Simone Brunozzi

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Hong Kong

Hong Kong. Porto fragrante, significa.
Ero qui nel lontanissimo 2005, dieci giorni per lavoro. Ed eccomi di nuovo qui, nel 2010, sempre per lavoro.
Ci sarebbero tante cose da dire, da raccontare, ma la stanchezza mi assale e quindi sarò breve e conciso.
Vi racconto una sola cosa.
Ho conosciuto Alex, americano che lavora per CNN ad Hong Kong, e che era compagno di università e di bevute con il fondatore di FourSquare. Molti di voi non sanno cos’è, ma possiamo approssimare dicendo che sarà il nuovo fenomeno “online social” dopo Twitter.
E con lui e Rick abbiamo parlato, e tanto, di tante cose interessanti.
E io sostenevo che il 75% della nostra soddisfazione dipende dalla nostra attitudine, e il 25% dal luogo in cui viviamo. New York ci dà molti più stimoli di Moines, Iowa, ma la differenza è meno marcata di quanto vorremmo credere. Loro invece dicono 50 e 50.
Una bella serata.
E penso che una delle cose belle della vita è avere continuamente conversazioni stimolanti con persone stimolanti, e posti stimolanti e nuovi e cose che cambiano ma non invecchiano mai.
E poi penso a cos’è davvero l’amicizia, e la risposta in parte mi spaventa, in parte mi affascina, in parte mi seduce e mi rende fiero di come spendo il mio tempo.

Italians in fuga

Stasera a Melbourne ho piacevolmente cenato con Aldo, italiano che vive in Australia da otto anni e che per passione scrive il blog Italians in fuga.
Da leggere :)

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Mio Padre a Singapore

Ebbene sì. Piango.
Ma no, non un pianto a dirotto. Una lacrimuccia.
Dapprima, quella sensazione, quel magone, quell’intoppo alla gola, lo stomaco che si stringe, gli occhi che si guardano intorno, quasi a vergognarsi delle prossime lacrime. E poi ti trema la palpebra, si inumidisce, e come il vagito di un neonato arriva la tanto attesa prima goccia salmastra, all’occhio destro.
Un po’ ti trattieni, ma poi ti lasci andare e ripensi ad una persona tanto cara, che ti raccontava di una volta quando pianse in metro, a Roma, senza vergognarsi, e di come un tizio le avesse sorriso e le avesse detto che faceva bene a non vergognarsi.
La tua è solo una innocua gocciolina, e presto l’istinto scompare.
E no, non sei triste.

E’ che tuo Padre ti ha appena salutato, dopo essere stato due settimane con te a Singapore.
Avete passato un po’ di tempo insieme, avete riso insieme, una sera avete pure bisticciato, ma in buona sostanza vi siete ritrovati compagni e complici come ai vecchi tempi, con la differenza che tu ora sei un uomo adulto mentre lui si avvicina ai settanta. Che i discorsi che fate sono diversi, più maturi, oppure semplicemente più semplici, sintetici, sodi.
E non mi vergogno, che tra un paio di giorni mio Padre aprirà il computer e leggerà questo post, che poi si chiederà anche che diavolo sia, un post. E’ quando metti un titolo, un contenuto, e li pubblichi insieme sul tuo blog. Ecco, questo è un post, Papà caro.

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Penso che ognuno di noi abbia i suoi difetti, le sue cose, il suo modo di fare, e che queste cose emergano nei rapporti con le persone.
Ma poi c’è l’amore paterno e materno, e l’amore filiale, o l’amore tra Fratelli. Un qualcosa che nella mia famiglia funziona così: ti amo a prescindere. Qualcosa che, tra i mille difetti e i mille problemi e le mille cose storte e le mille cose che “se” e “ma”, alla fine abbiamo imparato e insegnato bene. Reciprocamente.
Papà. Papi, ti chiamo, affettuosamente.

Sono qui, al caldo della MRT di Tanah Merah, in attesa della metro che mi porterà a Kembangan in tre minuti, e in altri tre minuti sarò in casa. Accenderò il condizionatore, mi guarderò intorno, sentirò ancora la tua presenza, osserverò estasiato quelle piccole cose che portano ancora il tuo segno.

