Dec 17, 2010
Disperato, Erotico, Stronz
(poco fa vi dicevo del Post Sotto L’Albero, o PSLA 2010. Ecco, questo è il mio, di post, che con piacere vi ripropongo qui)

(questa foto mi ricorda il periodo natalizio dell’anno scorso. Ore e ore di ritardo in treno per raggiungere Venezia)
Disperato, Erotico, Stronz
Mi viene in mente quella canzone di Lucio Dalla, così strana e insolita: Disperato, erotico, stomp.
Vivo lontano dall’Italia da un po’ di anni, e ogni volta che penso all’Italia, specialmente per Natale, ho una visione sempre più distorta delle mie memorie. Alcune si fanno più vive e accese; altre sbiadiscono. Ricordo una canzone, una via, un albero, un volto, e ne dimentico cento altri.
Però è col Natale che certe cose ti tornano in mente con più frequenza.
Per noi italiani il Natale è qualcosa di importante fin dall’infanzia e – insieme al Capodanno e all’inizio del nuovo anno – sono le migliori occasioni per “fare il punto” della propria vita e tirare fuori i famigerati buoni propositi di cui ci dimenticheremo già dopo pochi giorni. Quello classico è: “Basta abbuffate! Ora mi metto a dieta!”, poi arriva il giorno della Befana e giù torta, dolci e roba grassa, tutto condito da abbondanti vini e spumanti.
Del Natale, qui a Singapore, gliene importa ben poco. Qui convivono molte religioni diverse: quasi metà sono Buddisti, un sesto sono musulmani, un sesto cristiani, un sesto atei, qualche taoista e induista. Lo stesso vale per le lingue, le quattro ufficiali sono inglese, cinese mandarino, tamil e malese. Le feste davvero importanti sono spesso legate alle tradizioni cinesi, e poi un Natale con caldo e umidità, senza la minima speranza di vedere un po’ di neve o godersi il tepore del bavero del cappotto sulle guance… No, non è un Natale come lo conosciamo noi.
Al limite, è una scusa per fare compere con ritmi ancora più frenetici del solito. Sì, se pensate che gli italiani siano consumisti e materialisti, venite a Singapore, e poi ne riparliamo.
Tra qualche giorno torno in Italia, dove passerò un paio di settimane a mangiare prelibatezze, incontrare vecchi amici, abbracciare la mia famiglia e i miei parenti cari. E guarderò con occhi nuovi le cose familiari dei miei primi trenta anni di vita. Assisi, le luci, la gente che compra i regali, le viuzze, l’atmosfera. E sentirò di nuovo vicini i miei amici cari, ma al tempo stesso li sentirò più lontani di prima, diversi… Perchè loro sono cambiati, e io anche. Forse di più di quanto non mi aspettassi.
E’ normale. Siamo esseri umani, e cambiamo anche in base a ciò che viviamo, alle nostre esperienze. Vivere lontani, in Asia, significa fare esperienze molto diverse. Vivere a Singapore, e viaggiare in India, Cina, Australia, Corea, Giappone, significa sperimentare stili di vita molto diversi tra loro, e sicuramente diversi da quello mediterraneo o quello milanese. E si cambia. E non ci si accorge nemmeno del cambiamento.
Ogni tanto leggo online di un “cervello in fuga”, che spesso spara a zero sull’Italia e loda la sua ritrovata serenità e benessere. Ricercatori scappati a Londra e ora felici e contenti con stipendi grassi e fondi generosi per fare i loro esperimenti. Imprenditori che trovano il successo grazie a investitori svegli e capaci, regole più semplici, mercati più ricchi. Ingegneri, informatici, biologi che scelgono la via delle grandi multinazionali, come ho fatto io, e si ritrovano in ambienti di lavoro meritocratici, con mansioni “fighe” e conti in banca che crescono. Oppure, coraggiosi e spavaldi che, disillusi dall’Italia, se ne vanno a fare i camerieri in cerca di altre opportunità, che spesso trovano.
Secondo me non è giusto, criticare e basta. Italia o non Italia, siamo liberi di fare le nostre scelte, di godere dei risultati, di soffrire per ciò che ci manca ogni giorno. Apprezzo chi ha il coraggio di partire, in cerca di fortuna e successo e soddisfazioni, ma anche chi rimane per scelta, o chi rimane per vincoli stringenti. E questo non succede solo in Italia. Il mio amico Kurt, americano, vorrebbe tornare a vivere a Singapore, ma non può perchè i suoi genitori sono anziani, lui è figlio unico senza moglie nè figli. Pensate, un americano che vive negli Stati Uniti, che vorrebbe vivere a Singapore per il resto dei suoi giorni. O il mio amico Tim, anch’esso americano, che ha vissuto due anni in Italia e sogna di andare in pensione presto, comprarsi un appartamento a Trastevere, e godersi Roma fino alla morte. La “America” degli anni cinquanta non è più l’America di oggi. Oggi è difficile capire dove, come, quando possiamo essere felici e trovare soddisfazione. Forse non dipende nemmeno dal dove, è qualcosa di più “interno”, più nascosto.
E’ vero, io ho trovato la felicità andando all’estero. Prima in Lussemburgo, ora a Singapore. Sono felice, più felice di prima. Ho avuto momenti duri, tristi, difficili, ma anche tante opportunità per mettermi alla prova, riuscire, e guadagnare fiducia dai miei successi. Per me è stato l’estero, per altri può essere qualcos’altro.
Il Natale per noi è sempre un momento di riflessione anche e soprattutto sulla nostra felicità e soddisfazione personale. E spesso, per noi italiani all’estero, è anche un momento per chiedersi se ci manca l’Italia, se e quando torneremo, se ha senso tornare. Alcuni sono persi per sempre, rimarranno dove sono perchè lì sono felici, perchè non ci sono ragioni per tornare. Altri rimarranno col dubbio. Altri sanno che torneranno, e forse lo faranno presto.
In questi anni sto scoprendo tante cose nuove di me, di ciò che mi rende felice, di ciò che conta. E forse queste scelte di vita, questi luoghi, queste opportunità, sono esperienze che ci arricchiscono e che ci fanno capire sempre di più qualcosa di come siamo fatti noi. Noi, diversi da tutti gli altri, eppure così uguali.
Per questo Natale 2010, auguro a tutti quelli che leggono di riuscire a capire qualcosa di più, e gioirne, anche.
E ringrazio Sergio, il nostro Sir Squonk, che con un gesto apparentemente semplice e quasi banale riesce invece a darci una occasione per riflettere anche noi, una volta di più. Che non fa mai male.