Nov 25, 2010
Figlio mio, lascia questo paese… Forse!
Oggi non riesco a togliermi dalla testa le parole di Pier Luigi Celli (ex direttore generale della Rai, ora direttore generale della Luiss Guido Carli, una prestigiosa università di Roma): “Figlio mio, lascia questo paese“.
Nella sua lettera, pubblicata da Repubblica il 30 novembre 2009, quasi un anno fa, Celli suggerisce al figlio:
… Col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni. Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. …
Il caro Massimo Mantellini pubblica sul suo blog il commento di una certa Valentina, anche lei “fuggita” a Londra, e anche lei impietosa nel giudicare l’Italia dal punto di vista lavorativo. Ne riporto uno stralcio:
… Lavoro circa il 30% in meno che a milano (9 ore al giorno 5 giorni alla settimana, invece di 12 al giorno se non 14 quando c’è una deadline e poi un paio di documenti da finire nel weekend così lunedì mattina sono pronti per review), e prendo oltre il 100% in piu all’anno di stipendio lordo. …
Nei commenti al post di Massimo, mi piace quello di Guter, che in parte riporto qui:
Ho avuto la fortuna di viaggiare molto, nella mia vita. Come molti ragazzi, a 18 anni sono uscito di casa, e sono partito alla ricerca di me stesso. Ho vissuto all’estero e in diverse zone dell’Italia, dal nord al sud. E durante le mie peregrinazioni, ho scoperto sulla mia pelle che ogni luogo abitato da esseri umani presenta i suoi pro e i suoi contro, esattamente come le persone che lo popolano. Bene, credo fermamente che non tutti hanno la fortuna di nascere nel posto giusto, e molti di noi devono cercarselo per allontanare quel fastidioso senso di insoddisfazione.
Dopo 10 anni da quel giorno in cui dissi ciao alla mamma, ho trovato l’amore e il luogo giusto in cui stare.
Valentina, se a Londra non sei felice e l’Italia non la sopporti (in realtà non sopporti Milano, e nemmeno io!), forse non hai ancora trovato il tuo luogo, o forse non hai trovato il tuo amore. Ed è tuo dovere verso te stessa cercarli.
Anche il commento di Trentasei è degno di nota:
… Io, per dire, avendo la possibilità di scegliere come Valentina, ho optato per l’ Italia perchè, semplicemente, mi piace la lingua, il cibo, i posti in cui abito, il mare. Non mi sento un eroe, anzi a volte un fesso, vedendo come sono le cose in Italia, e ogni tanto invidio un po’ quelli come Valentina. Ma trovo spesso -non sempre- in quelle cose elencate prima qualcosa di più che non il doppio del mio stipendio. …
E infine quello di Luca, non il primo ma il secondo commento:
… Mi sembra di svilire tutto impostando la questione come una lotta fra “illuminati che partono” vs. “lobotomizzati cresciuti a pane & tv che restano”. O fra “neuroni in fuga con nostalgia di casa” vs. “illusi con le radici piantate in Italia” …
(immagino che Massimo Mantellini, e i lettori del suo blog, non se la abbiano a male del mio “fregare” pezzi dei loro discorsi e incollarli qui; nel caso mandatemi una email e ne parliamo)
Parto dalla riflessione di Guter per dirvi la mia.
C’è chi non fa altro che lamentarsi dell’Italia, ma poi non fa nulla nè per cambiare la sua situazione, nè per cercare altre opportunità altrove. E l’altrove può essere anche altrove in Italia, non necessariamente dall’altra parte del mondo.
C’è chi vive all’estero e deve trovare per forza i lati positivi della sua scelta, perchè vive male con quelli negativi (lontananza dalla famiglia, clima peggiore, cibo peggiore, o cose simili).
C’è chi vive due anni in Lussemburgo, cinque a Toronto, tre a Londra, sei in Asia tra Singapore ed Hong Kong, e poi se ne torna in Italia in pensione, perchè è lì che il suo cuore è rimasto.