E poi mi dico: ma mica è un funerale, eh. Mio Padre, per mia grande fortuna, è ancora vivo e vegeto, e pure in salute. Mio Padre, che in tutta verità, se fosse stato per i meriti di un certo luminare della medicina, venticinque anni fa avrebbe lasciato su questa terra le penne, una moglie e due figli giovanissimi, e che invece, anche grazie alla testardaggine della suddetta moglie, è stato ripreso per il rotto della cuffia e ancora campa, alla faccia del luminare. Il quale, nel frattempo, è sepolto da qualche parte in una bara d’argento. La coscienza, mi auguro ben nascosta in qualche angusta profondità dell’oceano.
E penso ad un post di una ragazza che, mesi fa o forse più di un anno fa, parlava del Padre che se ne era andato. Un post commovente, toccante, profondo, vero. Quel post mi aveva fatto pensare alla mia fortuna di avercelo ancora, un Padre. E penso anche ad un noto blogger italiano, Andrea, che piangeva recentemente la morte del suo.

Sì, sono fortunato.

E penso a mia Madre, che anche lei è ancora viva, ma non è potuta venirmi a trovare perché i suoi genitori, seppur vivi, hanno bisogno di costante attenzione.
La metro è arrivata. Scendo. Estraggo il tesserino per aprire il portone del mio condominio e mi soffermo su due giovani malesi, seduti lì vicino. Sicuramente operai del vicino cantiere, che lavorano il doppio delle mie ore a settimana per forse un decimo dello stipendio. Mi guardano, e nello sguardo colgo rispetto, pace, e una mezza idea che vorrebbero permetterselo, un appartamento come il mio, che per un occidentale altro non è che una modesta dimora ma per loro magari sarebbe chissà cosa.

Entro in casa, mi lavo i denti, salgo in cima al sesto piano, dove mi aspettano una piscina e un idromassaggio come sempre deserti. La città, ancora viva e luminosa, cammina furtiva nella notte intorno a me.
Odo a malapena il fruscio dell’acqua che scorre. Una leggera brezza mi solleva dal caldo pesante di Singapore, e dalla sua imperdonabile umidità. In lontananza svettano i grattacieli del Business District.
Provo a chiamare il cellulare di papà, ma è già spento. E’ già salito in aereo e sta per decollare tra venti minuti esatti. Domani sarà di nuovo nella sua Assisi, e domenica incontrerà mio Fratello Marco e gli regalerà un cellulare Nexus One, comprato qui a Singapore su mio suggerimento.
Eccolo, mio papà. Che avrà tanti difetti, ma ha una sorta di generosità che traspare da mille cose. E non è per il Nexus One in sè, è che anche lì emerge quella sua vogliosa voglia di volerlo a tutti i costi comprare, questa sua dedizione assoluta per i figli che a volte, forse troppo spesso, gli ha fatto dimenticare le sue stesse esigenze.
Ecco, questa è una cosa che entrambi i miei genitori mi hanno sempre dato.

Ora ci devo andare cauto, perché sto per dire una cosa e so che quando Papà la leggerà potrebbe intenderla male.
Mi manchi, stasera.
Mi ero abituato di nuovo alla tua presenza e mi ero gustato questi momenti insieme, seppur oberato dal lavoro e dalle logistiche di quattro conferenze a Singapore, e un viaggio di lavoro di diciotto giorni in Australia.
Mi manchi non con la tristezza, non con il rammarico, mi manchi con quella sensazione di aver vissuto qualcosa di prezioso, e volerlo vivere di nuovo. Qualcosa che le mie scelte di vita mi hanno reso raro e desiderabile, dopo due anni di vita all’estero e qualche decina di ritorni a casa che si faranno molto più rari, per almeno un altro paio d’anni.
E penso ad una delle settimane lavorative più imponenti, più pressanti che abbia mai avuto, in cui mi sono sentito nervoso e sotto pressione e non sono riuscito ad essere distaccato e professionale come vorrei, e ad avere abbastanza tempo per godermi mio Papà in pace.
E non vedo l’ora che arrivi settembre o ottobre, e che Papà mi faccia di nuovo visita, magari stavolta con Mamma al seguito, o magari, quasi impossibile, pure col mio Fratellone, così li porto a Bali una settimana e ci rilassiamo tutti quanti, come nella famiglia Brunozzi non succede da quasi vent’anni. Però sono sempre qui con me, nel cuore.
Sono la mia famiglia, generosa, umana, coi limiti e il coraggio di tante persone normali.

