Simone Brunozzi

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Stumbling on Happiness: recensione

Ho letto “Stumbling on Happiness” di Dan Gilbert, psicologo di Harvard.
Dan parte dalla mente umana per arrivare a delle umili conclusioni su cosa sia utile per raggiungere la felicità.

Eccovi una mia completa recensione dei concetti affrontati nel libro.

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Parte I: prospezione

L’uomo è l’unico animale in grado di considerare il futuro, grazie ai lobi frontali, frutto dell’ultima parte della nostra evoluzione biologica da homo abilis a homo sapiens. Infatti la lobotomia frontale (rimozione dei lobi), praticata dagli inizi del 1930 dal medico portoghese Antonio Egas Moniz, poi premio Nobel, aveva l’effetto di calmare gli esseri umani.

Il professore di Harvard Ram Dass, autore di “Be here now” nel 1971, suggerisce che la meditazione e il non pensare al futuro sia l’essenza della felicità.
Pensare al futuro può però essere fonte di piacere.
Tuttavia, quando è facile per noi immaginare un evento, sovrastimiamo la possibilità che quell’evento accada.
Siamo perciò irrealisticamente ottimisti sul futuro.
Inoltre, anticipare eventi spiacevoli aiuta a minimizzarne l’impatto.

Il nostro cervello vuole controllare le esperienze che ci accingiamo a fare, per questo simula il futuro. I depressi cronici sono invece immuni a questa illusione di controllo sul futuro.
Il modo in cui noi immaginiamo il futuro, tuttavia, è sbagliato. La vista, l’introspezione, e la previsione sonospiegati dagli stessi principi di psicologia umana.

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Parte II: soggettività

La felicità è soggettiva, e non è facile misurarla. A differenza di quanto potremmo immaginare, i gemelli congiunti non desiderano quasi mai di essere separati, nonostante ciò comporti delle enormi difficoltà nella vita quotidiana.

Esistono tre tipi di felicità:

1) Emozionale: sentire, sperimentare, vivere uno stato soggettivo. Non è facile descriverla. Come diceva Frank Zappa: “scrivere di musica è come danzare di architettura”. Lo scopo della vita umana è cercare la felicità.
John Stuart Mill: “meglio essere un umano insoddisfatto che un maiale soddisfatto”. Perciò, la felicità emozionale non può essere sufficiente.

2) felicità morale, quella che i greci chiamavano “eudemonismo”, il fiorire della vita umana, una vita virtuosa ben vissuta. Se la felicità emozionale si riferisce alle sensazioni, quella morale/virtuosa si riferisce ad azioni che possono causare quelle sensazioni.

3) Felicità “judgmental” (che io traduco con “giudiziale”): approviamo come la vita sta procedendo, giudichiamo una esperienza.

Siccome la memoria è poco affidabile, non è facile comparare diversi tipi di felicità.

Esistono inoltre due tipi di ipotesi sulla “misura” della felicità:
Ipotesi “Language-squishing” (sciocchezza di linguaggio) : differenti scale di felicità per persone differenti.
Ipotesi “Experience-stretching” (diverse scale di esperienza) : persone differenti provano sensazioni differenti riguardo ad un qualcosa che, a loro detta, le rende felici allo stesso modo.

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Parte III: realismo

Usiamo gli occhi per guardare nello spazio, e l’immaginazione per guardare nel tempo. L’immaginazione è ingannevole, ma non siamo sufficientemente scettici al riguardo. Le persone possono infatti sbagliarsi su ciò che provano.
Per esempio, quando siamo impauriti produciamo ormoni che possono farci credere di provare attrazione sessuale.

Ci sono errori nel modo in cui intuitivamente capiamo noi stessi.

Siccome la felicità può solo essere misurata soggettivamente, possiamo usare la legge dei grandi numeri per correggere tale misura e renderla un dato usabile.

Perchè, però, falliamo così spesso nell’immaginare cosa ci renderà felici in futuro?
Perchè riempiamo ciò che manca nella percezione con la nostra immaginazione (come col “punto cieco” per la vista).