C’è il mio amico Tim, americano, che ha vissuto due anni in Italia da studente, e il suo sogno è quello di andare in pensione giovane e godersi una casa a Trastevere, e vivere lì il resto dei suoi giorni e crescere lì la sua famiglia.
C’è chi può solo lamentarsi, o leggere, o criticare, o suggerire, ma non ha la possibilità concreta di fare nessuna scelta. Un operaio che lavora in Italia e che non ha particolari specializzazioni, o che non conosce nessuna altra lingua, non necessariamente ha il coraggio di prendere “baracca e burattini” e trasferirsi in Australia, magari per fare il cameriere.
Che chi si preoccupa di arrivare alla fine del mese, e certi discorsi sugli stipendi alti o le cose che funzionano lo fanno solo incazzare di più.
E così via.
La verità è che di storie ce ne sono tante.
Che gli italiani non sono i soli a lamentarsi dello stato delle cose, o a pensare all’estero come la via di fuga, o la soluzione a tutto.
Negli Stati Uniti, molti dei miei amici adorano l’Italia, ne parlano come un paradiso in cui le cose non funzionano benissimo ma lo stile di vita è impareggiabile. Certo, lo è se vai lì in vacanza con i soldi giusti, non necessariamente lo è se devi combattere ogni giorno con i problemi del paese. Ma poi parlano della nostra passione per le cose, della cultura, l’arte, e capisci che non è tutto America quello che luccica. Che del buono c’è in Italia, anche se spesso viene dimenticato.
E soprattutto, capisci che queste cose dipendono tanto, troppo dal nostro modo di pensare, da come siamo fatti, dalle nostre esperienze, dal nostro punto di partenza e dalla fase della vita che stiamo vivendo.
Io, oggi, sto bene a Singapore, dove la mia carriera sta crescendo, dove il mio stipendio mi soddisfa. Domani, magari con dei figli, potrei preferire l’Italia a qualsiasi altro posto… E io sono solo uno dei mille esempi possibili.
Renzo Piano, forse il più famoso architetto italiano vivente, nella trasmissione “Vieni via con me” del 22 novembre 2010, intervistato da Fazio, alla domanda “Andare via o restare?”, ecco cosa dice.
Bisogna lasciar fare i giovani. Bisogna mettersi un po’ da parte.
Nel mio studio lavorano ogni anni venti studenti provenienti da tutto il mondo.
Bisogna valorizzare il talento. Bisogna che la politica faccia i concorsi.
Ci sono tantissimi giovani talenti che non hanno nulla da fare.
Oggi un architetto in Italia ha poche possibilità prima dei cinquant’anni.
C’è una intera generazione che è stata tradita.
La politica teme il talento, perchè il talento ti regala la libertà e la forza di ribellarti.
Fazio chiede: “Andare via o restare?”
Mah, secondo me i giovani devono partire, devono andar via. Ma per curiosità, non per disperazione.
E poi devono tornare.
I giovani devono andare, un po’ come ho fatto io, sono sempre partito e sono sempre tornato.
Devono andare per capire com’è il resto del mondo. Ma anche per capire se stessi.
C’è una italianità, non è quella dell’orgoglio nazionale… Noi italiani siamo come dei nani sulle spalle di un gigante. Tutti. Il gigante è la cultura, una cultura antica che ci ha regalato una straordinaria, invisibile capacità di cogliere la complessità delle cose, articolare i ragionamenti, tessere arte e scienza assieme.
E questo è un capitale enorme, e per questa italianità c’è sempre posto a tavola…
Ecco, quello che dice Renzo Piano è importante.
Ed è importante anche il tipo di valori che abbiamo, l’attaccamento alla famiglia, agli affetti, alle amicizie.
E soprattutto è importante questo:
CHE OGNUNO DI NOI SCELGA CON LA PROPRIA TESTA.
Io, a suo tempo, ho scelto di andarmene, e credo che sia stata una delle decisioni migliori della mia vita. E ora ho la consapevolezza di ciò che ho lasciato, di ciò che ho preso in cambio, e la fortuna di poter tornare quando voglio.