E mi verrebbe da pensare anche ai miei cari amici, o alla mia compagna, ma questo post in realtà è una dedica completa a mio Papà, a mia Mamma, a Mio Fratello, pur col rischio di sbrodolarmi in una zuccherina polpetta Dysneyana, ma tant’è, queste sono le cose che mi passano tra le orecchie e che per qualche motivo ho voglia di condividere qui.

Sto pensando a mio Padre che ha fatto amicizia con tutti, che ha scherzato col Senior Vice President di Amazon ed è riuscito a stargli simpatico pur non parlando una parola d’inglese.
A mio Padre che la mattina veniva al bar Segafredo a Telok Ayer Street e faceva amicizia con tutti, che in visita al Birds Park ha attaccato bottone con un Tailandese e la moglie e anche lì è riuscito a spiegarsi e parlare di tante cose. E che bello, entrare a prendermi un caffè e ritrovarmelo lì, temporanea parentesi in mezzo ai mille pensieri del lavoro, e sedermi con lui e Rick a bere un cappuccino e parlare e tradurre e sorridere. O mangiare gli gnocchi al pomodoro vicino alla Singapore Management University con lui e Kingsley, e vedere il suo stupore nello scoprire che Kingsley è sudafricano, bianco, parla inglese, sembra americano, ha studiato latino alle superiori.
E le cene con gli italiani, e il suo volersi assicurare che il figlio possa star bene, e raccomandarsi e allungare l’orecchio per carpire le sottili metafore degli emigrati a Singapore.
E il cibo indiano, e quello giapponese, e il suo lento abbassare la guardia e cancellare i preconcetti, tipico di un uomo che da giovane ha viaggiato, in proporzione, molto più a lungo di quanto non faccia io oggi.
E l’ultima cena, a mangiare Chili Crabs sulla costa Est con Alfio, Gianluca, Winnie e Paolo, e scherzare sulle zampe di rana e le polpette di cane e ridere con lui di tante altre cose.
Allungherei ancora, ma in fondo le cose importanti le ho dette tutte.

Sorrido, adesso.
Ciao, Papi (che per voi lettori si chiama Alessandro).
A presto.

Dieci minuti di brillante imprenditorialità

Stefano lo sa: lo ammiro tanto.
Questo è uno dei post più belli da lui scritti negli ultimi anni. Non parla di filosofia, di amore, di eternità. Parla di business, e di persone con gli attributi.
Da leggere, per bene, in dieci minuti buoni.

quintarelli-assisi

[Stefano a maggio 2009 ad Assisi]

Simone intervista Roberto

Sono di nuovo a Singapore e ho appena passato un piacevole pranzo con Roberto e Mario, due italiani che stimo molto.
Roberto vive a Singapore da anni, e nonostante lo conosca poco, mi ha da subito fatto una bella impressione.
Ho passato un piacevole sabato sera a festeggiare i suoi 58 anni la scorsa settimana, e questa volta, durante il pranzo, gli ho chiesto di essere intervistato per me. Roberto non ha esitato per un solo attimo, e si è “buttato” subito, mettendosi in gioco. Leggete il seguito, vi piacerà.

roberto-cartelli-intervista

Simone: I tuoi primi trent’anni in una frase.
Ricerca.

