Simone Brunozzi

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Mio Padre a Singapore

Ebbene sì. Piango.
Ma no, non un pianto a dirotto. Una lacrimuccia.
Dapprima, quella sensazione, quel magone, quell’intoppo alla gola, lo stomaco che si stringe, gli occhi che si guardano intorno, quasi a vergognarsi delle prossime lacrime. E poi ti trema la palpebra, si inumidisce, e come il vagito di un neonato arriva la tanto attesa prima goccia salmastra, all’occhio destro.
Un po’ ti trattieni, ma poi ti lasci andare e ripensi ad una persona tanto cara, che ti raccontava di una volta quando pianse in metro, a Roma, senza vergognarsi, e di come un tizio le avesse sorriso e le avesse detto che faceva bene a non vergognarsi.
La tua è solo una innocua gocciolina, e presto l’istinto scompare.
E no, non sei triste.

E’ che tuo Padre ti ha appena salutato, dopo essere stato due settimane con te a Singapore.
Avete passato un po’ di tempo insieme, avete riso insieme, una sera avete pure bisticciato, ma in buona sostanza vi siete ritrovati compagni e complici come ai vecchi tempi, con la differenza che tu ora sei un uomo adulto mentre lui si avvicina ai settanta. Che i discorsi che fate sono diversi, più maturi, oppure semplicemente più semplici, sintetici, sodi.
E non mi vergogno, che tra un paio di giorni mio Padre aprirà il computer e leggerà questo post, che poi si chiederà anche che diavolo sia, un post. E’ quando metti un titolo, un contenuto, e li pubblichi insieme sul tuo blog. Ecco, questo è un post, Papà caro.

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Penso che ognuno di noi abbia i suoi difetti, le sue cose, il suo modo di fare, e che queste cose emergano nei rapporti con le persone.
Ma poi c’è l’amore paterno e materno, e l’amore filiale, o l’amore tra Fratelli. Un qualcosa che nella mia famiglia funziona così: ti amo a prescindere. Qualcosa che, tra i mille difetti e i mille problemi e le mille cose storte e le mille cose che “se” e “ma”, alla fine abbiamo imparato e insegnato bene. Reciprocamente.
Papà. Papi, ti chiamo, affettuosamente.

Sono qui, al caldo della MRT di Tanah Merah, in attesa della metro che mi porterà a Kembangan in tre minuti, e in altri tre minuti sarò in casa. Accenderò il condizionatore, mi guarderò intorno, sentirò ancora la tua presenza, osserverò estasiato quelle piccole cose che portano ancora il tuo segno.

E poi mi dico: ma mica è un funerale, eh. Mio Padre, per mia grande fortuna, è ancora vivo e vegeto, e pure in salute. Mio Padre, che in tutta verità, se fosse stato per i meriti di un certo luminare della medicina, venticinque anni fa avrebbe lasciato su questa terra le penne, una moglie e due figli giovanissimi, e che invece, anche grazie alla testardaggine della suddetta moglie, è stato ripreso per il rotto della cuffia e ancora campa, alla faccia del luminare. Il quale, nel frattempo, è sepolto da qualche parte in una bara d’argento. La coscienza, mi auguro ben nascosta in qualche angusta profondità dell’oceano.
E penso ad un post di una ragazza che, mesi fa o forse più di un anno fa, parlava del Padre che se ne era andato. Un post commovente, toccante, profondo, vero. Quel post mi aveva fatto pensare alla mia fortuna di avercelo ancora, un Padre. E penso anche ad un noto blogger italiano, Andrea, che piangeva recentemente la morte del suo.

Sì, sono fortunato.