E voi, cosa ne pensate?
Update 1: non posso non linkare questo bellissimo post che parla dell’argomento.
Update 2: mi è appena venuto in mente che quattro giorni fa, in Nuova Zelanda, durante un convegno spunta fuori un Tweet che parlava di Mafia e Berlusconi. Oggi, a Mumbai, a pranzo, tre signori parlavano di lavoro, e alla fine uno se ne esce dicendo che non possono fare quella mossa lì perchè poi sembra che le aziende italiane fanno tutte le mafiose come Berlusconi.
Non voglio aprire il dibattito su Berlusconi, per carità… Però far riflettere anche sull’immagine che noi italiani stiamo dando al mondo, che forse ha il suo peso quando prendiamo certe decisioni.
Update 3: il Corriere.it parla del declino di Milano.
Update 4: Aggiungo la “Lettera a Giulio” di Vincenzo Novari, CEO di Tre Italia, che è in un certo senso una risposta alla lettera di Celli che citavo all’inizio. (Grazie Max).
Update 5: Anche la storia di Emma Reynolds è importante per capire queste faccende.
Update 6: Anche il post di Annarella va letto. Critico nei confronti della Valentina protagonista del post di Massimo Mantellini.
Grande Simone ;)
Grandissimo Simone! Articoli come questi dovrebbero essere letti da tutti.
Il seme della discussione sta proprio nel scegliere con la propria testa. Purtroppo spesso si sentono frasi fatte di chi vorrebbe andare all’estero perchè crede che fuori dall’Italia sia tutto facile. Io non nascondo che ogni tanto mi cadono le braccia per terra e che certe mie riflessioni possano essere lette in questo modo. Ma andrei all’estero non per scappare (fortunatamente non siamo in questa situazione) ma possibilmente per sfruttare occasioni, realizzare dei sogni/progetti e sempre per imparare qualcosa di nuovo. Cambiare l’ambiente in cui si vive è uno stimolo fortissimo che inconsciamente ci porta dei grandi miglioramenti.
A presto :)
bellissimo post per descrivere questa brutta bruttissima realtà! un ossimoro quotidiano!
Forse avere un alto stipendio e soddisfazione professionale MA in italia, sarebbe assolutamente la miglior scelta.
Da noi non funziona il sistema; man mano che passano gli anni accade un arakiri collettivo: non vengono aiutate le nuove leve e si ritardano costantemente le pensioni agli anziani.
Da noi non funziona la politica, per i motivi che noi tutti conosciamo
Da noi non funzionano i giovani, che invece di avere una idea personale preferiscono aggregarsi alle masse
Da noi non funzionano le istituzioni, che non fanno niente per impedire la stupidità collettiva che certi politicanti che hanno l’interesse a diradare la cultura con tv, grande fratello ecc ecc.
Da noi non funziona la scuola che dovrebbe dare senso civico
Questa situazione prima o poi porterà al collasso l’intero paese.
Ma, dico ma, forse sono proprio le nostre caratteristiche migliori: Passione, talento, gusto nel vivere, nel mangiare ecc ecc che ci rendono allo stesso tempo Corrotti, Disonesti, Arrivisti. Il bene ed il male dell’italia sono due facce indissolubili della stessa medaglia.
Siamo una entità, concreta. e forse, dico forse… ci sta bene così.
Grazie per il post
Simone, segnalo come contributo alla discussione anche una lettera post-celli (Novari, ad di 3 Italia, scrive a suo figlio): http://3italia.tumblr.com/post/293418107/vincenzo-novari-lettera-a-giulio
Grazie della segnalazione :)
Ottimo post Simone, perché sei riuscito a fare una cosa difficile: non banalizzare, non dare una risposta, ma dire di usare la testa. Che è la cosa più importante.
Detto questo, io sposo come te la citazione di Renzo Piano, dicendo che non bisogna dimenticare gli immensi e ricchissimi valori dell’italianità – a parte l’uso del “devono” nel tornare, perché anche qui, come dicevi tu, è importante usare la testa. ;)
Credo anche in questa citazione bellissima di Guter: “forse non hai ancora trovato il tuo luogo, o forse non hai trovato il tuo amore. Ed è tuo dovere verso te stessa cercarli”.