Quale è la cosa più importante che hai scoperto viaggiando e trasferendoti lontano dall’Italia?
Mi sono imposto di essere più curioso, togliendomi una costruzione di certezze che mi ero fatto durante la “Ricerca”, per poi finalmente arrivare all’età del dubbio, che è la migliore di tutte.

Come mai il Roberto cinquantenne non abbandona tutto e torna in Italia?
Non so come rispondere alla domanda. Sento di avere la motivazione ad abbandonare tutto se è per andare avanti.
Anche quando ero in America, ero propenso a rimanere lì tutta la vita, ma poi ho avuto una opportunità a Singapore e l’ho colta.

Cosa rappresenta l’Italia, allora?
L’Italia può essere un punto di arrivo, ma non di ritorno.

Cosa raccontano gli occhi di un italiano quando osservano l’Asia dal di dentro?
Io non ho osservato l’Asia, perchè vivo a Singapore in una maniera molto europea.
L’Asia che io conosco l’ho vissuta da turista, come può fare chiunque.
Non escludo che quando la curiosità diventerà più importante del comfort, inizierò ad osservare l’Asia come intendi tu.

Senza entrare in dettagli troppo personali, come hanno influito le tue scelte professionali, e quindi i tuoi trasferimenti, sul matrimonio, e cosa pensi sia importante per mantenere un rapporto anche di fronte a scelte non sempre facili?
Deve essere necessariamente particolare. Nel mio caso, i miei spostamenti hanno fatto bene alla mia vita coniugale; ci siamo messi sempre in discussione quando si è trattato di rinunciare al comfort della vita precedente. Ritengo che sia un rinnovamento di cui si può beneficiare.
Bisogna avere anche una donna eccezionale che ti segue.
Detto questo, i miei primi tre anni a Singapore li ho vissuti da solo, incontrando mia moglie quando possibile.
Un uomo si può trasferire con due valigie, una donna con due container. Per un uomo è più facile :)

Passiamo a cose più “leggere”. Quale posto in Asia ti ha colpito di più, e perchè?
Il Vietnam, perchè è un paese dilaniato da tensioni interne da duemila anni, che include storia antica e moderna.
Vestigia di popolazioni estinte, o fatti recenti della guerra americana.
Vedi la gente che ha voglia di uscire da questa situazione: non trovi i grandi privilegi come a Singapore, ma vedi invece la gente che si vuole affermare, anche economicamente.
L’altra cosa dell’Asia è la delusione delle coste asiatiche: perchè se vuoi avere un mare bello, non ne trovi uno come il Mediterraneo. Inoltre sono preferibili le isole piccole, molto più belle.

La cultura, la religione, quell’aria mistica che spesso associamo all’Asia… Come ti ha influenzato?
L’unica vera religione che vige in Asia è quella del dollaro: il materialismo è dominante sotto la grande influenza cinese del successo associato alla ricchezza.
Il misticismo esiste solo in India.

Se dovessi scrivere un libro, che titolo avrebbe? E che contenuti?
Incontri. Sarebbe pieno di emozioni, incontri con altre persone.
Quando ho compiuto cinquant’anni, ho creato un foglio di calcolo con una riga per ogni anno, indicando poi a fianco le persone significative di quell’anno.
Guardando questa lista, ho capito che avrei potuto scrivere un libro su queste persone.

E cosa ti impedisce di farlo?
La scusa banale è il tempo. La vera motivazione è forse pudore. O presunzione di voler scrivere qualcosa di mio che possa interessare ad altri.

Roberto, ti conosco poco ma quello che ho conosciuto finora mi ha spinto a chiederti di essere “intervistato”. Io credo che un tuo libro sarebbe molto interessante perchè, tra le “righe”, mi sembri una persona in grado di cogliere particolari profondi della vita. Invece di un libro, allora… Perchè non un blog?
Sono ancora un old-fashion boy. Quando leggo cose lunghe, ho bisogno di stamparle.
Mi influenza molto l’aspetto grafico del testo. Simmetrie, equilibri.
Altri testi non formattati, tipici di cose più comuni, mi indispongono.

