Simone Brunozzi

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Una goccia di Mumbai

Mumbai. Che città straordinaria.
Ogni volta che ci torno sento una strana energia dentro di me.
Sarà che, dopo aver letto Shantaram, non riesco più a guardarla con gli occhi del turista.

Questo weekend lo sto passando a Mumbai, e oggi ho deciso di visitare di nuovo Dharavì, lo “slum” più grande del continente asiatico dopo quello di Kharachi, con oltre mezzo milione di persone stipate in poco più di 1,5 chilometri quadrati.
Ero tentato di servirmi di Reality Tours, una NGO che offre visite guidate agli slum, con lo scopo di dare ai visitatori maggiore consapevolezza sui problemi igienici, di salute, economici e sociali che gli abitanti dello slum devono affrontare ogni giorno. Ero tentato, sì, ma alla fine ho preferito andare da solo, senza filtri, senza guida.


(palazzi fatiscenti nel lato nord di Dharavi)

Visitare uno slum in India non è la tipica attività del turista, ma è pur vero che farlo alla luce del giorno non comporta particolari rischi.
Gli indiani sono persone molto pacifiche, tendono ad ignorarti anche se sei l’unico “occidentale” che vedono da mesi, e al limite ti salutano e ti chiedono una delle poche frasi che conoscono in inglese, “How are you?”. I bambini sono un po’ più coraggiosi, e ti approcciano più spesso. Appena vedono la tua macchina fotografica, ti chiedono di far loro una foto.
All’inizio pensi che sia un modo per poi chiederti l’elemosina, ma non è così: per loro comparire nella foto di un occidentale significa essere importanti. A Mumbai mi capita spesso di essere approcciato da bambini o adulti in cerca di elemosina… Ma a Dharavi non mi è MAI successo.

Entrare a Dharavi è facile, basta infilarsi tra qualche palazzo decadente, e seguire poi la via delle baracche vere e proprie.
Perdersi
è ovviamente facilissimo, anche se io di solito ho un buon senso dell’orientamento… Ma non è un grosso problema, perchè basta camminare nella stessa direzione per uscire da Dharavi in poche decine di minuti, se si vuole.
Ma perdersi è anche il modo migliore per trovare. In questo caso, trovare la vita di Dharavi e dei suoi abitanti.


(preparazione della focaccia)

Camminare tra le baracche, ascoltare il fracasso dei clacson in lontananza o annusare gli odori fetidi della plastica e delle fogne, è un modo un po’ insolito ma efficace per riuscire a “vivere” davvero Dharavi, sentirne il cuore pulsare. Ogni angolo è un teatrino, con bambini che giocano a cricket con mazza e palla improvvisata, un vecchio che si lava, un carpentiere che aggiusta la sua baracca, una signora che vende spezie, una coppia quarantenne che offre servizio di stiraggio vestiti… Visto che non tutti si possono permettere un ferro da stiro, o la corrente elettrica.
Osservare queste scenette ti apre la mente in un baleno: tutte le cose che dai per scontate all’improvviso non lo sono più. Le regole della società occidentale vengono messe in discussione, e se ne capiscono con più profondità i motivi di esistenza.


(un bambino gioisce perchè gli ho appena fatto una foto)

Dharavi è sì uno slum, ma potrebbe essere scambiato per una città molto caotica e molto povera, perchè in effetti quasi tutti si “arrabattano” per trovare un lavoro, che a Dharavi significa organizzarsi per conto proprio. C’è chi costruisce un carretto e si offre come trasportatore. C’è il tizio in bici che trasporta uova, o il socio con un triruote sgangherato che trasporta anche altri cibi. Quello che nel cortile di casa alleva capre. O i due maiali neri che razzolavano nella spazzatura di fronte alle case di una famiglia numerosa… Maiali che nessuno si sogna di rubare, perchè a Dharavi è peggio che alla Casa Bianca a Washington: tutto è monitorato, controllato, misurato, da milioni e milioni di occhi che notano ogni stranezza, o ogni mancanza. La pressione sociale è così forte che la società stessa diventa coesa, unita, scandisce il tempo e le attività come una macchina perfettamente oliata, come una grande multinazionale organizzata.


(una delle strade meno trafficate di Dharavi… Ma ugualmente poverissime e sporche)

Ma poi c’è la povertà, quella vera, che rende tutto incredibilmente difficile. Nonostante questi indiani abbiano degli anticorpi incredibili, non è semplice per loro vivere quotidianamente a contatto con la sporcizia, con gli odori malsani, mangiare cibo che proviene da chissà dove, passato attraverso chissà quali mani, quali magazzini sudici, esposto al calore e alla luce del sole per chissà quanto tempo.
E poi, qui a Dharavi pochissimi parlano inglese, e lo parlano male: con le persone si interagisce solo a gesti, o usando al massimo una dozzina di parole base di inglese.
Sul cibo, però, ho preferito non transigere: mangiare qualcosa qui a Dharavi significa rischiare una intossicazione, o peggio, per almeno qualche giorno. E quindi mi sono limitato ad osservare, a volte estasiato, le mille bancarelle con cibo, spezie, carni o frutta, esposte al logorio delle mosche o al fradiciarsi dei raggi solari bollenti.


(una bancarella di spezie)

Giovani e bambini sono dappertutto. Non sempre mi è facile fotografarli, perchè non voglio rischiare di indispettire nessuno. Ma di certo non posso scordarmi le tante persone vestite con due stracci, ma con in mano il loro fedele telefonino… Il famoso “leap frogging” della tecnologia, ovvero la capacità dei paesi emergenti di “saltare” subito alle tecnologie più recenti, senza bisogno di compiere tutti i passaggi intermedi. La telefonia mobile ne è uno degli esempi più fulgidi.