E penso a mia Madre, che anche lei è ancora viva, ma non è potuta venirmi a trovare perché i suoi genitori, seppur vivi, hanno bisogno di costante attenzione.
La metro è arrivata. Scendo. Estraggo il tesserino per aprire il portone del mio condominio e mi soffermo su due giovani malesi, seduti lì vicino. Sicuramente operai del vicino cantiere, che lavorano il doppio delle mie ore a settimana per forse un decimo dello stipendio. Mi guardano, e nello sguardo colgo rispetto, pace, e una mezza idea che vorrebbero permetterselo, un appartamento come il mio, che per un occidentale altro non è che una modesta dimora ma per loro magari sarebbe chissà cosa.

Entro in casa, mi lavo i denti, salgo in cima al sesto piano, dove mi aspettano una piscina e un idromassaggio come sempre deserti. La città, ancora viva e luminosa, cammina furtiva nella notte intorno a me.
Odo a malapena il fruscio dell’acqua che scorre. Una leggera brezza mi solleva dal caldo pesante di Singapore, e dalla sua imperdonabile umidità. In lontananza svettano i grattacieli del Business District.
Provo a chiamare il cellulare di papà, ma è già spento. E’ già salito in aereo e sta per decollare tra venti minuti esatti. Domani sarà di nuovo nella sua Assisi, e domenica incontrerà mio Fratello Marco e gli regalerà un cellulare Nexus One, comprato qui a Singapore su mio suggerimento.
Eccolo, mio papà. Che avrà tanti difetti, ma ha una sorta di generosità che traspare da mille cose. E non è per il Nexus One in sè, è che anche lì emerge quella sua vogliosa voglia di volerlo a tutti i costi comprare, questa sua dedizione assoluta per i figli che a volte, forse troppo spesso, gli ha fatto dimenticare le sue stesse esigenze.
Ecco, questa è una cosa che entrambi i miei genitori mi hanno sempre dato.

Ora ci devo andare cauto, perché sto per dire una cosa e so che quando Papà la leggerà potrebbe intenderla male.
Mi manchi, stasera.
Mi ero abituato di nuovo alla tua presenza e mi ero gustato questi momenti insieme, seppur oberato dal lavoro e dalle logistiche di quattro conferenze a Singapore, e un viaggio di lavoro di diciotto giorni in Australia.
Mi manchi non con la tristezza, non con il rammarico, mi manchi con quella sensazione di aver vissuto qualcosa di prezioso, e volerlo vivere di nuovo. Qualcosa che le mie scelte di vita mi hanno reso raro e desiderabile, dopo due anni di vita all’estero e qualche decina di ritorni a casa che si faranno molto più rari, per almeno un altro paio d’anni.
E penso ad una delle settimane lavorative più imponenti, più pressanti che abbia mai avuto, in cui mi sono sentito nervoso e sotto pressione e non sono riuscito ad essere distaccato e professionale come vorrei, e ad avere abbastanza tempo per godermi mio Papà in pace.
E non vedo l’ora che arrivi settembre o ottobre, e che Papà mi faccia di nuovo visita, magari stavolta con Mamma al seguito, o magari, quasi impossibile, pure col mio Fratellone, così li porto a Bali una settimana e ci rilassiamo tutti quanti, come nella famiglia Brunozzi non succede da quasi vent’anni. Però sono sempre qui con me, nel cuore.
Sono la mia famiglia, generosa, umana, coi limiti e il coraggio di tante persone normali.

E mi verrebbe da pensare anche ai miei cari amici, o alla mia compagna, ma questo post in realtà è una dedica completa a mio Papà, a mia Mamma, a Mio Fratello, pur col rischio di sbrodolarmi in una zuccherina polpetta Dysneyana, ma tant’è, queste sono le cose che mi passano tra le orecchie e che per qualche motivo ho voglia di condividere qui.