E allora una webradio?
Ti parlerò di una mia debolezza. Non parlo volentieri al telefono, e credo che il mio interlocutore lo capisca facilmente.

E se insisto?
Altra debolezza: se dovessi fare il tuo mestiere, Simone, ovvero parlare in pubblico, dovrei andare a visitare il posto dove dovrei tenere il discorso per… Farmelo mio, prima di poter esporre qualcosa in pubblico.
Una volta, quasi per ridere, mi sono messo in contatto col Milan per convincerli ad aprire una scuola di calcio a Singapore. Di calcio non ne capisco nulla, odio il pallone, e pertanto mi sono trovato fiondato in una realtà che non mi apparteneva. Nonostante questo, il 14 aprile 2008 ho fatto una conferenza stampa di fronte a molti giornalisti di Singapore, raccontando le possibilità di questa iniziativa. Sono andato benissimo.
Poi non se ne è fatto niente, per mancanza di sponsor. Ma insomma, credo di avere delle potenzialità.

Come sta il mondo?
Meglio di quello che si legge in giro. Penso sempre che il mondo abbia una sua dinamica, ciascuno si trova il suo spazio vitale. Devo dire che vivo una vita privilegiata, quindi il mondo vero non lo vedo. Bisogna rendersi conto che si tratta di milioni di chilometri quadrati, milioni di persone.
Singapore è un caso a parte, una piccola realtà.
Quando torno in Italia in ferie, poi, passo qualche giorno in una provincia ricca.
La mia esposizione al mondo che soffre è praticamente nulla.

Hai citato la sofferenza. Hai mai svolto attività benefiche?
Ho dato la mia esperienza e supporto a gruppi di aiuto per persone con problemi di droga o alcool.
Delle persone vicine a me hanno incontrato questi problemi, ed è stato lo stimolo che mi ha convinto ad aiutarli, e poi la cosa è proseguita.
Ora mi piacerebbe trovare un aggancio per aiutare una NGO (una azienda senza fini di lucro).
Poi mi rendo conto che non so fare nulla di utile per molte di loro.

Molti dei miei lettori sognano una vita all’estero. Cosa vorresti consigliare loro?
Banalmente, la mia esperienza è stata positiva. Ho avuto possibilità inaspettate, grazie alla mia disponibilità di accettare delle opportunità. Parlo quindi da privilegiato.
Bisogna mettere in discussione la propria “comfort zone”, solo attraverso quello si può arrivare a certi obiettivi.
Senza, si rimane spesso costretti ad una situazione insoddisfacente.
La mia famiglia di origine, inoltre, composta di poche persone, non mi ha posto particolari vincoli: sono stato cresciuto con forti principi di indipendenza.

Fatti una domanda, e datti una riposta.
Perchè hai aspettato di compiere 45 anni per girare la boa della regata della tua vita? Perchè non l’hai fatto prima?
Risposta: il tempo è una variabile fittizia. In realtà il mio percorso è stato questo, e sono comunque contento di averlo fatto a 45 anni.
La boa è quella dell’inversione del cammino, dalla ricerca ed esplorazione, alla meditazione e contemplazione.
E il lettore si chiederà: cosa è successo a 45 anni?
Leggetelo sul mio blog, che forse Simone mi convincerà ad aprire :)

Grazie Roberto. Una bella intervista, secondo me. E spero che presto aprirai un tuo blog, così le persone smetteranno di leggere il mio e verranno da te :)

Roberto

Auguri, Roberto!
Ieri è stata una serata piacevolissima. Mi permetto di pubblicare questa foto, che sintetizza l’allegria e la spensieratezza di noi tutti.
E poi c’era anche il fantastico tiramisù al pistacchio di Alfio :)

roberto-cartelli

Mi dicevi che ti piace leggere il mio blog, quindi immagino ti farà piacere ritrovarti qui!

Secondo me tu sei un tipo da blog. Se avessi voglia di provarci, registrane uno su wordpress
Sono sicuro che in tanti apprezzerebbero ciò che hai da dire… te stesso in primis.