Perché anche io credo che non sia una scelta, ma un dovere. Perché altrimenti quello sì che significa mollare – al contrario di quanto dice Novari, non credo che il consiglio di Celli sia un “mollare”, anzi, credo che le loro due opinioni sian molto simili, e che giungano alla fine al consiglio che dai tu Simone: usare la testa.
Grazie. :)
Caro Simone, complimenti per il tuo blog, sempre molto interessante ed equilibrato.
Sono in imbarazzo nel fare commenti: ho vissuto all’estero per lavoro ed ho scelto poi di non tornare a vivere in Italia.
Ho una figlia laureata che pur parlando un ottimo inglese, ha scelto invece di vivere a Milano in una situazione di precariato cronico, contratti a progetto da anni, senza una lira [o euro] di contributi previdenziali e tutto cio’ che ne consegue.
Ho anche lavorato per tre anni al Servizio Personale della ormai scomparsa Comit come responsabile dell’area Estero. Quando dovevo inserire un collega nella rete estera, mi preoccupavo di valutarne le motivazioni personali. Non davo alcuna chance a chi perseguiva vantaggi economici. Le motivazioni di approfondimento professionale e culturale erano quelle che davano i risultati migliori. Proprio un collega che inviai all’estero e’ quel Fabio De Rosa da te menzionato. Con lui e con molti altri ex-colleghi si e’ mantenuto un legame di amicizia che mi gratifica delle scelte fatte quale gestore di risorse umane (termine che trovo orribile).
Sia a Toronto che a Lussemburgo ho offerto posti di lavoro a giovani italiani che arrivati per motivi di studio, cercavano opportunita’ di lavoro sapendo che in Italia gli sbocchi erano pressoche’ nulli.
Ammiravo questi giovani, cosi’ come ammiro coloro, come mia figlia, che per scelta (o per mancanza di scelta), restano in Italia e resistono in condizioni di grande difficolta’. L’emigrazione resta una scelta eroica e, come avvenuto in passato, ha aiutato l’intero paese a risollevarsi. Ho conosciuto emigrati che hanno avuto una vita durissima rispetto a chi rimasto in Italia ha beneficiato del boom economico degli anni ’50 e ’60. Da uno di questi alcuni anni orsono, mi sono sentito richiedere se anche nel Sud tutte le case avessero l’acqua corrente. Dovetti dirgli di si’, anche se sapevo di ferirlo.
Esportavamo “mano d’opera”, ora esportiamo “cervelli”. Il cosidetto “brain drain” non e’ fenomeno nuovo ne’ solo italiano, ma uno degli aspetti della globalizzazione.
Senza classe dirigente un paese non va da nessuna parte, ma questo diviene un problema politico e ognuno ha le sue ricette.
Un caro saluto
Clemente
Evidentemente Guter è una persona piena di soldi, a cui non interessava fare l’università e che non aveva affetti nel luogo dove viveva se ha potetuto affermare “Come molti ragazzi, a 18 anni sono uscito di casa”. Ha una percezione distorta della realtà. ;)
Nel commento prima “molti ragazzi” era sottolineato perché l’enfasi era tuttalì ma non si vede. :(
Grazie per il link, per l’aggettivo immeritato e per il tuo commento con il quale concordo.
Alla fine tra battute e risposte quel post è divenuto un civile scambio di opinioni tra persone che non la pensano affatto nello stesso modo, pur avendo fatto la stessa scelta di vita, ovvero passare dalla quantità alla qualità.
Se non m’avesse dato dell’invidioso e avesse letto tutto quel che ho scritto invece che solo quello su cui ha ribattuto, sarebbe stato più utile, ma concordo che sia un personaggio civile.
In merito a questo tuo post, infine, non penso di poter aggiungere molto a quanto hai linkato.
Ciao mORA :)
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