Abbiamo una grande inabilità nel pensare alle assenze, e quindi creiamo delle correlazioni causa-effetto che sono sbagliate.
Quando selezioniamo, consideriamo attributi positivi delle nostre alternative.
Quando rifiutiamo, consideriamo attributi negativi delle nostre alternative.

Sottovalutiamo la felicità delle persone con malattie croniche o disabilità.

Quando pensiamo ad eventi nel passato o futuro remoti, ci chiediamo “perchè” sono accaduti o accadranno; quando pensiamo ad eventi nel passato o futuro prossimi, ci chiediamo “come” sono accaduti o accadranno.
Per tale motivo, valutiamo il futuro prossimo e quello remoto con un metro diverso.
E’ il motivo per cui ci impegniamo in qualcosa per poi pentircene quando il momento arriva.

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Parte IV: presentismo

I prodotti dell’immaginazione sono spesso simili al presente attuale.
Le esperienze attuali influenzano la propria visione del passato e del futuro.

Usiamo la corteccia visuale per immaginare oggetti, ma il cervello dà priorità agli oggetti reali.

E’ per questo che ci è difficile immaginare affetto quando proviamo rabbia. Quando siamo sazi, ci è difficile immaginarci affamati.

Possiamo distinguere tra “visione” (esperienza visuale derivata dalla realtà) e “immagine mentale”; ma non possiamo fare lo stesso con l’esperienza emozionale, “feeling” e “pre-feeling”.

Per esempio, quando chiedi alle persone quanto sono soddisfatte della loro vita, quelle che stanno sperimentando bel tempo rispondono con punteggi più alti. Ciò che proviamo immaginando il futuro è spesso la risposta a ciò che sta accadendo nel presente.

Le cose meravigliose lo sono la prima volta, poi il loro effetto svanisce con la ripetizione.
Quando gli episodi sono sufficientemente separati nel tempo, la varietà è non necessaria, anzi a volte costosa.
Dato che il tempo è difficile da immaginare, lo immaginiamo come una dimensione spaziale.

Il punto di partenza ha spesso un grande impatto sul punto di arrivo.

Dato che usiamo le sensazioni attuali come punto di partenza per predire le nostre sensazioni future, ci aspettiamo che il futuro siamo molto simile al presente.
Il cervello è sensibile a grandezze di stimolo “relativo”. Ciò spesso confonde gli economisti.

Facciamo errori quando confrontiamo qualcosa col passato, invece che col possibile. Siamo facilmente ingannati da comparazioni fianco a fianco. Molti di noi rifiutano una scommessa che nell’85% dei casi raddoppia, e nel 15% ci fa perdere tutto.

Gli storici usano la parola “presentismo” per indicare la tendenza a giudicare figure storiche usando standard contemporanei.

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Parte V: Razionalizzazione

L’immaginazione ha difficoltà nel dirci cosa penseremo del futuro quando lo vivremo.
Molte persone sostengono che eventi devastanti hanno un effetto positivo sulle loro vite ed esperienze.
Infatti, eventi negativi ci influenzano meno di quanto ci aspettiamo.

Stimoli oggettivi nel mondo creano stimoli soggettivi nella mente, ed è a questi ultimi che reagiamo.
Disambiguiamo gli stimoli in base a frequenza, contesto e a quanto sia recente l’evento.

Apprezziamo di più una esperienza quando iniziamo a viverla, ma solo quando la visione positiva che noi creiamo è “credibile”.

Il nostro sistema immunitario psicologico ci defende dal dolore. Modifichiamo i fatti. Ci circondiamo di persone come noi, persone a cui noi siamo graditi.

Siamo immuni alla realtà: inconsciamente modifichiamo i fatti e creiamo visioni positive. Se lo facciamo consciamente, invece, otteniamo il risultato opposto.

Se veniamo rifiutati da qualcuno, molto di noi riescono a superare l’evento velocemente se si tratta di una persona singola. Se invece veniamo rifiutati da un gruppo di persone, è più difficile, perchè la visione positiva che creiamo è meno credibile.