Se invece non hai voglia, tempo, o chissà cos’altro… Beh, ci ho provato!
A presto :)

Amici

Nella prosperità i nostri amici ci conoscono.
Nelle avversità noi conosciamo i nostri amici.

(via citcit)

Umiltà

Umiltà. Che parolone.
Ti guardi in giro, ascolti, osservi: non la noti quasi mai.
Nemmeno allo specchio, nei tuoi stessi occhi.
Perchè?

Sto per pubblicare un mio post, nel mio blog, che qualche centinaio di persone leggeranno. E sento tra le dita un potere immenso. Il brivido di essere ascoltato da tante persone. Eppure, a volte, questo brivido diventa marcio, malato. Orgoglioso, nel senso cattivo del termine.
E oggi, invece, è l’umiltà che la fa da padrone. Non so perchè.
Forse perchè stasera, alle 23 ancora in ufficio, dopo una giornata soddisfacente ma stancante, dopo un’oretta di chiacchiere piacevoli con la mia bella… Beh, stasera mi sento sereno, in pace. E non ho bisogno di rincorrere nessuna gloria, o di stupire chicchessia.
Si, sto esagerando: non sono un pazzo megalomane, e quando scrivo un post il più delle volte penso soltanto a ciò che scrivo. Ma tra le righe si insinua sempre qualcosa di storto, di micidiale. Anche se è poco, a volte c’è. E i lettori più assidui lo notano, questo.

Penso a M., un caro amico di Trento, che commentava il mio Goosmama, il giorno stesso della pubblicazione. Lo faceva da amico vero, senza fronzoli, duro ma sincero. Ecco alcuni ritagli della sua lunga conclusione:

“Noto come al solito una tua ricerca di originalita’ (la stessa che c’e’ qua e la – per esempio mi vengono in mente in numeri binari nei capitoli – in Non Ovvio) in tante piccole cose… e come al solito mi chiedo se e’ un originalita’ che ti viene spontanea o se invece e’ forzata”

“Inoltre, la sensazione che ho avuto finito il libro e’ paragonabile quasi a quella che ho quando finisco di leggere uno di quei Power Point che tanto girano per mail, quelli infarciti di messaggi buonisti e new age… che certo sono cose belle da leggere e da sentire… ma sono cose “facili”… degli “easy shot” come si direbbe in gergo da videogiochi”

“E non solo… ci ritrovo lo stesso ricatto che li spesso e’ contenutoe che io ODIO fortemente… Quel ricatto del tipo: “io ti voglio bene e allora se davvero mi vuoi bene e se davvero sei una persona buona invialo ad altre 10 persone a cui vuoi bene”… Ma si fottano… e cosi’ non mi e’ piaciuto il “siccome ti ho fatto un favore”, “siccome ti ho regalato questo libro” allora fammi un favore”

“A tal riguardo, cio’ che scrivi a “pagina 22″ e’ nella pratica peggio delle solite Catena di Sant’Antonio e ci leggo un tentativo di cavalcare la solita e nota “semplicita’ ” della gente… dove per semplicita’ mi rifaccio al termine dialettale “semplize” che identifica quella caratteristica che sta a meta’ tra la stupidita’, l’ingenuita’ e la pochezza di intelletto.”

“E cosi’, la stesso tentativo di farti far pubblicita’ in modo piramidale e’ racchiusa alla pagina pg. 52, un buon modo direi… :-)”

“- Sei davvero convinto che i soldi non contino? Non intendo in generale ma intendo PER TE, Simone Brunozzi… Ne sei davvero indifferente cosi’ come a tutti i vari status symbol di cui parli? E nota che lo status symbol non e’ solo il possedere una certa auto famosa, un certo orologio famoso etc… ma anche il “possedere” un contatto con la tal persona famosa etc. etc.
- E se i soldi non contano per te non conta nemmeno la fama o la popolarita’ o il lasciare un qualche segno legato al tuo nome in modo che sia ricordato?
- Non e’ forse questo libro uno sforzo come un altro facente parte di quella ricerca di popolarita’ che (io credo) tanto ti assilla? Non e’ forse solo un modo “furbo” per far conoscere il tuo nome?”

