Simone Brunozzi

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Italia, dove vai?

Nonostante io sia emigrato all’estero da circa quattro anni, mi sento orgogliosamente Italiano, con la “I” maiuscola.
Non quel tipo di orgoglio “nazionalista” e semplicistico, ma piuttosto quello che deriva dall’essere nato e cresciuto in una terra che rappresenta tanto, per tutti.
Spesso, nei miei viaggi, scopro e apprendo cose che mi fanno pensare al mio Paese, e che mi scatenano una lunga serie di pensieri. La domanda più frequente, di questi tempi, è: “Italia, dove vai?”

Recentemente ho letto due interviste, su riviste internazionali, a Diego Della Valle, il patron di Tod’s e di molte altre cose, e a suo fratello Andrea. Sembra che ad entrambi stia a cuore l’Italia, ed in particolare il patrimonio culturale e artistico che abbiamo bistrattato da tempo. E’ loro l’iniziativa di restaurare il Colosseo, iniziativa che sembra essersi arenata a causa di recenti vicissitudini.

Non conosco i dettagli della vicenda, nè i fratelli Della Valle, pertanto non so davvero se siano da lodare o meno. Certo è che, per lo meno in apparenza, sembra che le intenzioni di dare lustro al nostro Paese siano autentiche.

Non credo, però, che per rinnovare il nostro Paese sia necessario l’intervento di qualche magnate. Credo che serva una iniziativa da una base ampia e volenterosa. Qualcosa che venga dal basso.

Nel mio lavoro, spesso mi imbatto in “incubatori di aziende“, detti anche “startup incubator” oppure “business incubator”, strutture che favoriscono la nascita di nuovi business, fornendo loro supporto economico, logistico, e consulenze/mentoring di gente in gamba.
Se la cosa è ben strutturata, i risultati che ne vengono fuori sono spesso molto positivi.

Sto anche osservando la tendenza a creare degli incubatori “verticali”, specializzati cioè in un determinato settore: sanità, tecnologia, telefoni cellulari (“mobile”).

Secondo il mio modestissimo e personale parere, in Italia potrebbe avere senso creare degli incubatori che si focalizzino sulle seguenti aree:
- Cibo
- Turismo
- Beni culturali
- Moda
- Design
- Politica

Quest’ultimo argomento è di particolare interesse: proprio perchè non esistono tecnologie o strumenti per rendere la politica più trasparente, o rendere i dati disponibili, o coinvolgere i cittadini con strumenti innovativi, un tale “incubatore verticale” avrebbe senso proprio perchè ce n’è un gran bisogno. Gli altri, ovviamente, hanno senso perchè è lì che abbiamo i nostri punti di forza, dal punto di vista produttivo ed economico.

Secondo me è così che si crea innovazione in un Paese (che ne ha davvero bisogno). Ben vengano i contributi di imprenditori come Diego Della Valle, i quali però, da soli, non credo che possano riuscire a smuovere le cose.

Sul fatto, poi, di quanto sia importante l’aspetto “economico” delle nostre vite, rispetto al resto (famiglia, amore, godersi la vita), preferisco non aggiungere nulla. E’ un discorso lunghissimo, ed esula dal contesto.

Questo post è solo una accozzaglia di qualche pensiero sparso; ma magari è l’inizio di un qualcosa.
Che ne pensate?

Category: innovazione, italia

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10 Responses

  1. Romak says:

    Ovviamente sono più che d’accordo, anche se credo che il mercato in Italia è talmente poco libero, in pressoché qualunque settore, che credo ci vorrebbero anni, anche partendo con cose giuste come gli incubatori e i VC, per uscire dalla melma di clientelismo e raccomandazioni in cui ci troviamo.
    Io lavoro nella consulenza IT, mercato che di per sé può essere considerato libero, ma viene molto condizionato dai settori in cui opera. I clienti, che spesso fanno parte di mercati non liberi, trascinano nell’inefficienza anche le aziende di consulenza, che a loro volta fanno così un danno a tutto il settore.

  2. Paolo says:

    L’idea è buona, ma non credo che in Italia ci sia vita facile per incubatori verticali. Abbiamo un sistema economico troppo rigido e stagnante per poter permettere la crescita di questo tipo di iniziative.
    Lavoro e sono socio di una startup e posso assicurarti che tutti sono entusiasti del lavoro innovativo che facciamo qui, ma nessuno è disposto ad investire un euro. Manca la cultura dell’investimento in attività che porteranno utili (forse) tra anni. Oggi l’investitore medio italiano guarda al rendimento nel breve periodo, è troppo miope per guardare oltre.

  3. simone says:

    Paolo: forse un crowdfunding sarebbe la soluzione giusta… Anche se di difficile attuazione.