Le persone si sentono peggio quando una tragedia è causata da una persona, perchè possono scaricare la responsabilità su di essa; intuitivamente, però, crediamo che sia meglio quando una tragedia è causata dalla natura o dal caso.

Le persone rimpiangono più l’inazione che l’azione, perchè il cervello trova più difficile creare visioni positive e credibili per inazioni.

Il sistema immunitario psicologico ha un livello di reazione, al di sotto del quale non risponde. Perciò, una esperienza poco negativa può essere peggiore di una esperienza molto negativa, perchè nel secondo caso il sistema immunitario reagisce.

Quando non possiamo cambiare l’esperienza di fronte a cose irrevocabili (quando ad esempio riguardano un nostro fratello), cambiamo il modo in cui vediamo l’esperienza.

Molti di noi pagherebbero un extra oggi per la possibilità di cambiare idea domani; ci sono benefici, ma spesso sottovalutiamo i costi di tale libertà.

Una spiegazione ci permette di identificare particolari aspetti di una circostanza come la causa dell’esperienza, e dimenticare altri aspetti irrilevanti. Le spiegazioni migliorano l’impatto di eventi negativi, ad esempio scrivendo di una morte o di un trauma, ma migliorano anche eventi positivi. Eventi inspiegati amplificano il loro impatto emozionale: sembrano rari ed inusuali, e continuiamo a pensarli.

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Parte VI: Correggibilità

Le illusioni della previsione non sono facilmente rimediate dalla propria pratica, o da quella che ereditiamo dagli altri. Esiste un semplice rimedio che però difficilmente accettiamo. Vediamo i dettagli.

Cerchiamo di ripetere le esperienze positive, e evitare quelle negative, ma il modo in cui ricordiamo una esperienza è una illusione del cervello. Il passato è male interpretato, e quindi male immaginiamo il futuro.

Esperienze infrequenti o inusuali sono spesso le più memorabili, e questo fatto ci fa predire il futuro in maniera sbagliata. La nostra impressione è inoltre fortemente influenzata dal finale. Il modo in cui qualcosa finisce è più importante della somma totale del piacere che ne abbiamo ricavato. Almeno finchè non ci pensiamo.

La cultura Asiatica non enfatizza l’importanza della felicità personale come quella Europea, e come risultato gli asiatici-americani pensano di essere meno felici degli europei-americani. Invece, sono in media leggermente più felici.

Ci ricordiamo di provare sensazioni nel modo in cui crediamo avremmo dovuto. Questo errore di retrospezione ci impedisce di scoprire i nostri errori di prospezione. Sovrastimiamo quanto saremo felici il giorno del nostro compleanno, e sottostimiamo quanto saremo felici il lunedì mattina.

Quindi la nostra esperienza personale non ci aiuta.

E che dire di quella degli altri?

Dove vivere, dove lavorare, chi sposare sono cose importanti, eppure l’americano medio cambia residenza sei volte, lavoro dieci volte, e si sposa più di una volta. Sembra quindi che anche le esperienze degli altri non servano a granchè.

Una convinzione viene trasmessa da una mente all’altra quando promuove la propria “ragione di trasmissione”, perchè sarà rappresentata da una porzione sempre maggiore di persone.

Parte della nostra saggezza collettiva sulla felicità sembra essere esattamente una falsa convinzione, che però riesce a auto-replicarsi efficacemente.

Pensiamo alla utilità marginale del denaro, e di come diminuisca gradualmente: un povero è poco felice, una persona con un reddito medio è moderatamente felice, una persona ricchissima è di poco più felice, nonostante l’enorme differenza in denaro posseduto.

Adam Smith credeva che le persone vogliono solo una cosa, la felicità, e quindi le economie possono prosperare solo sele persone credono che i soldi possano renderle felici. I soldi non rendono felici, ma servono il bisogno di una economia e di una società stabile, che propagano la convinzione errata sulla felicità e il denaro.