Finale:

“Avendoti conosciuto so che hai tanto da dare, hai tante idee belle e originali… e hai spesso una “giusta” filosofia, tua personale… nel poco tempo che abbiamo passato assieme hai inciso tanto e non sono molte le persone che lo hanno fatto/lo sanno fare. Ma quello era il Bruno’ che voleva far conoscere se, il suo mondo, il suo modo di fare
e voleva farlo con le persone amiche etc…. questo invece mi sembra il Brunozzi che vuole a tutti i costi sbarcare il lunario, diventare noto e famoso, farsi un nome e non so cos’altro… con un messaggio buonista e “popolar-banalotto” che ho il sospetto tocchi solo marginalmente quello che invece veramente senti e vorresti dire…
La critica mossa qui e’ ovviamente assai piu’ dura del necessario ma ho scelto di proposito di essere duro sapendo che sei una persona con senso critico, passandoti poi un messaggio che va al di la di questo Goosmama… O forse sono stato un po’ duro perche’ non era il momento giusto per leggerlo… chissa’… Un abbraccio!”

Michele, in realtà, mi ha fatto un grande favore. Perchè mi ha detto IN FACCIA delle cose. E non l’ha fatto per ferirmi, insultarmi, graffiarmi, umiliarmi. Non l’ha fatto in pubblico. L’ha fatto privatamente, con garbo, in punta di piedi. E le sue parole mi hanno FATTO PENSARE.
Mi hanno fatto chiedere, ad ogni sua “critica”: ha ragione? ha torto? ragione e torto insieme?

E così, penso che la parola chiave di tutto questo sia UMILTA’. Una cosa che manca a tutti, incluso me. E che se ce ne fosse, sarebbe meglio.
Ci provo.

Grazie, “Bis” :)

Seoul

Sono a Seoul, dopo qualche giorno ad Assisi. Jet-laggato peggio del solito.
Avrei tanto da scrivere, ma per ora vi faccio solo un salutino così, veloce.
Spero abbiate passato una bella Pasqua.
A presto!

Frenitalia è un casino? E io sorrido lo stesso!

Ore 17:10, mercoledì 31 marzo 2010. Stazione di Trento. Il regionale verso Verona e Bologna è in ritardo di 15 minuti. Da lì, il mio piano è di prendere l’Intercity delle 20:17 e raggiungere Firenze e poi Assisi, dove mi aspetta un letto caldo e un meritato riposo.

Salgo in compagnia della mia ragazza, sua mamma, la sua amica del cuore. Troviamo quattro posti separati, vista la calca di gente che affolla questo regionale. La mia ragazza oggi si è laureata alla specialistica in Economia, a Trento, con un voto molto brillante.
Sono felice.

Le saluto a Verona, da dove loro proseguono verso Venezia.
Iniziano i casini seri. Il mio treno accumula 25 minuti di ritardo.
Interpello il controllore, un giovane di cognome Gelmini, che fa di tutto per trovarmi la coincidenza giusta, o suggerirmi cosa poter fare se arriviamo troppo tardi per prendere la mia coincidenza.
Poi il treno trova qualcosa sui binari e costringe (giustamente) il macchinista a fermarsi. Cerco di fare una foto che riprenda il lieve fumo che trapela tra una carrozza e l’altra, ma il vento e la posizione scomoda mi fanno scattare tutt’altra foto:

1-avaria

Una breve analisi del problema suggerisce di arrivare alla prima stazione e cambiare treno. Ecco il macchinista e il controllore alle prese col problema:

2-avaria

Il ritardo accumulato sale a 50 minuti: alla stazione di Mirandola arriva un altro regionale “sostitutivo” che ci porta a Bologna (bravi, bel lavoro). Prima di smontare dal mio vagone, chiedo al controllore come si chiama, e gli dico che ha fatto proprio un buon lavoro. Bravo.
Un signore mezzo incazzato lo manda quasi a quel paese mentre cambia treno. Mi dispiaccio molto per questo gesto: Gelmini si era già dimostrato una persona molto customer-centric, molto disponibile, molto gentile, che ha cercato di gestire l’avaria nel migliore dei modi. Non meritava altro se non un “bravo”. Se conoscete un Gelmini che lavora in Ferrovie, e che in questa data copriva la tratta Trento-Bologna, fategli le congratulazioni, perché è una persona molto in gamba.

