoro ben pagato, da svolgere nella comodità di un ufficio.

Lo stesso succede a me, come penso a molti di noi: la mia recente visita in India e Nepal mi ha risvegliato queste cose, anche più del solito. Ho sentito una grande energia positiva, grazie alla combinazione della mia consapevolezza di essere fortunato e vivere una vita molto felice, e dei sorrisi e della positività dei poveri più poveri del mondo.

E torniamo al mio post sulle spremute e gli autobus.
Grazie, davvero, per le vostre belle parole. Ma non limitiamoci a commentare ME, e ringraziare ME. Pensiamo un secondo alla nostra vita, alle tante storie positive che accadono e che non vengono raccontate… E a quelle che accadono SOTTO I NOSTRI OCCHI, e che NON RACCONTIAMO. Io sono il primo, eh, a dimenticarmene: questa è una delle poche note positive che io abbia mai scritto su questo blog.

Forse basterebbe spegnere la televisione, cestinare i giornali per qualche giorno, guardarsi intorno e cercare di ammirarle, queste cose buone.

Ecco, un pensierino della sera: VOGLIA DI BUONO.

(E sono le 1:37 del mattino, e sono stanco, e avrei voluto andare a dormire ma ci tenevo a dirvela, questa cosa, che spero passi per una cosa umile e semplice, e che la tarda ora non mi abbia fatto scrivere in maniera incomprensibile. Buonanotte cari miei.)

Spremuta d’arancia, autobus perso: una Italia bella e sincera

Titolo strambo: ho voglia di raccontarvi due piccole storie.
La prima parla di una spremuta d’arancia.
La seconda, di un autobus perso.
Le due storie sono collegate. Alla fine della lettura, capirete perchè.

Spremuta d’arancia.
25 Febbraio 2010: sono al telefono con una persona cara, che vive a Venezia. E’ malata, demoralizzata, sta finendo la tesi e non sa se riuscirà a farcela. Mi dice che le andrebbe proprio una spremuta d’arancia.
Io sono a Singapore, a 10.000 chilometri di distanza. Ho proprio voglia di farle sentire la mia vicinanza.
E così, ecco cosa faccio. Cerco su Google Maps un bar dalle parti di dove abita lei. Trovo questo, Trattoria dai Tosi.
(sì, mi va di scrivere chi sono. Leggendo, scoprirete perchè.)

trattoria-dai-tosi

Li chiamo con Skype. Sono le 14:10 in Italia, 21:10 a Singapore.
Simone: “Buongiorno, è la Trattoria dai Tosi?”
“Si, buongiorno.”
S: “Siete ancora aperti?”
“La cucina ha chiuso alle 14, ma il bar è ancora aperto.”
S: “Bene… Perchè avrei una richiesta un po’ strana da fare…”
“Ah, guardi, siamo pronti ad ogni genere di richieste…”
S: “Ah, sì? Beh, guardi che la mia è strana forte… Allora, le spiego in breve: avrei bisogno che portaste una spremuta d’arancia in una casa lì vicino a voi. E’ la casa della mia ragazza. E posso pagare solo con carta di credito, perchè non sono a Venezia.”
Risata simpatica dall’altra parte: “Beh, mi sembra una richiesta fattibile. Vediamo innanzitutto se abbiamo le arance… Aspetti un momento…”
S: “Si grazie”
“Si, le arance le abbiamo. Dove va consegnata la spremuta?”
S: “[indirizzo]. La persona si chiama [nome]. E’ la mia ragazza. E’ lì vicino a voi, no?”
“Si, si, è qui vicino. E’ influenzata?”
S: “Sì, ha una influenza intestinale. Si regge in piedi, ma dovrete suonare due o tre volte per convincerla ad aprire. E’ in casa.”
“Ah, ecco. Va bene. Citofono [cognome]. E lei si chiama [nome]. Ho segnato.”
S: “Bene. Posso darle la carta di credito?”
“Eh, non so… Ma lei quando ripassa a Venezia?”
S: “Ehm, io non abito a Venezia… Sono un po’ fuori… Non è possibile con carta di credito?”
“Guardi, non saprei come fare… E se ci fa un bonifico?”
S: “Ah, per me va bene, se lei si fida. Quanto le devo bonificare?”
“Guardi, che so, cinque euro vanno benissimo.”
S: “Beh, mi permetta di aggiungere una mancia, magari. Mi dà le coordinate?”
“Guardi, facciamo così: ora facciamo la spremuta e la consegnamo, poi la avvisiamo che è tutto a posto e le do le coordinate. Mi lascia un suo numero?”
S: “Guardi, io glielo lascio… Però non le conviene telefonarmi perchè spende un patrimonio… Magari mi manda un SMS… Ok? Allora… +65… 90… 10…”
“+65… 90… 10…”
S: “… [segue resto del numero]. Segnato?”
“Si, segnato. Per curiosità, di dove è?”
S: “E’ un numero di Singapore. Sono a 10.000 km di distanza da lei, in questo momento.”
Risata simpatica. “Bene, va bene. Allora noi consegnamo, e poi le mando un SMS.”
S: “Grazie. Io magari tra un’oretta la richiamo, se non sento nulla.”
E così via… Poi ho richiamato per le coordinate, ho lasciato a Paolo la mia email, mi ha mandato le coordinate… E gli ho bonificato i 5 euro, più una generosa mancia. Nella email mi ha scritto qualcosa del tipo: “Più le richieste sono strane, e più siamo contenti di soddisfarle. Ecco le coordinate eccetera eccetera”.
Troppo simpatico.
E poi succede che sono online, che la mia persona cara mi scrive in chat, e mentre ci stiamo scrivendo mi dice che le suona il campanello – E chi sarà mai? – e di aspettare un attimo che va ad aprire.
Sorpresa riuscitissima!