I figli rendono felici? Le coppie iniziano generalmente felici, poi hanno un declino, toccano il fondo quando i propri figli sono adolescenti, e poi tornano ai livelli iniziali di felicità. “I figli portano felicità” è un super replicatore, una convinzione che si auto-replica.

L’unico modo di imparare la felicità per una esperienza specifica (avere figli, lavorare in una certa località) è chiedendo alle persone che stanno avendo quella esperienza in questo preciso momento.
Il modo migliore per predire le nostre sensazioni future è guardare cosa provano gli altri oggi.

Pensiamo a noi stessi come speciali e unici, e ci crediamo migliori della media, non possiamo quindi apprezzare le similarità con altre persone, e cercare il loro consiglio.
Rifiutiamo di usare gli altri come surrogato per prendere decisioni.
Spesso rifiutiamo le lezioni dell’esperienza emozionale degli altri.

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Parte VII: prologo

Daniel Bernoulli sosteneva di avere la risposta alla felicità: la saggezza di ogni decisione può essere calcolata moltiplicando la probabilità con l’utilità che porta. Per utilità, intendeva il piacere, creando una distinzione con la semplice misura economica.
Il valore di utilità di un dollaro è variabile.

Le persone apprezzano le cose di più una volta che ne entrano in possesso.
Apprezzano di più le cose imminenti che non le cose distanti.
Sono ferite di più da piccole perdite che non da perdite enormi.
Il dolore causato dalla perdita di qualcosa è di solito maggiore del piacere nel guadagnare la stessa cosa.
Perciò, convertire denaro in utilità non è affatto semplice.

Non esiste una formula semplice per trovare la felicità.

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Lettura molto interessante. Voi che ne pensate?

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7 Responses

  1. araesh says:

    Credo di poter sintetizzare il tutto come una lunga riflessione
    sul problema della falicita secondo una impostazione psicologista:
    infatti ci si sofferma sul modo in cui la nostra percezione, o immaginazione o memoria, degli eventi dolorosi o piacevoli che riguardano noi o gli altri, possono falsare e in questo senso non permetterci una valutazione corretta della nostra o altrui “prospettiva di felicità”.
    Lo scopo immagino sia quello di evidenziare quei meccansmi psicologici la cui presa di consapevolezza e controllo non potrebbero che giovarci nel perseguimento dei nostri personali obiettivi di felicità.