Insomma, salgo sull’altro treno e faccio conoscenza con una coppia che deve recarsi a Senigallia.
Ho la fortuna di essermi portato una SIM card con traffico dati, e la uso per guardare orari dei treni e usare i soliti social network per vedere se, nel caso peggiore, riesco a trovare compagnia per una serata a Bologna o Firenze.
Alla fine mi rassegno al fatto che non riuscirò a raggiungere Assisi in serata, e dopo pochi minuti mi scrive su Fring Marco Fabbri, semplicemente per scambiare due chiacchiere sul discorso delle donazioni Acumen Fund e l’articolo Nòva della scorsa settimana.
Alla fine mi dice: se passi da queste parti fai un fischio.
Io dico: dove sei stasera?
Lui: Cesenatico.
Io: ci arrivo dalla stazione di Bologna?
Lui controlla, e mi dice che c’è un treno 21:37-22:45.
Gli dico: trovami un divano, un letto, o un Bed & Breakfast, e vengo.
Lui conferma.
Arrivo a Bologna alle 20:55 (un’ora di ritardo), e scopro che il FrecciaRotta verso Ancona ha accumulato 20 minuti di ritardo e partirà dal binario 11 alle 21:10 anziché 20:50. Bene, vado al binario 11 e aspetto speranzoso.
All’ultimo minuto il binario viene spostato al 6, una cinquantina di persone fa una corsa per arrivare alla piattaforma in tempo, e dopo un altro minuto arriva il FrecciaRotta. (che poi, spiegatemi perché la piattaforma 6 non la potevate comunicare prima… cattivelli!).
Salgo.
Saluto la mia ragazza al telefono, scherzando allegramente sui vari problemi incontrati fino a quel momento. Un paio di ragazzi che ascoltano la mia conversazione ridono anch’essi. Ho il morale alto, sono felice.
Sono felice per questi motivi: primo, oggi si è laureata la mia ragazza, e la cosa mi ha reso felicissimo. Secondo: stasera incontro un amico che non vedo da tempo, e l’imprevisto col treno alla fine non mi causa nessun problema ma anzi si rivela una occasione. Terzo, il controllore Gelmini si è dimostrato gentilissimo e in gamba, e questo eccellente quanto inaspettato servizio mi ha messo di buon’umore. Quarto, Frenitalia ha i suoi problemi, che io non risolverò certo né incazzandomi come un canguro, né con un post nel mio povero blog. Quinto: è bello avere un network di conoscenze e riuscire a usarlo per trasformare una rottura di scatole in una serata piacevole!

Quindi: il mondo è bello lo stesso, facciamoci una risata e andiamo avanti!
Lo so, suona come un ottimismo forzato, ma vi assicuro che non lo è. E’ solo un modo di guardare le cose, cercando sempre l’aspetto positivo, invece di limitarsi ai soliti: lamenti, imprecazioni, insulti, Italia di merda qui, Frenitalia di merda là. Se succede qualcosa di positivo, io ho voglia di dirvelo. Di cose negative sono già pieni i giornali.

Come seconda conclusione: sì, penso che Frenitalia sia una azienda gestita malissimo, che fornisce un servizio scadente, e che il suo Amministratore Delegato dovrebbe dimettersi all’istante.
Ma questo è un altro discorso, e stasera sono troppo contento per potervelo fare.

Eccomi in una foto, mentre mi appresto a scrivere questo post direttamente dal vagone del FrecciaRotta Bologna-Cesena.

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Ed infine eccomi qui, in compagnia di Marco, mentre lui si beve una birrozza e io una pizza al pomodoro.

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Buona serata, cari miei. :)