Passiamo invece al 27 febbraio.
La storia dell’autobus perso.
Visto che sono fatto così, mentre “passavo” a Francoforte diretto ad Hannover per una conferenza, decido di prendere un volo Ryanair verso Venezia, andata e ritorno nello stesso giorno. Arrivo a Venezia, incontro la stessa persona di cui sopra per un paio d’orette, poi vado a Piazzale Roma per prendere l’autobus verso l’aeroporto di Treviso.
L’autobus sarebbe dovuto partire alle 19:40, ed era l’ultimo autobus disponibile.
Arrivo alle 19:30. Aspetto fino alle 19:50, ma l’autobus non si vede. Sulla tabella degli orari appare un numero di telefono: lo chiamo. Mi risponde una signorina dell’azienda Barzi Bus Service, molto gentile. Le dico che l’autobus non si è visto. Mi dice che controlla e mi richiama.
Aspetto altri 3-4 minuti.
Squilla il telefono: è Francesco, che lavora sempre per Barzi. Mi dice che l’autista è effettivamente partito alle 19:28, e quindi è colpa loro se ho perso l’autobus. Mi dice di prendere un taxi, arrivare a Treviso, portare la ricevuta al banchetto, e ricevere il rimborso. Il tutto, scusandosi per l’inconveniente.
Prendo un taxi, in mezz’ora sono a Treviso. Tra l’altro, dopo una piacevole conversazione col tassista che mi racconta di Ryanair, e del fatto che quando hanno troppo pochi passeggeri, semplicemente non volano. Rimborsano il biglietto, e basta. E questa è Ryanair.
Scendo dall’auto, arrivo al banchetto, saluto Francesco, gli porgo la ricevuta (ottanta euro), e il mio biglietto di ritorno dell’autobus, e lui mi consegna ottanta euro in contanti. Scusandosi nuovamente.
Rimango allibito. Certe cose in Italia non te le aspetti.
Fine della seconda storia.

Ho voluto raccontarvi due episodi recenti della mia vita (il primo anche molto personale) perchè penso siano due belle storie di un’Italia bella. Il proprietario della Trattoria, o il dipendente di Barzi, si sono comportati in maniera egregia. Non solo con una correttezza e una onestà perfette, ma anche con una simpatia encomiabile.
Ho voluto fare i loro nomi perchè si sappia: perchè se vi capita di passare a Venezia alla Trattoria dai Tosi, o di prendere un autobus di Barzi da Treviso a Venezia, salutate Paolo o Francesco, e dite loro che sono delle brave persone.
E poi, non dimentichiamoci mai che l’Italia, pur con i suoi problemi e le sue disonestà, è anche fatta di persone perbene come queste.
Non dimentichiamolo mai.