L’interazione con gli indiani di Dharavi è semplice, e curiosa: molti si limitano a chiederti come stai, e poi smettono. Altri invece insistono, vogliono sapere da dove vieni, o come ti chiami, per poi dirti il loro nome e sentirsi fieri di poter conoscere un occidentale.

La sporcizia c’è ovunque, ma a volte raggiunge livelli impensabili, come ad esempio nei canali che circondano Dharavi, e che a volte la tagliano a metà. Sono rimasto diversi minuti a guardare un bambino giocare con un sacco nero della spazzatura a mò di acquilone, in equilibrio precario sul muretto che si affacciava su un canale, pieno di acqua e di… plastica, catrame, roba marcia e odori nauseabondi. E quel bambino giocava lì, ingenuo, noncurante della situazione, che per lui rappresenta soltanto la normalità.


(un bambino gioca con una busta nera della spazzatura, sull’orlo di un muretto)

Gli animali sono ovunque. Cani ovunque. Gatti rarissimi. Maiali ogni tanto. Pollame racchiuso in migliaia di gabbie, al pianterreno di altrettante baracche. Tenendo la macchina fotografica seminascosta, sono riuscito a scattare questa foto, in cui un pollo sta cercando di fare l’amore con una anatra che, più piccola di corporatura, si presta suo malgrado. I due “pollaroli” nemmeno ci facevano caso, mentre preparavano gli strumenti per sgozzare qualche pollo e farne fettine di carne da rivendere a qualcuno, o da mangiare in poche ore.


(un pollo un po’ confuso)

Dopo tanto girovagare, imbrocco la strada che ormai ho imparato a riconoscere, e mi ridirigo sul ponte di ferro che scavalca la ferrovia e porta fuori da Dharavi. La ferrovia, infatti, sia ad Est che a Ovest delimita l’area della baraccopoli.
Da lì, per la prima volta, riesco a dare uno sguardo d’insieme a Dharavi, a vederne l’estensione, e sentirne le mille voci e i canti musulmani che provenivano dalla vicina moschea. A Dharavi, in realtà, coabitano almeno quattro ceppi religiosi diversi, cristiani, musulmani, induisti di un tipo e induisti di un altro tipo (non ricordo bene il nome di questi ultimi due).


(all’uscita di Dharavi)

Esco, e mi ritrovo per strada. Cammino per altri dieci minuti, poi prendo un taxi e mi faccio portare al confine tra Bandra e Khar, lungo la costa, dove mi rilasso per una mezz’ora in un bar che conosco, guardando il sole tramontare.
Che bellissima esperienza. E quanti pensieri mi si accavallano in testa. E’ sempre così, quando vieni bombardato da mille stimoli, idee, considerazioni, e poi ti fermi per un attimo per “digerirle” e farle tue.


(verso la fine di questo filmato, un bimbo mi chiede di fargli una foto)

Guardare come vivono queste persone, osservarle nel loro ottimismo, nei loro sorrisi, mi fa pensare che un po’ di questo spirito pacifico, sereno, determinato ci vorrebbe anche in me… E anche in tante altre persone del mondo occidentale. A Dharavi le ingiustizie non mancano, e ci sono poche persone che controllano l’economia dell’intera area. Eppure, in tanta inequalità, in tanta povertà, in tanta sporcizia, queste persone riescono a sorridere ed essere, a loro modo, felici.
Non va copiato il loro modo di vivere, ma forse va presa ispirazione dalla loro forza nell’affrontare le avversità.

E chiudo qui. Spero che vi sia piaciuto leggere di questa mia giornata a Mumbai. Spero che un giorno potrete visitarla anche voi.

Category: asia

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  • 27/11/2010 at 16:40 Pluto in USA
    bel racconto e utile il video per capir di piu le tue parole
  • 27/11/2010 at 16:50 simone brunozzi
    Grazie Pluto :)
  • 28/11/2010 at 11:49 EffE
    Interessante squarcio di vita. Io qui potrei vedere qualcosa di simile nelle favelas ma ci penso bene prima di spingermi oltre i quartieri perifierici, sopratutto non ci andrei mai con la mia fedele reflex. E viste le foto che hai fatto anche tu non l'hai portata, vero? Meglio una compatta punta e scatta in questo caso. Comunque sia rappresentano bene la situazione. Bravo!

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8 Responses

  1. LivePaola says:

    Grazie Simone.

  2. kay says:

    un po’ ti invidio :)

  3. Gabriele says:

    Conosco bene situazioni simili ma, ogni tanto, fa bene di riflettere ancora quanto sia ampia la scala del benessere (e la sua mancanza, ovviamente) in questo mondo.
    Hai notato, Simone, come noi ricchi occidentali tendiamo a ignorare la povertà? Ce la siamo messa alle spalle e non la vediamo neanche quando la incontriamo per strada. Eppure c’è, anche qui dove vivo io, uno dei paesi con lo stile di vita fra i più ricchi del mondo.
    Saluti, continua a scrivere d queste esperienze quando puoi.

  4. liz says:

    Non è che i due “pollaroli” non ci facevano caso, stavano lasciando che il povero condannato ricevesse il suo ultimo desiderio prima di finire allo spiedo!;)
    Bello squarcio…bravo.

  5. Maurizio says:

    Io sono appena tornato da Accra (Ghana) e anche lì ci sono baraccopoli enormi. Visitandole ho trovato situazioni analoghe alle tue compreso il leap frogging tecnologico. Sulla povertà endemica di quei posti in termini di istruzione, tecnologia e sanità ci sarebbero da scrivere dei tomi.

  6. Lazza says:

    Bellissimo post. ;)

  7. Dario says:

    Grande! Come sempre :)

  8. Vincenzo says:

    grazie per condividere queste esperienze uniche