    Da parte mia vorrei ampliare il discorso aggiungendo qualche spunto sulla struttura logica (e non psicologica) del problema:
    - Primo assunto: la situazione di partenza è descritta da “S vuole X” dove “S” sta per un soggetto desiderante qualsiasi, “X” per un qualsiasi contenuto a cui il volere si aggancia e “vuole” sta per la relazione intensionale il cui appagamento ci dà piacere e la cui frustrazione ci dà dolore.
    - Secondo assunto: un programma di felicità (che d’ora in poi sintetizziamo con l’acronimo PDF) è quel discorso che specifica i contenuti a cui la volontà va agganciata, ovvero la X, e l’insieme di operazioni e strategie messe in opera per massimizzare (per durata e/o intensità) l’appagamento e minimizzare (per durata e/o intensità) la frustrazione della volontà
    - Problema: la sua formulazione si articola nei seguenti tre punti
    1) il problema della S (ovvero la fatica): non appena abbiamo scelto ciò cosa vogliamo, ovvero la X, dobbiamo impegnarci a conseguirlo, il che non è detto che sia una impresa facile e che si abbiano le capacità necessarie (conoscenza, creatività, resistenza, prontezza, coraggio, lucidità, ecc) in termini di efficacia ed efficienza per avere successo, tenuto conto poi che ad ogni passo che noi compiamo per realizzare i nostri obiettivi può sopraggiungere un qualsiasi fattore imprevisto o cmq scongiurato che può mandare a monte i nostri piani. Ad esempio: il PDF è diventare ricchi, e allora puoi ottenere tanti soldi se lavori duro per tanti anni e risparmi il più possibile e non ci sono crisi economiche; oppure se hai vero talento economico e investi al momento giusto nel posto giusto per la cosa giusta, e il giorno stesso non scopri di aver contratto l’AIDS dopo un rapporto non protetto; oppure se hai pochi scrupoli e sei capace di compiere azioni illegali e molto remunerative, ammesso che non ti scoprano e ti sbattano in carcere, ecc.
    2) il problema della X (ovvero la delusione):
    tutto ciò che incontriamo nel mondo e a cui potremmo agganciare la nostra volontà si rivela fugace, effimero, caduco, o – come dicono i teologi – transeunto (sembra una parolaccia) perché una volta che lo si è conseguito lo si puo’ perdere, in modo revocabile (in tal caso, si ritorna al primo problema) o irrevocabile. Ad esempio: il PDF è godere dell’amore della persona che ami, ma allora la tua ragazza ti può tradire con o innamorarsi di un altro; oppure rivelarsi una persona completamente diversa da quella di cui ti sei innamorato, solo dopo il matrimonio; oppure morire in un incidente stradale o di un terribile malattia, ecc.
    3) il problema della “volontà” (ovvero l’angoscia o la noia): anche la nostra volontà sembra inaffidabile o perché incerta (dovendo scegliere tra due alternative inconciliabili ma che desidero con pari intensità; oppure tra cui una mi offre un piacere intenso ma di breve durata e l’altro un piacere più duraturo ma meno intenso; oppure una mi offre un piacere intenso e durevole ma è improbabile che si realizzi mentre l’altra mi offre un piacere meno intenso e meno durevole ma certo; oppure nessuna alternativa disponibile mi sembra desiderabile, soffro di apatia; ebbene in questi casi quale alternativa dovrei scegliere? Spesso si risponde “non so cosa voglio!”) da ciò l’angoscia; o perché mutevole (ciò che un tempo ci appagava, ora non ci appaga più: il desiderio per quella cosa non c’è più, perché credevamo che l’appagamento sarebbe durato di piu o sarebbe stato piu intenso di quello che in effetti abbiamo provato; o perché sono emersi nuovi desideri che oscurano rendono inautentici quelli vecchi) da ciò la noia

    Alla luce di queste sommarie considerazioni potrei proporre una classificazione molto generale dei PDF in base al modo in cui inquadrano il problema (anche se poi di fatto, si è sempre oscillanti al riguardo):
    - PDF focalizzati su S: sono quelle che mirano alla promozione delle capacità umane, puntando su queste per garantire il proprio appagamento (non importa poi su cosa la volontà effettivamente si agganci; lo slogan potrebbe essere “coltiva le tue abilità e sarai premiato!”). Esempi di questa strategia sono il PDF basato sulla virtù, oppure quello basato sul “self-made man”, oppure quello dell’atleta che persegue un primato, e anche quello che punta sull’autocontrollo dei meccanismi psicologici ansiogeni (come descritto nel libro di Dan Gilbert: non importa quello che vuoi, ma vedere e valutare nel modo giusto i tuoi obiettivi e le tue possibilità di realizzarli; lo slogan potrebbe essere “coltiva il tuo ottimismo con la prudenza e lucidità necessaria in tutto ciò che fai!”)
    - PDF focalizzati su X: sono quelli che traggono tutta la loro forza dall’oggetto a cui la volontà si ancora. Gli esempi più classici sono quello dell’amore assoluto (come nella storia di Romeo e Giulietta, in cui se muore uno dei due, per l’altro la vita non ha più senso, e quindi l’unica conclusione possibile è, in un senso reale o metaforico, farla finita!); e quello della fede religiosa monoteista (un dio non è come le cose traseunte del mondo: infatti un dio eterno, vero, giusto e amorevole non ti tradisce, non cessa di amarti, non ti può essere sottratto, ne muore mai); come pure quello basato sul “tirare a campare” (che minimizzando il più possibile le proprie ambizioni e il rifiuto di risultati di valore mediocre o scarso, avverte come meno minaccioso il peso della competizione o la minaccia della caducità delle cose e quindi la probabilità di frustrazione della volontà) o sull’edonismo consumistico moderno (il cui slogan potrebbe essere “datti esclusivamente ai piaceri materiali e occasionali perché anche se sono superficiali e brevi ti lasciano spensierato e sono sempre rinnovabili”)
    - PDF focalizzati sulla volontà: sono quelli che vedono nella volonta stessa la radice del problema da cui dipendono poi tutti gli altri, per cui bisogna “liberarsi” della volontà stessa, attaccando la sua logica esclusivista! Esempi di questa strategia sono l’ascesi orientale (in cui si persegue il-non-provare-desiderio-per-le-cose-del-mondo ovvero l’indifferenza verso il mondo, attraverso l’isolamento meditativo e/o attraverso le pratiche di spoliazione o rinuncia al possesso delle cose; in breve “non voglio NULLA (in particolare)!”) e il PDF del superuomo (oppure dell’eterno ritorno, del volere-di-volere, della volontà-di-potenza cioè il PDF che predica la completa adesione del volere al divenire delle cose e quindi al rigenerarsi della volontà; l’obiettivo cioè non è più volere questo o quello, bensì volere nel bene o nel male TUTTO ciò che ci capita, se ci è capitato, e che non ci capita, se non ci è capitato)