Sto pensando a mio Padre che ha fatto amicizia con tutti, che ha scherzato col Senior Vice President di Amazon ed è riuscito a stargli simpatico pur non parlando una parola d’inglese.
A mio Padre che la mattina veniva al bar Segafredo a Telok Ayer Street e faceva amicizia con tutti, che in visita al Birds Park ha attaccato bottone con un Tailandese e la moglie e anche lì è riuscito a spiegarsi e parlare di tante cose. E che bello, entrare a prendermi un caffè e ritrovarmelo lì, temporanea parentesi in mezzo ai mille pensieri del lavoro, e sedermi con lui e Rick a bere un cappuccino e parlare e tradurre e sorridere. O mangiare gli gnocchi al pomodoro vicino alla Singapore Management University con lui e Kingsley, e vedere il suo stupore nello scoprire che Kingsley è sudafricano, bianco, parla inglese, sembra americano, ha studiato latino alle superiori.
E le cene con gli italiani, e il suo volersi assicurare che il figlio possa star bene, e raccomandarsi e allungare l’orecchio per carpire le sottili metafore degli emigrati a Singapore.
E il cibo indiano, e quello giapponese, e il suo lento abbassare la guardia e cancellare i preconcetti, tipico di un uomo che da giovane ha viaggiato, in proporzione, molto più a lungo di quanto non faccia io oggi.
E l’ultima cena, a mangiare Chili Crabs sulla costa Est con Alfio, Gianluca, Winnie e Paolo, e scherzare sulle zampe di rana e le polpette di cane e ridere con lui di tante altre cose.
Allungherei ancora, ma in fondo le cose importanti le ho dette tutte.

Sorrido, adesso.
Ciao, Papi (che per voi lettori si chiama Alessandro).
A presto.

Category: amicizia, asia, personale, singapore

Tagged:

  • 07/05/2010 at 07:23 Niki Costantini
    Molto bello.
  • 07/05/2010 at 07:24 Mirko Bonadei
    Che bel post! Sapevo ce ne avresti parlato... Sono momenti impagabili...
  • 07/05/2010 at 07:26 Eta
    Mi hai fatto emozionare. :* un abbraccio forte
  • 07/05/2010 at 07:33 SimplyGiulia
    bello bello
  • 07/05/2010 at 07:34 Andrea | amnesiak1978
    Davvero bello.
  • 07/05/2010 at 07:43 Romak
    Bello! Questo post toccante però mi ha fatto venire in mente 2 domande (una per te e una retorica) che poco hanno a che fare col tema del post: 1) ma in che condo vivi? Good life a Singapore con piscina condominiale, eh? 2) ma perché lì avete il badge per entrare nei condo e qui non ho ancora visto un solo palazzo abitativo che ce l'abbia?
  • 07/05/2010 at 07:59 simone brunozzi
    Grazie :) - Romak: niente di speciale, qui a Singapore quasi tutti i condomini hanno la piscina, e il badge per entrare.
  • 07/05/2010 at 08:12 Marco
    è bellissimo :)
  • 07/05/2010 at 08:13 simone brunozzi
    Grazie Marco :)
  • 07/05/2010 at 08:22 Gilgamesh
    'quasi tutti i condomini' --> 'quasi tutti i condomini per occidentali residenti e per indigeni abbienti'
  • 07/05/2010 at 08:25 simone brunozzi
    Si Gilgamesh, hai ragione. :)
  • 07/05/2010 at 08:25 Romak
    @Gilgameh stavo per scrivere la stessa cosa :)
  • 07/05/2010 at 08:26 Gilgamesh
    molto bello il post, comunque :o) @Romak, facciamo flic & floc?
  • 07/05/2010 at 08:30 simone brunozzi
    che è flic & floc?
  • 07/05/2010 at 08:32 Romak
    stavo per chiedere la stessa cosa. quindi aggiungerei flac (simone)
  • 07/05/2010 at 08:35 Romak
    da: http://www.portanapoli.com/Ita/Cultura/cu_gesti/ges_esempi.html "Amici per la pelle - Stabilire un’amicizia duratura. Gesto alquanto diffuso in tutto il mondo e non necessariamente legato all’ambito culturale napoletano. Spesso anche conosciuto tra i bambini, da una certa generazione in poi, come “flic e floc” e serve per sancire un patto indissolubile."
  • 07/05/2010 at 08:38 simone brunozzi
    ah :)
  • 07/05/2010 at 09:54 Paola Bonomo
    Zuccherina polpetta disneyana, bravo che te lo sei detto da solo, eh.
  • 07/05/2010 at 10:21 simone brunozzi
    Paola... :)
  • 07/05/2010 at 10:22 wolly
    spero che scriverai un post così anche per me quando verrò a trovarti :)
  • 07/05/2010 at 10:48 Gilgamesh
    flic e floc in genere si fa quando si dice la stessa cosa contemporaneamente o quasi, non è necessariamente patto indissolubile e in effetti è diffuso in gran parte del mondo :o) Il gesto però è proprio quello, pensavo fosse pressoché universale :-D