  4. Mattia says:

    Monti non dovrebbe gia’ essere una sorta di incubatore politico?
    ps: credo che l’italianita’ che si prova stando all’estero e’ diversa (piu’ sentita?) di quella che si puo’ provare stando in Italia…

  5. Nino says:

    Ciao a tutti! Vivo all’estero da ormai 3 anni (Australia, Scozia e ora Spagna) e anch’io sono orgoglioso di essere Italiano. Tuttavia al tempo stesso sono contento di non vivere piu’ in Italia e sono dispiaciuto che i miei figli non cresceranno in Italia un giorno. Non cresceranno in Italia perche’ l’Italia di per se’ e’ un Paese che non cresce, purtroppo. Che futuro potranno avere i nostri figli in Italia? che tipo di struttura sanitaria? che tipo di sistema scolastico? che tipo di lavoro? che governo avranno?
    Sono domande alle quali non ho saputo dare risposta in questi anni. Ci hanno detto in questi anni che tutto andava bene e invece non era cosi’, ma nessuno si lamentava. Ora che e’ il momento di PAGARE, tutti si scagliano contro il nostro governo.
    Non mi intendo molto di startup, incubatori o internet technology, ma sono sicuro che per ritornare a CRESCERE bisognera’ prima risanare questo debito che pende sulle nostre teste (se mai sara’ possibile). Smettere di lamentarsi e cercare di incoraggiare quella class action che alcuni di voi invocano.
    Le voci che arrivano all’estero dall’Italia non sono mai, o quasi mai positive. Quando dico che sono Italiano tutti mi additano come camorrista o mi danno del “pizzaiolo”. L’immagine dell’Italia che trapela e’ quella del Comandante Schettino e della nave Concordia. Un’Italia che affonda dunque e ancora una volta, purtroppo!
    Io pero’ sono speranzoso, cambiare e’ possibile e questa fase passera’. Gli investitori torneranno a puntare forte sui nostri prodotti, le nostre aziende, le nostre opere d’arte. E da Napoletano, spero tornino ad investire anche nel Meridione.

  6. Sbagliamo noi ad essere rassegnati.
    Bisogna mettersi in discussione e passare ai fatti subito.
    Ormai è comune dire ‘tanto in italia è cosi’ ‘oppure solo in italia accadrebbe una cosa simile’.
    I concetti sono veri, il problema stà nel fatto che in questo modo ce ne laviamo solo le mani.
    In fin dei conti è la nostra casa, chi di voi non si metterebbe a darsi da fare per riparare o ristrutturare la casa in cui vive?
    Il movimento a 5 stelle stà facendo molto.
    A cominciare con l’abolizione dei partiti, con la presa diretta dei cittadini nella vita politica.

  7. Alex says:

    Io confido molto nella “generazione Erasmus”, in quegli studenti/lavoratori diversissimi dai raccomandati e dai figli-di-papà che hanno imparato una lingua straniera mantenendosi con piccoli lavoretti (a volte anche con qualche inevitabile “sfruttamento”). Mi vengono in mente alcuni esempi di associazionismo interessante:
    - il blog “riprendiamoci roma” organizza *passeggiate antidegrado*, ossia riunisce gruppi di cittadini che -periodicamente- staccano manifesti abusivi, rimuovono graffiti e rifiuti dalla loro bella città.
    - la “repubblica degli stagisti” denuncia la piaga degli stage, che spesso maschera lavoro non pagato dietro vane promesse di future assunzioni in attesa di “fare esperienza”.
    - il blog http://www.studenti.it è utile per scambiarsi esperienze (pur con qualche grave pecca, come il semplificare la vita ai “copioni”).

    In generale sarebbe utile formare tante piccole comunità, non di “piagnoni”, ma gente che possa fornire nozioni elementari di diritto del lavoro, che possa fare da “ammazza-burocrazia” ai neo lavoratori. Bisognerebbe puntare di più sul concetto di “vivibilità” delle città (copiare città come Bolzano, Ferrara, Parma, Assisi, Cremona), sul buon cibo, sulla pulizia.

    Ad esempio, in Canada il cibo italiano è quasi tutto “fasullo”: perché non esportare cuochi che facciano conoscere il “vero” pesto, salame, mozzarella, parmigiano, olio, vino italiano, ecc.?

  8. simone says:

    Luca, purtroppo a parer mio il movimento a 5 stelle di Beppe Grillo ha dei problemi di base… Ma non è questo l’argomento del post, quindi mi fermo qui. Il resto del tuo commento è invece certamente giusto.
    Alex: grazie, ottimi spunti. Tu vivi in Canada? p.s. il cibo italiano è “un po’ fasullo” quasi ovunque, all’estero :)

  9. Ho in mente un paio di “startup incubator” che qualche anno fa avevano sede nell’area della capitale (oggi non esistono più). Purtroppo ho avuto l’impressione che l’intero meccanismo fosse concepito per convogliare fondi pubblici verso qualche amico dell’amico… A parte questo, non mi pare sia stato concretizzato nulla di significativo e duraturo. Non intendo comunque generalizzare, anzi mi auguro che altre realtà italiane abbiano avuto un destino un po’ meno infausto.

  10. [...] perchè no? Dopo questo post, intitolato “Italia, dove vai?“, e visitato da oltre 1,000 persone, ho deciso di spendere qualche altro minuto per [...]