    Nell’avvicendarsi, intrecciarsi e confrontarsi delle nostre storie personali, ogni discorso sulla felicità emerge dal magma della vita come un fuoco d’artificio che esplode nel buio della notte rivelando nella sua luce e nei suoi colori la profondità del cielo e i dedali della città ad occhi che brillano stupefatti finché la combustione si consuma. O forse come un germoglio che fiorisce solo per spargere i suoi semi al vento o generare dopo aver accolto i semi altrui, e poi perire.
    Ecco io penso che a tutti questi discorsi sulla felicità è proprio il principio seminale, il principio di combustione, ovvero l’essenziale, ciò che sfugge sempre, e nonostante questo resta sempre operativo come ciò che feconda e si lascia fencondare.

    P.S. Mi son dilungato solo perché, per certe ragioni, mi sento in debito nei tuoi confronti… se non altro, in debito di un pensiero compiuto, per quanto possibile, su come vedo le cose.

  2. stefano luchetti says:

    PROSPEZIONE:

    INFELICITA’ VIVERE NEL FUTURO

    Io ci metterei anche

    INFELICITA’ VIVERE NEL PASSATO

    banalmente, la logica mi aiuta ad invertire la proposizione

    VIVERE NEL PRESENTE FELICITA’

    Scusa se la sintesi è brutale e per certi versi imprecisa ma il “tempo presente” mi è tiranno :-) …
    Ad ogni modo, credo sia un un assioma molto interessante da proporre all’analisi di tutti.

    Sia dunque questo il punto di partenza, l’ipotesi; bello sarebbe scrivere una ricetta che stimoli
    a focalizzare la vita sul presente, una sorta di training, una to do list, che educhi la mente
    a non deprimersi “subendo” il futuro (‘i depressi cronici sono invece immuni a questa illusione
    di controllo sul futuro’).

    Anche perchè focalizzare la vita sul presente, o diciamo così, sul prossimo futuro
    (il presente che sarà fra poco), aiuti a canalizzare le energie di una persona per
    PLASMARE la vita. E che il futuro sia soltanto la somma di questi piccoli quanti di
    “presente più prossimo”.

    … spero di poter commentare anche gli altri punti :-)

  3. aresh says:

    “vuoi essere felice? vivi nel presente!”: disse il torturatore al torturato mentre lo frustava.

  4. simone says:

    Aresh, grazie mille per la lunghissima risposta… L’ho letta di fretta, ma me la voglio rileggere con calma.
    Daniele, si conosco :)

  5. simo says:

    ciao a tutti. sono interessato a questa lettura o qualcosa di simile possibilmente in lingua italiana però. Qualcuno ha da darmi consigli su un libro interessante da leggere su queste tematiche

    grazie e ciao