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6 Responses

  1. David says:

    Ciao Simone,
    Non credo ti ricorderai di me, abbiamo installato insieme un server quando lavoravi all’univesità per stranieri di Perugia.Io ero David il tecnico della societò che si occupava della manutenzione di alcuni apparati in server farm.
    Al di la’ di questo mio inutile preambolo, ti scrivo per farti sapere che nonostante non ti conosca affatto di persona, nutro una profonda stima nei tuoi confronti e un pizzico di invidia per tutto quello che sei riuscito a fare grazie al tuo coraggio.Questo tuo post su tuo padre eè commovente e complesso, e puoi star certo che il mio prox romanzo sarà Nonvvio.Mi viene quasi da dire che dovresti fare dello scrivere il tuo mestiere principale.
    Noi “Umbri” io in primis, in genere siamo sempre molti restii a lasciare la nosta terra e gli affetti.Per questo motivo io sono rimasto nella stessa azienda informatica locale con lo stesso stipendio di allora impaurito,anzi terrorizzato dalla prospettiva di lasciare il mio paese, non l’Italia ma proprio Perugia.
    Grazie a Dio sono sposato da poco con una donna meravigliosa e questo ovviamente compensa la poca soddisfazione personale.
    Ti auguro con tutto il cuore di poter in futuro coniugare i tuoi successi professionali con la soddisfazione di avere una famiglia che ti ama e ti supporti nei tuoi sforzi lavorativi e non, magari seguendoti nei tuoi spostamenti. Te lo meriti senza dubbio.
    Un caro saluto.
    Continua cosi’
    David.

  2. fabio says:

    Caro Simone, una bellissima dichiarazione d’affetto. Deve essere stato stupendo condividere con tuo padre la tua realtà lavorativa, sentire la sua soddisfazione per la carriera del figlioletto. Momenti impagabili.
    Molto umano e sincero.
    Complimenti

  3. sandrina says:

    Abbiamo pianto, noi, il papi ed io.Non abbiamo bisogno di altre parole. Ti abbracciamo forte forte.

    • Diego Russo says:

      Sandra, Alessandro, avete un figlio stupendo ed ultimamente sta togliendo lacrime anche a me.. troppo spesso. Complimenti a voi per il “lavoro” fatto.
      Simone.. ho già detto tutto a loro! :)
      Complimenti.

  4. Damiano says:

    WOW.
    Ogni volta che scrollavo giù con il touchpad speravo che la barra alla fine del post su Google Reader non comparisse. Mi hai fatto commuovere.

    :))

  5. Marco says:

    l’umanità è qualcosa di ignoto per tanti, e per te che devi mantere un “contegno professionale” in ogni istante, davanti a tutti e per tutti, questi attimi resi pubblici sono veramente eccezionali.
    Non tanto perche’ tanti di noi li leggono, ma perche’ tu hai il coraggio di esporti e dimostarti uomo.

    Ancora una volta, ti esplicito il mio rispetto.
    Buon Lavoro